Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Social Network e Fisco. Il mostro è sempre in agguato.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-01.

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Il problema non è l’essere ricchi: il ricco ha tutti i mezzi per potersi mimetizzare e difendere.

Il problema è quando si è ritenuti essere ricchi mentre invece non lo si è: si è massacrati.


Ringraziamo il Signore che siamo miseri, senza alcunché di intestato e con conti correnti oscillanti tra il profondo rosso ed i rosatello. Non possediamo neppure una scassatissima automobile e nemmeno un ciclomotore. In compenso, abbiamo un buon numero di debiti, ascritti tra gli inesigibili.

La pensione poi è microbica ed assomiglia a pi greco: non varia mai nel tempo.

E ringraziamo il Signore che ci ha condonato quella mania di grandezza che porta a vantarsi di cose che non si hanno né si possono avere. Un homeless vanitoso muore di fame e stenti: nessuno gli fa l’elemosina.

Se è vero che ben pochi ci credono, è altrettanto vero che il Fisco lo crede, eccome! Chi pensa male, lo fa sempre, indipendentemente dall’argomento. Ci sono anche gli increduli di professione.

Poi, l’invidia è terrificante. L’invidioso non invidia un qualcosa di specifico che, una volta ottenutolo, lo acquieta. L’invidioso invidia indipendentemente dall’oggetto dell’invidiare, facendo sosì sulla terra quell’inferno dove poi dimorerà in eterno. Ma, nelle more dell’attesa, non perderà mai occasione di calunniare. L’invidioso vive infatti il bene altrui, reale ma spesso presunto, come una minaccia incombente.

Per non parlare della moglie separata, che spia l’occasione per farsi aumentare l’assegno, ma anche alla ricerca della rovina dell’ex coniuge. La vogliosa brama di vendetta tramuta la gente in giudici implacabili ed inapellabili.


Pubblicate su Facebook le fotografie di quando siete in coda davanti al dormitorio della Caritas oppure siete in attesa di potervi sfamare alla mensa dei miseri.

Già Fisco e mogli separate hanno fantasie ipertrofiche, ma i Tribunali non aspettano altro per massacrarvi.

Non pubblicate la fotografia di quanto un compassionevole dia l’elemosina dopo ore di attesa: per il Fisco vi daranno cinquanta euro di elemosina ogni minuto primo, 50 * 60 * 24 = 72,000 euro al giorno.

Foto di un viaggio all’estero? Siete dei Kasoggi.

Foto di un piatto cucinato in casa? Siete straricchi.

Foto delle scarpe nuove comprate dopo sedici anni di attesa? Per il Giudice sarete miliardari. Ed anche insolentemente fedifraghi.

Non riescono a trovarvi nemmeno un nichelino vecchio? Ebbene: li avete occultati bene i vostri denari.

Il trovarvi miseri sarà considerato essere prova lampante della vostra colpevolezza.

Le prove? E di quando in qua il fisco ha bisogno di prove?

*

Suvvia: siamo noi a dover dimostrare di essere poveri. Esattamente come siamo noi a dover dimostrare di essere innocenti. Per fisco, mogli separate e tribunali si è sempre colpevoli.

Parafrasando la Costituzione, l’imputato è considerato colpevole fino a sentenza in giudicato.

Ma per il Fisco è sufficiente l’accusa.


Se l’ostentazione del lusso sui social diventa una prova per il Fisco e per tribunali

Un mondo da favola. Abiti sfavillanti, mare cristallino, cene eleganti.

Sembrerebbe un sogno, se non fosse la versione social di una vita normale.

Sì, perché tutti o quasi cedono almeno una volta alla tentazione di ostentare sui social network uno status invidiabile. A finire nel mirino del web in questi giorni è stata la moglie di Paolo Bonolis, colpevole di aver postato una foto della figlia su un aereo privato.

La ricchezza virtuale

A scatenare l’ira funesta della rete il lusso ostentato in un periodo di crisi senza fine. Eppure, a giudizio dei tribunali, ad essere colpiti dal fulmine della vanità sono proprio i comuni mortali, vittime di se stessi e del proprio alter ego social. A ridosso del cenone di capodanno, il pericolo è in vista. L’ossessione per la visibilità non riguarda soltanto “quegli altri”, ma la maggior parte degli utenti che diventano inconsapevoli bersagli della giustizia, fiscale e non.

La doppia vita davanti ai tribunali

Così c’è il maniscalco che lavora in nero e non lo dichiara al fisco per poi confidarlo ai social network. Il giudice non perdona: “La documentazione estratta da Facebook evidenzia un’attività che è molto probabilmente fonte di redditi non dichiarati” (Corte di appello di Brescia, sentenza del 1.12.2017 n. 1664).

Poi c’è il marito che per negare il mantenimento alla moglie sostiene di essere costretto a vivere ai limiti della sopravvivenza. Peccato però che su Facebook pubblica foto di un’intensa e inequivocabile vita sociale con cene, aperitivi, colazioni e feste fuori.

In questo caso l’appello è respinto e il marito è condannato a pagare anche le spese processuali (Corte di appello di Ancona, sentenza del 28.02.2017 n. 331).

E poi ancora l’imprenditore che dichiara di guadagnare poco più di 11mila euro annui e posta sui social le foto delle vacanze in alberghi a 4 stelle a Madonna di Campiglio, moto e auto di lusso. Il giudice non crede al suo stato di povertà e lo condanna a pagare l’assegno divorzile in favore della moglie (Tribunale di Pesaro, sentenza del 26 marzo 2015 n. 295).

Le conseguenze

La vanità sui social network può costare cara. I rischi sono connessi a eventuali accertamenti fiscali, condanne al pagamento di assegni di mantenimento alti fino a processi penali per frodi fiscali. Le pagine dei social network, infatti, sono producibili in giudizio e, salvo prova contraria, il semplice log-in può attribuire paternità certa ai contenuti pubblicati da quel profilo utente.

È vero che lo screenshot da solo non basta, occorre dare data certa al contenuto postato, ma unito ad altri elementi può essere valutato dal giudice ed avere serie conseguenze fiscali, civili e anche penali per l’utente in cerca di visibilità. D’altra parte la Cassazione lo aveva stabilito da subito: Facebook è un luogo aperto al pubblico, a prescindere dal numero di amici e dalle impostazioni privacy del profilo dell’utente (Corte di cassazione 11.07.2014 n. 37596)

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