Pubblicato in: Cina

Cina. Mandarinato e democrazia. – Handelsblatt

Giuseppe Sandro Mela.

2017-10-30.

Pechino-Cina

La mente umana è pronta a recepire una realtà oppure un ragionamento verso i quali sia già predisposta: in caso contrario ignora oppure non riesce a comprendere.

Milioni e milioni di persone avevano visto oggetti penzolare, ma solo la mente di Galileo Galilei ha saputo cogliere questa realtà e quindi ragionarci sopra.

È esattamente quello che sta accadendo ai tempi nostri nei confronti della realtà cinese.

Handelsblatt ci propone un lungo articolo sul modo di governo della Cina e giunge alla conclusione che

«The world needs a democratic China».

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«This is in both China’s and the world’s interest.»

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Si noti l’uso dell’indicativo presente, segno di certezza assoluta di quanto enunciato. Non è stato usato il tempo condizionale né, tanto meno, un verso ausiliare di potenzialità.

Eppure l’articolista non manca di percezione sensoriale, quando dice che

«The reforms propagated by Deng Xiaoping in the 1980s and 1990s were intended to pull back the state from society and the economy. He pushed back the work units that controlled the life of every Chinese citizen – where they were allowed to travel, who they were allowed to marry and what their healthcare looked like. Never before had the Chinese so many freedoms, so much prosperity and so much rapid growth under Communist leadership as they did after Mr. Deng’s reforms»

*

A nostro sommesso avviso, l’articolista incorre in numerosi errori fondamentali.

In primo luogo, nessuno su questa terra è depositario di verità assolute. La prima domanda avrebbe potuto vedersi rovesciata:

«La Cina ha bisogno di un mondo cinesizzato».

E la domanda posta in questi termini avrebbe riscosso il plauso di un miliardo e mezzo di cinesi.

In secondo luogo, l’articolista enuncia un grande dato di fatto:

«Never before had the Chinese so many freedoms, so much prosperity and so much rapid growth under Communist leadership as they did after Mr. Deng’s reforms».

Se dunque i cinesi sono liberi, si sono arricchiti e riescono a crescere con un ritmo impensato ed impensabile per gli occidentali “democratici”, per quale strano motivo dovrebbero cambiare il loro modo di reggere la nazione?

In terzo luogo, la democrazia. Sarebbe un discorso ben lungo. Intanto, è solo nell’ultimo secolo che questo modo di reggimento dei popoli si è affermato, e soltanto nel mondo occidentale. Ma un secolo a confronto della storia è un’inezia, l’Occidente rappresenta solo un sesto della popolazione mondiale ed in termini economici assomma grosso modo un terzo del pil ppa mondiale. Davvero un po’ troppo poco per definirsi “il mondo“. Che poi il suffragio universale sia così bello andiamolo a dire ai liberal democratici trombati alle elezioni presidenziali americane oppure ai socialisti europei, che gli Elettori hanno scacciato dai governi europei. Tutta gente che non si è rassegnata alla sconfitta e che cerca di sovvertirla con la piazza. Il vero problema non è tanto il modo con sui un popolo decide di governarsi, bensì il raggiungimento di una ragionevole felicità, prosperità e pace, tutte realtà raggiunte dai cinesi con il loro sistema di governo. E questo articolo compare proprio quando Mr Macron ha pronunciato la sua fatidica frase:

«I believe in the sovereignty of states, and therefore, just as I don’t accept being lectured on how to govern my country, I don’t lecture others»

In quarto luogo, ogni popolo ha le sue tradizioni, non solo religiose, culturali e storiche, ma anche quelle politiche ed amministrative. Questi retaggi sono da comprendersi e rispettare. Con quale diritto l’articolista, l’Occidente, si arroga il diritto di suggerire, od anche cercare di imporre, alla Cina di mutare le proprie tradizioni di reggimento della cosa pubblica?

Deng Xiaoping nacque in un paesetto contadino del Guang’an, provincia di Sichuan, e divenne il capo della Cina, Xi nacque da un veterano combattente, ma di origine ben umili, eppure anche lui è emerso ai vertici del governo.

Forse dunque che in Cina non sia possibile scalare il potere anche se si proviene da origini modeste?

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In un recente articolo si è cercato di spiegare cosa sia la Cina nell’attuale realtà dei fatti.

La ‘casa’ di Shanghai. Capire cosa sia la Cina di oggi.

Sicuramente, si può anche vivere in Cina da occidentali e non riuscire quindi a comprenderla.

Ma sono oramai molti gli attenti osservatori di questa realtà.

Cosa vuol dire per la Cina abbandonare Marx per tornare a Confucio.

Il Partito Comunista Cinese altro non è che la rediviva scuola mandarinica.

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Un’ultima considerazione, lessicologica ma sostanziale.

I cinesi danno ai termini “comunismo” e “capitalismo” significati e contenuti totalmente differenti da quelli intesi in Occidente.

Cercheremo di spiegarci con un esempio, che potrebbe anche aiutare a comprendere la attuale teoria economica cinese.

Consideriamo una nazione ed il suo sistema bancario.

Un ‘comunista‘ lo nazionalizzerebbe, perché così gli imporrebbe l’ideologia che professa.

Un ‘capitalista‘ lo liberalizzerebbe in modo pieno e totale, perché così gli suggerirebbe la teoria socio-economica che segue.

Ambedue sono però azioni coatte, sradicate ed avulse dal contesto reale.

Il cinese invece osserva la realtà e quindi opta per la scelta che sia più conveniente.

È questo il motivo essenziale per il quale in Cina non solo convivono ma sono addirittura sinergiche azioni che gli occidentali designerebbero alcune “comuniste” ed altre “capitaliste“: azione per loro contraddittorie ed antitetiche perché viste pregne di contenuti ideologici alieni ai cinesi. I cinesi sono empiristi che scelgono ciò che più è opportuno e loro conviene: poi gli Occidentali denominino pure a piacer loro quelle azioni.  Ai cinesi ciò non interesa nulla.

Non solo. Mentre il politico occidentale è coatto entro i limiti temporali del mandato elettorale, quattro o cinque anni, il cinese ragiona quasi invariabilmente sul lungo termine, e fa così perché è espressione della scuola di pensiero mandarinica. È indifferente chi sia l’essere umano che materialmente firma gli ordini: è la scuola mandarinica che agisce tramite le persone. Così può su base euristica sceglliere anche un qualcosa al momento poco conveniente, ma verosimilmente fruttifero nel futuro.

*

Concetto questo di ben difficile comprensione da parte dell’occidentale contemporaneo.

In effetti è lo stesso motivo per cui l’occidentale medio non riesce a comprendere la Chiesa Cattolica, per fortuna di questa santa istituzione.

La Chiesa ha duemila anni di storia alle spalle, ed è viva e vegeta nonostante sia stata quasi sempre perseguitata. La sua gerarchia ascende il cursus honorum per cooptazione su base strettamente meritocratica. Solo per l’elezione del papa si ricorre a votazioni, ma il Sacro Collegio è formato da personale accuratamente scelto e selezionato. Sicuramente nella storia vi sono stati cardinali chiacchierabili, ma imbecilli mai.

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Poniamoci allora la domanda finale.

Riuscirà il sistema ‘democratico’ così come oggi è concepito in Occidente a resistere alla forza ascendente del mandarinato cinese e sopravvivere, diciamo, almeno altri cinquanta anni?


Handelsblatt. 2017-10-26. A Dangerous Concentration of Power

The world needs a democratic China, but Xi Jinping is leading the country in the opposite direction, writes Handelsblatt’s China correspondent.

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Communist China has had two outstanding leadership figures in its history: one was revolutionary leader Mao Zedong, who became the founding father of the People’s Republic of China; the other was Deng Xiaoping, the architect of major reforms who opened up the giant country to the world and initiated its economic ascendency. Now President Xi Jinping has elevated himself to same level as these historic figures.

The ruler had his ideology placed on the same footing as Mao’s by the most powerful cadres at the 19th National Congress of the Communist Party of China. It was incorporated into the party constitution under the unwieldy name “Xi Jinping Thought on Socialism with Chinese Characteristics for a New Era.” But what is meant to be a symbol of strength is actually a weakness: Mr. Xi’s supremacy allows almost no contradiction, which makes the aspiring superpower vulnerable.

Communist China has experienced an impressive ascent. The nation worked its way up from a developing country to become the world’s second-largest economy. The reforms propagated by Deng Xiaoping in the 1980s and 1990s were intended to pull back the state from society and the economy. He pushed back the work units that controlled the life of every Chinese citizen – where they were allowed to travel, who they were allowed to marry and what their healthcare looked like. Never before had the Chinese so many freedoms, so much prosperity and so much rapid growth under Communist leadership as they did after Mr. Deng’s reforms.

«It was not for nothing that The Economist named Xi Jinping the world’s most powerful man, ahead of US President Donald Trump.»

But a contrary approach is emerging under Xi Jinping’s dominance. Although his ideology is not yet clearly formulated, there is no doubt that the absolute superiority of the Communist Party is paramount. The functionaries once made intra-party democracy a guiding principle. But since Mr. Xi has been in power, critical discussions have become increasingly difficult, even within the party.

The party police have punished more than one million cadres for corruption offences. At the same time, the cadres’ adherence to party ideology has become a decisive criterion. Today, party members are expected to be able to mechanically recite the autocratic ruler’s current slogans. Public contradiction is unwelcome. It was not for nothing that The Economist named Xi Jinping the world’s most powerful man, ahead of US President Donald Trump. This was not only an investiture, it was a warning, too.

Mr. Xi’s claim to omnipotence is not only limited to PRC officials. Chinese research institutes are developing strategies to allow ideology to be anchored in all areas of life. Even small children are introduced to the Communist Party’s world view at an early age. From a European perspective, this may sound frightening. But from the point of view of party strategists, it is, above all, efficient. The country works under the party’s leadership. Opposition takes time, debates drag on and obedience is just faster.

The entire country is being oriented toward these goals. Business owners and their employees too are busy memorizing the slogans of the country’s “paramount leader.” Being loyal to party principles becomes the key to success, not only in state-owned enterprises, but also in private companies. Those who excel receive a red telephone, which they can use to call other highly respected cadres.

State-of-the-art technology comes into play when the classical approach is not enough. The country’s internet companies are helping to make the party and its control more efficient. More than 5 million people are no longer allowed to fly, and almost 2 million are not allowed to take trains. They were banned from travelling because they failed to meet the requirements of a new credit rating system. However, these drastic measures are only the beginning, with a nationwide system expected to be in place by 2020. The Chinese central bank is evaluating the payment data of more than 600 million people.

But the surveillance goes even further than that. High-resolution cameras monitor traffic, scan license plates and, in pilot projects, capture the faces of pedestrians. Voice-recognition systems are being developed to make it easier for the government to monitor conversations with computer-guided equipment in the future. These tools can do enormous damage if placed in the wrong hands.

Europe and Germany need a robust China. Its huge market has become a key growth driver for European companies. No problem, from climate change to globalization, can be solved without Beijing’s involvement. But to ensure that China can play a positive role as a major global power, the country also needs free discussion and open criticism. This is in both China’s and the world’s interest.

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