Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Europea

Catalogna. Lunedì dichiarerebbe l’indipendenza.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-10-04.

Goya Francisco. Los fusilamientos del tres de mayo. Museo del Prado, Madrid. 1814

La crisi spagnola, forse sarebbe meglio dire catalana, è nata male ed è stata gestita peggio, con rara ottusità ed imperizia.

Eppure la storia recente avrebbe ben dovuto insegnare qualcosa, ma i politici al momento al governo nei paesi dell’Unione Europea sembrerebbero essere costituzionalmente incapaci di percepire la realtà e ragionarci sopra.

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La politica necessita come prima istanza di un ascolto attento e sereno delle idee e delle necessità altrui: senza questo ascolto franco ed oggettivo qualsiasi azione successiva risulterebbe essere invariabilmente errata, controproducente.

Sembrerebbe che nulla si sia compreso dalla devoluzione dell’Unione Sovietica, che meno di trenta anni fa si disgregò in stati caratterizzati da proprie antiche tradizioni religiose, culturali, sociali ed artistiche, dando luogo ad entità che ricalcavano gli assetti tardo medievali.

Similmente, la devoluzione della Yugoslavia dette origine ad una costellazione di stati anche essi caratterizzati da una loro propria religione, cultura, storia politica e sociale: anche in questa occasione il risultato fu un ritorno della carta geografica a quella che era nel tardo medioevo.

Il primo gennaio 1993 dalla pacifica scissione delle Cecoslovakia nacquero la Repubblica Ceka e la Slovakia, stati indipendente ma attivamente collaboranti: la politica della comprensione reciproca dette ottimi frutti.

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Bene, tutti questi esempi storici sembrerebbero essere accaduti invano; nessun governante europeo ha voluto studiarne la genesi né ha saputo trarne le conclusioni.

Al contrario, sotto la spinta della imperante ideologia liberal e socialista ideologica si è andato intessendo un processo politico diametralmente opposto: il tentativo di far transitare l’Unione Europea da un insieme di stati sovrani uniti e collegati da comuni interessi economici a stato europeo: esattamente l’opposto di quanto la storia andava insegnando. Una situazione europea sorda, volutamente sorda, a quanto popoli e genti stanno reclamando. Nulla sembrerebbe aver insegnato il disfacimento del partito socialista francese prima, e quindi quello della socialdemocrazia e dei cristiano democratici in Germania.

Superbia, supponenza, alterigia, ma anche l’intelletto limitato, quasi atrofizzato e condizionato dall’ideologia, sembrerebbero essere tratto caratteristico dei governanti europei.

Eppure la crisi ukraina avrebbe ben dovuto far ripassare la lezione. Solo che questa volta l’Ukraina divenne terreno di scontro delle superpotenze, scontro cui l’Unione Europea cercò di intrufolarsi in cerca di una sua propria identità inesistente, alla ricerca del proprio brandello di carne.

Un insegnamento non colto della crisi ukraina è quello relativo all’uso della forza.

A parole liberal e socialisti aborriscono l’uso della forza, nei fatti la utilizzano a man bassa, e l’evoluzione della devoluzione ukraina ne è chiara testimonianza. Solo che la utilizzano male. Non son certo dei Richelieu.

Proprio non hanno saputo comprendere la lezione: o si usano i mezzi diplomatici e politici fino alle estreme conseguenze, prendendo anche atto che esistono gli altri e che hanno diritto di esistere, cercando accordi e non compromessi, oppure la forza deve essere impiegata nella sua massima forma espressiva compatibile con la situazione che si è determinata. L’uso della forza deve essere dirimente: deve annientare l’avversario politico divenuto nemico sul terreno.

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La Spagna ha alle spalle il retaggio della guerra civile, quando i comunisti cercarono di instaurare una repubblica sovietica ed il resto della Spagna insorse contro tale progetto. Fu guerra civile lunga, sanguinosa e velleitaria, che esitò in una situazione che solo il tempo avrebbe almeno parzialmente sanato. Ma tutti la ricordano.

Orbene, l’attuale Governo Rajoy è un governo sostanzialmente – vide infra – minoritario, non legittimato dal voto popolare, bensì da alchimie politiche.

Alle elezioni del 26 giugno 2016 Mr Rajoy consegue 137 deputati e 130 senatori, maggioranza relativa ma non tale da poter formare un governo. Solo il 23 ottobre lo Psoe approvava l’astensione sul voto di fiducia ad un nuovo governo, che si formò quindi il 4 novembre con 170 deputati favorevoli, 111 contrari e 68 astenuti.

Il Parlamento spagnolo è composto da 350 deputati, quindi la maggioranza dovrebbe essere (350 / 2) +1 = 176.

Il fatto che tutti ritengano legale il Governo Rajoy non significa minimamente che lo sia. E questo i catalani lo sanno più che bene.

Mr Rajoy è spalleggiato e consigliato dalla attuale dirigenza dell’Unione Europea, sulla quale egli ritiene poter fare affidamento. Questa dirigenza è tutta tesa a cercare di costituire, de facto essendone impossibilitata de iure: in questa ottica non può essere altro che nemica giurata di ogni qualsivoglia forma di secessionismo.

Liberal e socialisti ideologici sono nemici giurati dei referendum popolari, anche perché quando si riesce a tenerli, li perdono con sconcertante regolarità.

Come avrebbe dovuto insegnare Abraham Lincoln, di fronte ad una secessione o si tratta o si usa la forza fino a tutte le estreme conseguenze di una guerra civile.

Mr Rajoy non ha saputo fare né una cosa né l’altra.

Ha inviato in Catalogna forze di polizia, non forze militari, e queste non hanno saputo né potuto impedire lo svolgimento del referendum, esitato in un plebiscitario consenso alla secessione. Sta di fatto che i catalani ricorderanno per molto tempo le violenze subite.

Adesso, questo lunedì il Governo Catalano sembrerebbe essere determinato a dichiarare l’indipendenza della Catalogna.

È prematuro dire se ciò accadrà o meno, come resta difficile dire come reagirà l’Unione Europea e gli altri stati mondiali.

Di certo, basterebbe che uno solo di loro riconoscesse il nuovo stato della Catalogna per scatenare una nuova guerra civile, auspicalmente poco cruenta, dagli effetti disgreganti l’Unione Europea, che, sia detto per inciso, non dispone di forze armate terresti degne di tal nome.

Nota. 

Alleghiamo gli articoli pubblicati da quelle che sono ritenute essere la maggiori agenzie di stampa. Ci si ricordi che esse sono liberal fino al midollo ed ai lacci delle scarpe.


Reuters. 2017-10-04. Catalonia to move to declare independence from Spain on Monday

MADRID/BARCELONA (Reuters) – Catalonia will move on Monday to declare independence from Spain, a regional government source said, as the European Union nation nears a rupture that threatens the foundations of its young democracy and has unnerved financial markets.

Pro-independence parties which control the regional parliament have asked for a debate and vote on Monday on declaring independence, the source said. A declaration should follow this vote, although it is unclear when.

Catalan President Carles Puigdemont earlier told the BBC that his government would ask the region’s parliament to declare independence after tallying votes from last weekend’s referendum, which Madrid says was illegal.

“This will probably finish once we get all the votes in from abroad at the end of the week and therefore we shall probably act over the weekend or early next week,” he said in remarks published on Wednesday.

The constitutional crisis in Spain, the euro zone’s fourth-biggest economy, has shaken the common currency and hit Spanish stocks and bonds, sharply raising Madrid’s borrowing costs.

On Wednesday, the Ibex stock index .IBEX, fell below 10,000 points for the first time since March 2015 as bank stocks tumbled. In a sign of the nervous public mood, Catalonia’s biggest bank, Caixabank (CABK.MC), and Spain’s economy minister had earlier sought to assure bank customers that their deposits were safe.

EVENING STATEMENT

Puigdemont’s comments appeared after Spain’s King Felipe VI accused secessionist leaders on Tuesday of shattering democratic principles and dividing Catalan society, as tens of thousands protested against a violent police crackdown on Sunday’s vote.

Bloomberg. 2017-10-04. Why Catalonia Will Fail Where Crimea Succeeded

The Spanish region’s referendum is just as illegitimate, but it has less practical ability to secede.

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There are good reasons why the Russian propaganda machine backed Sunday’s Catalan referendum and the Ukrainian foreign ministry denounced it ” as “illegitimate.” The Catalan situation draws comparisons with that in Crimea in 2014, and they are not as easy to dismiss as Catalan independence supporters might think.

To discuss the similarities, let’s first get the one glaring dissimilarity out of the way. In March 2014, the Ukrainian peninsula of Crimea was full of Russian troops, both in and out of uniform. Days after a revolution in Ukraine brought down the government of President Viktor Yanukovych, Russia’s “little green men,” as the unmarked Russian soldiers were called, seized Crimea’s local parliament and installed a local pro-Russian politician, Sergei Aksyonov, as the region’s prime minister.

Ukraine contends that the March 16 referendum, in which Crimea voted to secede from Ukraine and join Russia, took place at gunpoint. That bit, however, is untrue. Neither the “little green men” nor uniformed Russian soldiers were present at polling stations during the vote. There was no armed pressure on Crimeans, not even on the indigenous Crimean Tatars, who didn’t back the secession and mostly abstained from voting, to show up or to fill in ballots a certain way. The presence of Russian troops played a role (more on this later), but it wasn’t what made the referendum illegitimate.

Of course, poor Crimea was only part of Soviet Ukraine since 1954; rich Catalonia has been part of Spain for centuries. Still, eagle-eyed Catalans saw hope in the Crimean referendum. Enrique (Enric in Catalan) Ravello, a right-wing Catalan politician who served as an “observer” at the Crimean referendum, told The New York Times at the time that “Crimea in Catalonia is for us an example, for what we would like to do.” The Ukrainian constitution, like the Spanish one, doesn’t allow secession. The countries are not federations or unions, like the former union of Sweden and Norway, dissolved in 1905, the former Czechoslovakia, dissolved in 1993, the former Soviet Union, whose constitution allowed the constituent republics’ self-determination, or today’s U.K. The Ukrainian government withheld from Aksyonov’s secessionist government access to voter rolls. So it just used any old or incomplete ones it could find. If someone wasn’t on a list, the vote counters simply wrote down their name and gave them a ballot. That allowed an enthusiastic voter to cast multiple ballots. 

The Spanish government, too, denied the Catalans access to the rolls. So secessionist Catalan officials told voters to print out ballots at home and cast them wherever they could. Ballots were even handed out at rallies before the referendum.

In Crimea, 95.6 percent of those who cast votes backed joining Russia. In Catalonia, some 90 percent did, according to local authorities. In Crimea, the official turnout topped 83 percent while in Catalonia it reached about half that — but these numbers are equally meaningless because there was no way to ascertain the voting was being held according to any sensible rules. In both Crimea and Catalonia, those who backed secession displayed wild enthusiasm; those who didn’t preferred to keep quiet and stay home, perhaps out of concern that the enthusiasts might not appreciate their position.

Anyway, it didn’t matter. In Crimea, the secessionist local authorities had already passed a “declaration of independence” by the time the vote took place. In Catalonia, the government of Carles Puigdemont also knew the result well in advance. It plans to declare independence in the next few days.

That’s the most important similarity between the two votes. It doesn’t matter to those who organized them how public opinion really stacked up. They had a goal, and any theatrics that helped them accomplish it were welcome. In the Crimea case, the theatrics included public displays of Russian patriotism (people would cover Ukrainian flags on car license plates with Russian ones); in Catalonia, resistance to Spanish attempts to ban the vote and any sign of Spanish violence were the main themes. 

The main difference between Spain-2017 and Ukraine-2014, of course, is that the Ukrainian government simply wasn’t strong enough to impose its laws in Crimea. Subsequent events in the country’s east, when Kiev actually tried to hold secessionist regions by force, confirmed that it would have failed to prevent the secession.

In Spain, Prime Minister Mariano Rajoy heads a minority government, but it isn’t a hastily assembled caretaker cabinet or a weak, post-revolutionary country. It’s in control of its law enforcement apparatus and army and backed in the Catalan matter by its top political rivals and the Spanish king. It’s plenty strong enough to have made an obvious travesty of the secession referendum by harrying its organizers and disrupting the “vote,” and it’ll be strong enough to go after the separatist leaders if they proceed with an independence declaration. It’s also strong enough to reject international mediation; accepting it would be a mistake, a show of weakness against weaker opponents.

Ukraine wants Crimea back — and the world recognizes its right to get it back. Spain won’t let Catalonia go peacefully for the same reason, and, for all the moaning about Rajoy’s strong-arm tactics (which haven’t yet included a real crackdown, though), there’s no international support for secession on the strength of the “referendum.”

That’s where the Russian military presence in Crimea comes in. Russia provided the overwhelming force that made the Crimean secession possible in practical terms. The threat of force, and not the referendum, made sure Crimea exists as a de facto part of Russia today. Puigdemont stands alone, without a force that can fight for secession. Even if he had majority public support — which the “referendum” doesn’t allow him to claim — he’d lose a confrontation. That’s why he’s headed for a fall, and the Catalan secessionists will eventually be sent back to the drawing board. If they’re smart, they’ll start working on a long-term campaign to change the Spanish constitution and turn the country into a federation so self-determination can eventually be discussed. 

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