Pubblicato in: Banche Centrali, Stati Uniti, Unione Europea

‘Gli Stati Uniti non interverranno sulle valute’. – Mr Trump

Giuseppe Sandro Mela.

2017-09-10.

Woman walks past the Federal Reserve in Washington

La manfrina era iniziata ufficialmente il 17 aprile 2017.

Trump: un dollaro troppo forte!

«Il dollaro «sta diventando troppo forte e in parte è colpa mia perché la gente ha fiducia in me». Lo ha affermato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in un’intervista al Wall Street Journal. Il dollaro forte, ovviamente, potrebbe creare dei problemi all’economia americana. «È molto, molto difficile – ha osservato Trump – competere quando si ha un dollaro forte e altri paesi svalutano».»

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«Inoltre Mnuchin ha ricordato che gli Stati Uniti non interverranno sulle valute»

Come si constata, gli Stati Uniti non sono intervenuti sulle valute.

Il Presidente Trump ha la caratteristica di parlare ad alta voce di cose futili ed irrilevanti, ma che stuzzicano accesi dibattiti sul nulla, come, per esempio, l’inquadramento dei transgender nell’esercito. Nel mentre, lavora in un silenzio impressionante ai suoi piani e la gente alla fine se ne accorge a cose fatte.

Un caso da manuale è l’attuale deprezzamento del dollaro sull’euro e su altre valute. Di fatto, Mr Trump ha imposto all’Eurozona ed a gran parte del mondo un dazio generalizzato di quasi il 16%.

Mr Trump non è tipo da pigliarsi sottogamba.

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Bce, timori per un euro troppo forte nei verbali dell’ultima riunione

«Paura per l’euro troppo forte. È il tema caldo discusso all’ultima riunione della Bce. …. sono state espresse preoccupazioni circa il rischio di un eccessivo rialzo dell’euro nel futuro»

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«Le banche europee sono ora ben capitalizzate»

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«Draghi si è limitato a citare l’euro forte come un fattore deflazionistico»

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«L’effetto dell’euro forte si è sentito sulle proiezioni economiche. L’inflazione potrebbe ora raggiungere l’1,5% medio annuo nel 2017, e fermarsi all’1,2% nel 2018 – le stime di giugno indicavano un +1,3% – e all’1,5% nel 2019 – dall’1,6% delle previsioni precedenti. L’obiettivo del 2%, insomma, si è allontanato e questo ha implicazioni dirette sulle prossime mosse di politica monetaria.

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Anche le esportazioni sono previste in rallentamento, piuttosto marcato: +4,7% quest’anno, dal 4,8%; +3,7% nel 2018, dal 4,3%; e +3,8% nel 2019, dal 4,1%. Non ci sarà però alcun impatto sulla crescita – migliorata al 2,2% per il 2017, e confermata all’1,8% e all’1,7% per i due prossimi anni – guidata soprattutto dalla domanda interna.»

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«Il cambio diventa dunque importante, anzi «molto importante per inflazione e crescita» e dunque bisognerà tener conto del suo andamento «nell’insieme di informazioni» che sarà alla base delle prossime decisioni. Il consiglio ha discusso a lungo quanta parte dell’apprezzamento è legato alla ripresa e quanta a fattori esogeni e le opinioni sono apparse divergenti. Il consensus, ha spiegato Draghi, è stato appunto che il rialzo «è fonte di incertezze». Un rialzo troppo incisivo, o troppo prolungato, in una fase in cui i prezzi rispondono poco alla crescita, cambia completamente le prospettive per l’inflazione.» [Fonte]

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Cerchiamo di chiarirci qualche idea.

Da anni Mr Draghi predica come il nemico pubblico numero uno sia la deflazione.

Ma allora il conto non tornerebbe con «l’euro forte come un fattore deflazionistico».

Un dollaro che perda di valore nei confronti dell’euro giova a tutti tranne che a Mr Draghi ed all’Eurozona.

Sorge quindi spontanea una serie di comande.

– Perché Ecb non interviene? Si sono accordati con la Fed oppure semplicemente non ha più risorse?

– Non è che ci siano sotto motivi politici inesprimibili?


Reuters. 2017-09-08. Euro sale ancora, testa 1,21 dollari su divergenza politiche monetarie

LONDRA (Reuters) – Euro extra forte, in vista di quota 1,21 sul dollaro, a nuovi massimi da due anni e mezzo in scia al meeting Bce di ieri, da cui non sono emerse prese di posizione definite da parte del presidente Draghi rispetto al recente apprezzamento della divisa unica.

** Al di là del messaggio accomodante di politica monetaria — con la conferma di una Bce pronta a estendere in caso di necessità durata o importo del Qe — in conferenza stampa Draghi si è limitato a citare l’euro forte come un fattore deflazionistico, alla base del taglio delle time di inflazione sul 2018 e il 2019.

** L’euro/dollaro tiene agevolmente in area 1,2050, dopo essere salito a inizio mattinata fino al picco di 1,2092, il livello più alto da gennaio 2015.

** Lo stesso Draghi ha comunque confermato che per il meeting di ottobre dovrebbero essere prese le decisioni principali sul percorso di riduzione del Qe.

“Adesso l’euro ha per davvero il vento in poppa e pensiamo che nei prossimi mesi andremo a vedere il rimbalzo dell’euro/dollaro parte seconda”, commenta lo strategist di Danske Bank Christin Tuxen.

** Segnali di cautela continuano invece ad arrivare dalla politica monetaria Usa. Il presidente della Fed di New York Dudley ha affermato che i tassi devono continuare a salire di pari passo con la ripresa dell’inflazione, ma le sue parole sono suonate meno fiduciose rispetto agli ultimi interventi: tre settimane fa lo stesso Dudley aveva esplicitamente dichiarato di aspettarsi un nuovo rialzo dei tassi prima di fine anno.

** Il dollaro/yen ha bucato al ribasso la soglia di 108, con un minimo di giornata a 107,59, riportandosi ai livelli dello scorso novembre.

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