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Centesimo anniversario della nascita di Oscar Romero. Assassinato.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-16.

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«Non ho la vocazione di martire …. uno non deve mai amarsi al punto da evitare ogni possibile rischio di morte che la storia gli pone davanti. Chi cerca in tutti i modi di evitare un simile pericolo, ha già perso la propria vita»

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«“Nel nome di Dio e del popolo che soffre vi supplico, vi prego, e in nome di Dio vi ordino, cessi la persecuzione contro il popolo”, dice il 23 marzo 1980, nella sua ultima predica in cattedrale. Il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, un sicario si intrufola nella cappella dell’ospedale, dove Romero sta celebrando, e gli spara dritto al cuore, mentre il vescovo alza il calice al momento dell’offertorio. Aveva appena detto: “In questo Calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo ed il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo”.» [Fonte]

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Il 15 agosto 1917 nasceva Oscar Arnulfo Romero, assassinato sull’altare il 24 marzo 1980, beatificato nel 2015 per volontà di Papa Francesco.

La sua vita e la sua morte dovrebbero porgerci molti elementi da meditare con cura, alcuni dei quali profondamente scomodi.

La disinformazione fatta sia prima sia dopo la sua morte è impressionante, e merita alcune ferme precisazioni.

– È cristiano non solo chi professa che Gesù Cristo nostro Signore è il Figlio del Dio vivente, vero Dio e vero Uomo, nato, morto e risorto per la salvezza dell’umanità. Non sufficit. È cristiano solo ed esclusivamente chi vive la sua realtà storica osservando la Parola di Gesù. In caso contrario, è soltanto un ipocrita, un peso per la Comunione dei Santi, un sfrego alla santa Fede. Rispettabili come persone, ma sicuramente non cristiani.

– Né tanto meno può dirsi cristiano chi non pratichi la santa obbedienza al Santo Padre ed alla Gerarchia. Non esistono cristiani “dissidenti”: esistono eretici ed esistono persone che si sono allontanate da Santa Madre Chiesa, esercitando il loro proprio libero arbitrio. Ripetiamo solo per chiarezza: rispettabili come persone, ma sicuramente non cristiani. Chi non obbedisca alla Parola del Cristo ed alla Gerarchia non è cattolico. Chi critica, specie pubblicamente, la Gerarchia non è cattolico. Per essere chiari: è tutto fuorché cattolico.

– Tutti siamo peccatori, nessuno escluso tranne il Cristo. È cristiano colui che per Grazia del Signore si rialza ben presto dalla caduta, confessandosi secondo il rito canonico. Siamo chiari: colui che non si confessa frequentemente e non si comunica frequentemente, almeno una volta la settimana, non può essere cristiano: dica ciò che vuole, ma non lo è.

– La Chiesa e la Gerarchia predicano il Cristo, la salvezza delle anime ed il Regno di Dio. La Chiesa non è un’organizzazione di beneficienza. Il suo scopo è la salvezza delle anime. Solo secondariamente di dedica anche a scopi caritativi: ma se la carità non è fatta in nome di Cristo ed in pieno accordo alla Sua Parola, non conta nulla per un cristiano, perché così ha stabilito il Cristo in persona.

– Ottime quindi, e degne di lode, le persone filantrope: ma se non operano in nome di Dio essi non sono cristiane. Sono tutto quello che si voglia dare come etichetta, meno quella di “cristiane”. Ripetiamo nuovamente: persone rispettabile, ma non sono cristiane.

– Il cristiano non lo si riconosce da segni o simboli: lo si riconosce dalla vita che tiene, dalle scelte che opera. La Fede senza le relative opere coerenti non è fede: creanza, talora anche superstizione: tutto tranne che cristianesimo.

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– La Fede è un atto volontario, sostenuto dal libero arbitrio: essendo atto volontario ciò comporta la supervisione della mente, della ragione. Il cristiano ha Fede perché vuole credere, e crede perché la teologia cattolica gli assicura un solidissimo supporto logico. Non esiste infatti verità alcuna che non sia anche vera. Ma senza verità e logica non può nemmeno sussistere la giustizia. Il sedicente cristiano viscerale, emotivo, sentimentale, semplicemente non è un cristiano. Si dica ciò che si vuole, ma persiste a non essere un cristiano.

– Tratto caratteristico del cristiano che vive pienamente la propria Fede nel rispetto della Parola del Cristo è l’essere estremamente rigoroso verso sé stesso, ma nel contempo comprensivo, pietoso e paziente verso le debolezze, quelle propri e quelle altrui.

– Altro tratto caratteristico del cristiano, quello cattolico massimamente, è la Grazia e la capacità di saper perdonare. Chi non sappia o non voglia perdonare è tutto tranne che un cattolico. Farebbe meglio a staccarsi dalla Chiesa che frequenta solo per dare scandalo. Non esiste pace senza capacità di perdonare.

– Da ultimo, ma non certo per ultimo, un cattolico è riconoscibile perché prega e fa penitenza. Quanti non preghino quotidianamente e non pratichino una via penitenziale semplicemente non sono né cristiani né cattolici. Ci si rende perfettamente conto che di questi tempi a parlare di penitenza ti si ride in faccia: ma ciò che per il cattolico è importante e farla lui, non farla fare agli altri.

– Il Cristo disse: «Vi do la pace, vi do la mia pace». La pace del Cristo significa essere in comunione sacramentale con Lui, cosa del tutto differente dalla pace terrena, che consiste nel vivere tranquillo, senza il fragore delle armi. Per il cattolico essere operatore di pace significa essere parte attiva nel portare le altre anime al Cristo.

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Da quanto detto dovrebbe essere ben chiaro che ad essere cristiani e cattolici sono nei fatti ben pochi. Molto pochi. Un vero corpo di élite. Porta stretta per entrare nel novero, porta spalancata per andarsene.

Però, non si facciano confusioni.

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Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, è un classico esempio di essere cristiani, di essere cattolici.

È irrilevante che lo si osteggi o meno: tale è e tale rimane.

È stato coerente, e lo è stato fino alla morte. È stato obbediente, e lo è stato fino alla morte.

«Non ho la vocazione di martire»

Nessun cristiano ha la vocazione al martirio, ma se ciò diventasse necessario per la salvezza propria e per esempio edificante per i tiepidi, ebbene, allora venga il martirio.

Ma per il cristiano, per il cattolico, il martirio sarebbe del tutto vano, se non fosse simultaneamente associato al perdono dei propri carnefici. L’esempio ci viene dall’alto: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno»

Cos’ il beato Romero si aggiunge alla lunghissima serie di santi martiri che dettero la vita e sparsero il loro sangue per aver predicato il Cristo in una società che viveva in odium Fidei, in odium Dei, in odium Evangelii.

Solo per citarne tre esempi fulgidi: Thomas Becket, John Fisher e Thomas More.

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Nota importante.

Il segno migliore per constatare la natura divina della Santa Chiesa consiste nel fatto che nessuno dei suoi nemici si sia mai peritato di studiarla nella sua teologia e nei suoi canoni. Il Signore non ha permesso che capissero come la Chiesa sia un fatto sorpannaturale e non umano. Nemmeno settanta anni di persecuzioni bolsceviche sono riuscite ad eradicare la Fede dalla Russia, eppure sono stati martirizzati quasi cinquecentomila sacerdoti. Tratto comune di tutti i suoi odiatori è la crassa ignoranza di cosa sia. Che Dio li perdoni per i meriti dei suoi santi martiri!



La Stampa. 2017-08-15. Romero, il vescovo martire che scelse il Vangelo e il popolo

Cento anni fa nasceva il Presule salvadoregno che sarebbe stato ucciso, mentre celebrava Messa, dagli «squadroni della morte». Beatificato da Francesco, adesso è vicino alla santità.

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È ben possibile che Oscar Arnulfo Romero, nato cento anni fa, il 15 agosto 1917, assassinato sull’altare il 24 marzo 1980, beatificato solo nel 2015 per volontà di Papa Francesco, venga in futuro canonizzato. Di certo egli fu «diffamato, calunniato, infangato» dopo la morte, come ha denunciato lo stesso Pontefice latino-americano, tanto che il suo martirio «continuò», anche «da parte di suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato», con «la pietra più dura che esiste: la parola». 

La figura di Romero ha toccato i drammi di un epoca e di un continente, la sua memoria è stata spesso controversa. Quando, nel 1977, Paolo VI lo nominò Arcivescovo di San Salvador, era conosciuto come un «conservatore», gradito alle oligarchie al potere nel paese. Nel corso del tempo, Romero cominciò a denunciare pubblicamente i soprusi del regime, senza peraltro tacere delle violenze dei guerriglieri che vi si opponevano. L’Arcivescovo era convinto che la guerra civile in El Salvador scaturiva dalle ingiustizie sociali, e per questo puntò il dito contro la giunta militare al governo. Arrivò a leggere durante la predica domenicale in cattedrale i nomi delle persone torturate, ammazzate o fatte sparire (desaparecidos) nel corso della settimana. La sua fu una sorta di conversione, seguendo il Vangelo a servendo il popolo di Dio, nella quale ebbe probabilmente un ruolo l’assassinio, nel 1977 da parte degli squadroni della morte legati ai latifondisti, cattolici anch’essi, di padre Rutilio Grande Garcia, gesuita, indomito nel denunciare lo sfruttamento della povera gente (anche per lui è stato aperto il processo di beatificazione). «Adesso – ebbe a scrivere nel 1979 alla nipote del Gesuita – si cerca di appannare l’immagine e il ricordo di persone come padre Rutilio, e di far credere agli altri che abbiano sbagliato strada e vangelo. Stia attenta, perché sono molto astuti. Preghi molto lo Spirito santo affinché l’aiuti a comprendere l’audacia che il Vangelo richiede». La conversione dell’Arcivescovo turbò l’establishment salvadoregno e non pochi maggiorenti della Curia romana di Giovanni Paolo II.  

Domenica 23 marzo 1980 monsignor Romero si rivolse all’esercito: «Vi chiedo, vi imploro, vi ordino: in nome di Dio cessi la repressione!». L’indomani un killer prezzolato sparò all’arcivescovo mentre celebrava Messa nella cappella dell’ospedale della Divina provvidenza. Non aveva taciuto. «La Chiesa – aveva avuto a scrivere anni prima – non può tacere quando ci sono migliaia di nostri fratelli che subiscono le conseguenze dell’ingiustizia in cui vive la nostra America latina, non può tacere davanti al dolore e alle costanti violazioni di cui sono oggetto i nostri fratelli contadini e il popolo in generale» 

La causa di beatificazione di Romero fu aperta nel 1997, ma solo con l’arrivo di papa Francesco si è sbloccata. Il premio Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel, argentino, che ha fatto visita al Papa pochi giorni dopo l’elezione al Conclave del 2013, lo preannunciò subito. E con decreto del 3 febbraio del 2015, Jorge Mario Bergoglio ha riconosciuto il martirio in odium fidei dell’Arcivescovo. Il successivo 23 maggio a San Salvador si è celebrata la solenne beatificazione.  

Un esito tutt’altro che scontato. «Il martirio di Romero non fu puntuale, non avvenne solo nel momento della morte, fu un martirio-testimonianza, fu sofferenza anteriore, persecuzione anteriore la sua morte. Ma fu anche posteriore», ha denunciato Papa Francesco dopo la beatificazione. Romero, «una volta morto – ero giovane sacerdote e ne fui testimone – fu diffamato, calunniato, infangato. Il suo martirio continuò anche da parte di suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato. Non parlo per aver sentito dire. Ho ascoltato queste cose», ha detto il Papa. «È bello vederlo così: un uomo che ha continuato a essere martire. Ora credo che quasi nessuno osi… ma dopo aver dato la sua vita ha continuato a darla lasciandosi colpire da tutte quelle incomprensioni e calunnie. Questo mi dà la forza, solo Dio sa. Solo Dio sa la storia delle persone, e quante volte le persone che hanno già dato la loro vita continuano a essere lapidate con la pietra più dura che esiste nel mondo: la lingua». Come ha avuto a rilevare il postulatore della causa di beatificazione, monsignor Vincenzo Paglia, nel corso degli anni erano arrivati «chili di carte» contro Romero, a volte in buona fede altre volte «in cattiva coscienza»: «Scrivevano che faceva politica, che era seguace della teologia della liberazione. Lo accusarono di problemi di carattere, di squilibri. Tutte cose che hanno ovviamente frenato e rafforzato i nemici», sia dentro il Paese che tra l’episcopato che in Vaticano. È nota l’ostilità del cardinale colombiano Alfonso Lopez Trujillo per la causa di beatificazione di Romero. «La decisione su Romero mette a tacere i motivi che hanno impedito un procedimento più lineare», concluse Paglia. 

Ora in Salvador si ricorda il centenario della nascita dell’arcivescovo martire con il primo pellegrinaggio in suo onore. L’occasione è celebrata con tre giorni di cerimonie e preghiere che culminano oggi. A promuoverle, più di tutti, Gregorio Rosa Chavez, stretto collaboratore di Romero, vescovo ausiliare di San Salvador che ha ricevuto – “scavalcando”, gerarchicamente, l’arcivescovo titolare della città, successore di Romero, José Luis Escobar Alas – la berretta cardinalizia da Papa Bergoglio nell’ultimo Concistoro dello scorso 28 giugno. In futuro Romero potrebbe essere proclamato santo. L’arcivescovo Paglia ha detto in questi giorni alla Radio Vaticana: «Siamo a buon punto. Stiamo esaminando un miracolo che riguarda una donna incinta e il suo bambino che sono stati, speriamo, miracolosamente guariti per intercessione di Romero. È stato terminato il processo diocesano, che è giunto a Roma e abbiamo iniziato l’esame del miracolo. Mi auguro che il processo vada a compimento presto. Se tutto questo accade, è possibile che anche l’anno prossimo si possa sperare di celebrare la canonizzazione di Romero».  

Di certo la figura di Romero ancora oggi turba alcuni animi. Il suo messaggio era radicalmente evangelico. «A volte cresciamo nella religione senza comprendere che il vangelo è vita. Alcuni praticano la religione con la convinzione che Dio è con loro soltanto perché detengono un qualche potere: poco importa se abbiano o non abbiano fede, e nemmeno l’immortalità dei loro atti. Gesù ha definito costoro “giusti”, ovvero uomini chiusi al richiamo di conversione rivolto loro dai profeti, perché sono persuasi che quel richiamo non li riguardi. Infatti si credono benedetti da Dio tramite le ricchezza che possiedono o il potere che hanno ricevuto, basandosi sull’asserzione che “ogni potere viene da Dio”. Alcuni di noi, portati da una pratica della religione fiacca e superficiale, crediamo di avere un cuore aperto a Dio perché andiamo a messa alla domenica, anche se ci arriviamo in ritardo o assistiamo distrattamente; e ci reputiamo generosi con gli altri perché diamo loro lavoro, sebbene gli ritardiamo lo stipendio o perfino gli tratteniamo il salario oppure, semplicemente, non diamo il giusto. La conversione comincia quando mi rendo conto che sono stato ostinato nel peccato, cocciuto nelle mie opinioni, caparbio nelle mie cattive azioni. Allora l’umiltà apre breccia nel muro che mi faceva credere “giusto”; allora agisce anche l’amore che mi conduce verso il suo termine che è Dio. Allora, infine, scoprirò che Dio non è mai stato lontano da me, ma sono stato io cieco non vedendolo così vicino a me, tutti i giorni, nella persona dei miei vicini» (brano tratto da Oscar A. Romero, «La Chiesa non può stare zitta», scritti inediti 1877-1980, Emi). 

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