Pubblicato in: Giustizia

La fabbrica del divorzio indissolubile inizia a sfaldarsi.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-07-30.

Tribunale 010

Verissimo: il titolo sembrerebbe essere scazontico. Ma lo è perché riflette una legislazione ed una giurisprudenza che rasentano (rasentavano) i limiti della schizofrenia.

Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza, per quanto possibile trattando un simile argomento.

In Italia il matrimonio è indissolubile in modo ben più stretto di come lo aveva concepito Papa San Gregorio Magno.

Infatti, se è mera formalità adire alla separazione e quindi al divorzio, questo ultimo scioglie dai vincoli giuridici ma lascia intatti quelli economici. In altri termini, non è tanto un matrimonio indissolubile, bensì un matrimonio eterno.

Se è di comune buon senso il disporre impegni economici per il mantenimento della prole fino all’ingresso nel mondo del lavoro, impegno questo a termine, è ancora oggetto di ampio dibattito quello relativo al mantenimento del coniuge “economicamente più debole“.

Questo aspetto si presta infatti ad ogni sorta di abusi, ben difficilmente documentabili in forma compiuta.

Il caso più frequente è quello di una donna che sposa una persona più abbiente e dopo qualche tempo si separa prima e divorzia dopo. Essendo essa “economicamente più debole“, ed adducendo tutte le difficoltà ad trovarsi un lavoro con cui vivere, si è costituita una sorta di pensione esentasse a vita. A ciò si aggiunga come, in accordo alla Weltanschauung vigente, la donna anche nullipara risulta sempre essere privilegiata, fatto questo cui contribuiscono in modo fattivo i giudici femmine, che applicano più le ideologie che le leggi. È il trionfo del concetto di oι μέν και οι δέν.

Su questa base è stata allestita una vera e propria fabbrica di divorzi.

Un elevato numero di femmine si costituisce un immarcescibile fondo pensioni sposandosi una qualcuno che abbia entrate fisse, smette di lavorare, e dopo un lasso di tempo più o meno lungo si separa. La procedura di separazione è un fatto automatico, è sufficiente che un coniuge se ne vada ed il Tribunale ne prende atto. Se per sposarsi serve il consenso di ambedue i contraenti, per separarsi ciò non è richiesto. Al momento della separazione e, poi, del divorzio il soggetto “economicamente più debole” si trova a lucrare un assegno di mantenimento a vita. Basta non commettere imprudenze, e questo sarà mantenuto sine die: poi, alla morte del coniuge pagatore, subentrerà la pensione di reversibilità. Un gioco ben facile.

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Ad agitare le acque è arrivata la recente sentenza di Cassazione 11504/2017.

Questo è il passo degno di nota:

«Deve, peraltro, sottolinearsi che il carattere condizionato del diritto all’assegno di divorzio – comportando ovviamente la sua negazione in presenza di «mezzi adeguati» dell’ex coniuge richiedente o delle effettive possibilità «di procurarseli», vale a dire della “indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso – comporta altresì che, in carenza di ragioni di «solidarietà economica», l’eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in una locupletazione illegittima, in quanto fondata esclusivamente sul fatto della “mera preesistenza” di un rapporto matrimoniale ormai estinto, ed inoltre di durata tendenzialmente sine die: il discrimine tra «solidarietà economica» ed illegittima locupletazione sta, perciò, proprio nel giudizio sull’esistenza, o no, delle condizioni del diritto all’assegno, nella fase dell’an debeatur.

Tali precisazioni preliminari si rendono necessarie, perché non di rado è dato rilevare nei provvedimenti giurisdizionali aventi ad oggetto l’assegno di divorzio una indebita commistione tra le due “fasi” del giudizio e tra i relativi accertamenti che, essendo invece pertinenti esclusivamente all’una o all’altra fase, debbono per ciò stesso essere effettuati secondo l’ordine progressivo normativamente stabilito.»

Ci si permette di ricordare come il termine “locupletazione” significhi arricchimento, spesso a danno di altri.

«l’eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in una locupletazione illegittima, in quanto fondata esclusivamente sul fatto della “mera preesistenza” di un rapporto matrimoniale ormai estinto, ed inoltre di durata tendenzialmente sine die»

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Di seguito riportiamo una raccolta di titoli di sentenze di cassazione, classificate per tipologia di problema.

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Di questi giorni è uscita una nuova sentenza del Tribunale di Roma, sent. n. 12899/17 del 23.06.2017, che rifinisce ancor meglio il nuovo orientamento giurisprudenziale in materia.

Mantenimento: la moglie deve dimostrare di non potersi mantenere.

«Per ottenere l’assegno di divorzio è l’ex moglie che deve dimostrare la non indipendenza economica e di aver fatto di tutto per trovare un lavoro.

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Se, durante la causa di divorzio, l’ex moglie non riesce a dimostrare la propria incapacità a mantenersi da sola perde l’assegno di mantenimento. È sul coniuge più debole economicamente che ricade infatti l’onere della prova della cosiddetta «non indipendenza economica». È quanto chiarito dal Tribunale di Roma con una recente sentenza. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire quale importante chiarimento fornisce la pronuncia in oggetto in tema di mantenimento.

Come ormai a tutti noto, la Cassazione ha riscritto le regole sulla quantificazione dell’assegno di divorzio: non più una misura volta a garantire all’ex col reddito più basso lo stesso «tenore di vita» che aveva quando era ancora sposato, ma solo a consentirgli il sostentamento, ossia l’indipendenza economica. Chi quindi accampa pretese economiche nei confronti dell’ex coniuge deve dimostrare di non potersi mantenere da solo. Se questi, al contrario, dovesse risultare ancora in grado di provvedere a se stesso non ha più diritto all’assegno di mantenimento. È il caso, ad esempio, di chi è nelle condizioni (fisiche, d’età, di formazione e d’esperienza) di trovarsi un lavoro o perché percepisce redditi da altre fonti (ad esempio: uno stipendio di almeno mille euro al mese, l’affitto di un immobile, gli aiuti dai genitori, la disponibilità di un tetto dove andare a dormire, ecc.).

A questo punto si è posto il problema: chi deve dimostrare l’autosufficienza economica della moglie? In altre parole:

– è la moglie a dover provare, al giudice, di non essere in grado di mantenersi per poter sperare nell’assegno di divorzio

– o è invece il marito a dover dare dimostrazione che la moglie è indipendente economicamente?

Secondo il Tribunale di Roma è più corretta la prima soluzione. La donna deve dimostrare di essersi attivata per reperire un lavoro consono all’esperienza professionale maturata e al titolo di studi conseguiti. Non può limitarsi a semplici prove generiche e non circostanziate. Deve inoltre dimostrare di essere nell’impossibilità – per impedimento fisico o altro – di svolgere qualsiasi attività lavorativa. Se dovesse limitarsi a dedurre di aver svolto incarichi occasionali non avrebbe sufficientemente provato quanto sopra e perderebbe il diritto all’assegno di divorzio. Peraltro la scelta di trasferirsi presso la casa dei genitori è, anzi, dimostrazione di avere una ulteriore disponibilità economica derivante dagli aiuti di questi ultimi e dalla disponibilità di un domicilio gratuito. Risultato: se l’ex moglie non dimostra la propria «non indipendenza economica» il giudice non può riconoscerle l’assegno di mantenimento.

Deve essere rigettata la domanda di assegno divorzile sulla base del più recente orientamento della giurisprudenza di legittimità inaugurato con la sentenza 11504/17, tenuto conto degli indici costitutivi del parametro dell’indipendenza economica enucleati dalla Suprema corte, indici che operano in via concorrenziale e non già alternativa, quale ad esempio la possibilità di usufruire gratuitamente di un’abitazione e, soprattutto, del mancato assolvimento da parte del richiedente dell’onere probatorio della non indipendenza economica.

È allora escluso il contributo economico a carico dell’ex marito in favore della donna in età lavorativa che risulta disoccupata e lascia una città per tornare al sud in una città svantaggiata dove scarseggiano le occasioni di lavoro: si tratta di una decisione unilaterale le cui conseguenze non possono che ricadere su chi ha fatto questa scelta di vita.»

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Ovviamente, ogni caso giudiziario è un caso a sé stante e spetta al Giudice decidere il da farsi. Se ciò non fosse, il ricorso al Tribunal sarebbe del tutto inutile.

Tuttavia, il ribaltamento delle posizioni giuridiche in materia di assegno divorzile di mantenimento sembrerebbe essere un dato oramai, anche se faticosamente, acquisito.

Due considerazioni.

In primo luogo, ogni persona dovrebbe essere responsabile delle proprie azioni, trarne e subirne le conseguenze. Il coniuge che voglia separarsi ed abbandoni quindi sponte sua il tetto coniugale, ed a cui il tribunale non riconosca un giusta causa, dovrebbe aver ben presente di dover lavorare per vivere.

In secondo luogo, la non percezione dell’assegno divorzile preclude il godimento della pensione di reversibilità al momento della morte dell’ex-coniuge che lo erogava. Per l’Inps questo nuovo orientamento giurisprudenziale è una manna dal Cielo.


Sole 24 Ore. 2017-05-22. Divorzio, ecco le mosse per ridurre l’assegno all’ex

Partono le richieste di revisione dell’assegno di divorzio dopo la sentenza della Cassazione 11504 del 10 maggio scorso (relativa al divorzio tra l’ex ministro Vittorio Grilli e Lisa Lowenstein), che ha mandato in soffitta il criterio della «conservazione del tenore di vita» per sostituirlo con quello dell’«indipendenza economica».

Ma è davvero così semplice ora, per il coniuge obbligato, ottenere la revoca o la riduzione dell’assegno di divorzio? Non proprio. La sentenza della Cassazione, nei fatti, rende meno scontato il riconoscimento del mensile perché lo subordina solo alla mancanza di mezzi adeguati e all’impossibilità di procurarseli (articolo 5, comma 6, della legge 898/70), sganciandolo dal «tenore di vita durante il matrimonio» che, tra l’altro, la legge sul divorzio non cita. Chi vuole agire per la revoca, quindi, deve provare che l’ex coniuge può mantenersi da sé o che potrebbe attivarsi in tal senso.

Una guida per decidere come muoversi, oltre che dalla recente sentenza, deriva dalla giurisprudenza degli ultimi anni. I giudici hanno infatti individuato alcuni casi in cui l’assegno può essere revocato o ridotto.

La sentenza del 10 maggio ha indicato quattro punti da tenere in considerazione per valutare l’autosufficienza dell’ex: i redditi di qualsiasi specie; i cespiti patrimoniali immobiliari e mobiliari; la capacità e la possibilità effettive di lavoro personale; la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Assegno divorzile, ecco cosa cambia dopo la sentenza della Cassazione

Per convincere il giudice a revocare l’assegno, dunque, il divorziato potrà tentare di documentare il possesso, da parte dell’altro, di redditi o beni. Ma, se questi mancano, la partita si fa più complessa: non è semplice provare la capacità al lavoro del beneficiario o le concrete chance di trovarne uno. Dall’altra parte, per chi teme di perdere l’assegno, è consigliabile archiviare domande di lavoro, annunci o iscrizioni al collocamento, che attestino la buona volontà di rendersi indipendenti. Anche se la stessa Cassazione con sentenza 11538 dell’11 maggio scorso ha chiarito che a chi percepisce l’assegno non si può chiedere la prova dell’impossibilità di trovare lavoro, soprattutto se la non indipendenza si desume anche da altri fattori.

Finora, la giurisprudenza ha cancellato l’assegno divorzile, anche a prescindere dall’esistenza di «mezzi adeguati» per vivere, se il beneficiario ha avviato una stabile convivenza con un altro (Cassazione, 25528/2016), perché il divorziato rescinde così ogni legame con la vita precedente. Non solo: l’assegno è stato revocato anche in un caso in cui non è stata provata la natura amorosa del nuovo legame del beneficiario (Cassazione, 6009/2017). Secondo i giudici, inoltre, può ottenere la cancellazione dell’assegno anche l’obbligato benestante, se lo suggeriscono le altre condizioni previste dalla legge (Tribunale di Roma, 8 gennaio 2016), ma non basta la condizione di disoccupazione dell’obbligato, se ha altre fonti di reddito (Cassazione, ordinanza 10099/2016).

Fin qui la revoca. Nella partita sulla riduzione dell’assegno entrano invece gli altri criteri, da valutare in base alla durata del rapporto, dettati sempre dall’articolo 5, comma 6, della legge sul divorzio: condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o comune e redditi. Ecco come li ha applicati finora la giurisprudenza.

I giudici hanno ridotto l’assegno alla divorziata che, tornando a vivere dai suoi, ha migliorato le condizioni di vita, mentre il coniuge ha perso il lavoro (Cassazione, 10787/2017). Cifra ribassata anche per la titolare di una modesta pensione sociale (Cassazione, 18092/16). E l’importo da pagare è stato ridotto anche per l’obbligato che ha avuto un figlio dalla nuova compagna e che quindi deve affrontare nuove spese (Cassazione 14521/2015). Infine, anche il crollo professionale dell’obbligato può essere un elemento che motiva la riduzione dell’assegno (Cassazione, 21670/2014), ma non se è avvenuto per sue scelte azzardate (Cassazione 14143/2014).

Divorzio, al via le battaglie per rivedere gli accordi patrimoniali

IN SINTESI I CRITERI STABILITI DAI GIUDICI

SI ALLA REVOCA:

  • il coniuge coabita con un altro partner, anche se manca la prova che tra i due vi sia, effettivamente, una convivenza more uxorio, apparendo legati, in società, solo da un’«affettuosa amicizia» (Cassazione, ordinanza 6009 dell’8 marzo 2017);

    • il coniuge tenuto a pagare l’assegno ha consistenti disponibilità economiche e personalità discutibile, ma vengono comunque utilizzati (senza limiti) i criteri di legge per la riduzione (fino all’azzeramento) dell’assegno: condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, durata del matrimonio, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno o comune (Tribunale di Roma, sentenza dell’8 gennaio 2016)

NO ALLA REVOCA:

  • il coniuge tenuto a pagare l’assegno è disoccupato e l’ex moglie lavora, ma l’uomo possiede molti immobili che gli consentono di mantenere un significativo standard di vita, mentre l’ex moglie svolge lavori umili e malretribuiti (Cassazione, ordinanza 10099 del 17 maggio 2016);

  • gli ex hanno mantenuto in comproprietà la casa coniugale, che non produce reddito valutabile ai fini dell’assegno (Cassazione, ordinanza 8158 del 22 aprile 2016);

  • il coniuge beneficiario dell’assegno è lavoratore saltuario e “in nero” (Cassazione, ordinanza 4175 del 2 marzo 2016)

SI ALLA RIDUZIONE:

  • l’ex moglie se è tornata a vivere dai genitori e per questo non ha subito un peggioramento delle condizioni di vita e l’ex marito, obbligato a versarle il mensile, ha perso il lavoro e ha difficoltà ad adempiere l’obbligazione (Cassazione, ordinanza 10787 del 3 maggio 2017);

  • all’ex moglie viene riconosciuta la pensione sociale. Il fatto che la beneficiaria possa contare su un reddito fisso, seppur modesto, è motivo per un nuovo vaglio delle condizioni economiche delle parti (Cassazione, sentenza 18092 del 15 luglio 2016);

  • l’ex coniuge tenuto a pagare l’assegno ha un figlio dalla nuova compagna. Va disposto – dovendosi soppesare i diritti acquisiti con le esigenze del nuovo nucleo familiare (Cassazione, sentenza 11438/2014) – il riesame delle condizioni economiche degli ex coniugi (Cassazione, ordinanza 14521 del 10 luglio 2015);

  • l’ex tenuto a pagare l’assegno ha perso il lavoro (Cassazione, ordinanza 21670 del 14 ottobre 2014)

NO ALLA RIDUZIONE:

  • le difficoltà economiche dell’obbligato sono state causate dalle sue scelte poco oculate, come un acquisto immobiliare inopportuno. Peraltro, l’ammontare dei redditi dell’ex coniuge, raggiunto da un accertamento di evasione fiscale, era presumibilmente superiore a quanto dichiarato (Cassazione, ordinanza 14143 del 20 giugno 2014).

SI ALL’AUMENTO:

  • la richiesta è motivata solo dalla crescita dei figli e dal mutare dei loro bisogni. Per far salire l’importo si esige una valutazione di quanto, concretamente, occorra ai figli, da parametrarsi all’aggiornata situazione economica dei genitori (Cassazione, ordinanza 8151 del 22 aprile 2016);

  • la domanda è basata sull’incremento delle spese derivanti dal trasferimento dei figli in una facoltà fuori sede, ma i figli stessi hanno redditi saltuari, derivanti da borse di studio e lavori estivi o collaterali allo studio (Cassazione, ordinanza 439 del 14 gennaio 2016);

  • l’ex marito riceve una cospicua eredità; i giudici aumentano l’assegno per i figli ma non quello per l’ex moglie (Tribunale di Roma, sentenza 581 del 2015)

NO ALL’AUMENTO:

  • l’ex coniuge, oltre a lavorare in un’impresa affermata e a disporre di una sua casa, si dedica a passatempi costosi, come la caccia e la guida di auto potenti, mentre l’ex moglie, malata, è lavoratrice saltuaria nel settore agricolo (Cassazione, ordinanza 2574 del 10 febbraio 2015);

  • l’assegno è l’unica entrata della ex coniuge beneficiaria che, per età, non è più idonea a iniziare a lavorare (Cassazione, sentenza 19000 del 10 settembre 2014)

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