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La vera Storia delle Crociate. – Dima Unige.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-06-16.

Istanbul 004

Bazzicando per i siti universitari ci si è imbattuti in quello del Dipartimento di Matematica dell’Università di Genova. Gente tosta, gran bei curricula.

Il 21 giugno ospiteranno per dei seminari il prof. John Baez, University of California at Riverside, un nome celebre nell’ambiente.

*

Ma girando e rigirando che mai vi si trova?

Un bel regalo: la storia della Crociate.

Prima di leggerla, sarebbe suggeribile entrare nel clima sentendosi questo pezzo:

Fabrizio De André – “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”

Un grazie di cuore ai matematici genovesi.


LA BALLATA DEL PRODE ANSELMO

Da: Ricordi di gioventù 1847-1860, di Giovanni Visconti Venosta, edizioni Rizzoli

Sulla fine di quell’autunno scrissi uno scherzo poetico, al quale non è mancata una certa notorietà e che rammenterò qui seguendo l’ordine cronologico della mia narrazione.

Eravamo vicini alla riapertura delle scuole, e un giorno una buona donna, che abitava presso la nostra casa di Tirano, venne da me conducendo un suo figliuolo che era scolare di ginnasio, credo a Como. La madre mi disse che quel suo figliuolo era tutto mortificato, perché non gli era riuscito di fare uno dei compiti autunnali datigli dal professore: veramente lo aveva principiato, ma non aveva saputo andare innanzi.

Il ragazzo quasi piangeva, e io, lasciandomi intenerire, mi offersi di finirgli quel disgraziato compito. Trattavasi d’una poesia, il cui argomento, scelto tra i molti che correvano per le scuole a quei tempi, era: La partenza del Crociato per la Palestina.

Lo scolaretto aveva cominciata la sua poesia così:

Passa un giorno, passa l’altro

Mai non torna il nostro Anselmo,

Perché egli era molto scaltro

Andò in guerra e mise l’elmo…

Qui s’era fermato. Nel leggere quei versi mi balenò una tentazione cattiva, ma irresistibile; dissi alla madre e al figlio che ritornassero il giorno dopo, e che la poesia l’avrei finita io. Corsi nel mio studio, ripetei quei quattro versi declamandoli, e il seguito venne da sé.

LA BALLATA DEL PRODE ANSELMO

 

Passa un giorno, passa l’altro

Mai non torna il prode Anselmo,

Perché egli era molto scaltro

Andò in guerra e mise l’elmo…

 

Mise l’elmo sulla testa

Per non farsi troppo mal

E partì la lancia in resta

A cavallo d’un caval.

 

La sua bella che abbracciollo

Gli dié un bacio e disse: Va!

E poneagli ad armacollo

La fiaschetta del mistrà.

 

Poi, donatogli un anello

Sacro pegno di sua fe’,

Gli metteva nel fardello

Fin le pezze per i pié.

 

Fu alle nove di mattina

Che l’Anselmo uscia bel, bel,

Per andar in Palestina

A conquidere l’Avel.

 

Né per vie ferrate andava

Come in oggi col vapor,

A quei tempi si ferrava

Non la via ma il viaggiator,

 

La cravatta in fer battuto

E in ottone avea il gilé,

Ei viaggiava, è ver, seduto

Ma il cavallo andava a pié,

 

Da quel dì non fe’ che andare.

Andar sempre, andare, andar…

Quando a pié d’un casolare

Vide un lago, ed era il mar!

 

Sospettollo… e impensierito

Saviamente si fermò.

Poi chinossi, e con un dito

A buon conto l’assaggiò.

 

Come fu sul bastimento,

Ben gli venne il mal di mar

Ma l’Anselmo in un momento

Mise fuori il desinar.

 

La città di Costantino
nello scorgerlo tremò
brandir volle il bicchierino
ma il Corano lo vietò.

 

Il Sultano in tal frangente

Mandò il palo ad aguzzar,

Ma l’Anselmo previdente

Fin le brache avea d’acciar.

 

Pipe, sciabole, tappeti,

Mezze lune, jatagan

Odalische, minareti

Già imballati avea il Sultan.

 

Quando presso ai Salamini

Sete ria incominciò

E l’Anselmo coi più fini

Prese l’elmo, e a bere andò.

 

Ma nell’elmo, il crederete?

C’era in fondo un forellin

E in tre dì morì di sete

Senza accorgersi il tapin

 

Passa un giorno, passa l’altro

Mai non torna il guerrier

Perché egli era molto scaltro

Andò in guerra col cimier.

 

Col cimiero sulla testa,

Ma sul fondo non guardò

E così gli avvenne questa

Che mai più non ritornò.

Il giorno dopo, quando la madre e il figlio ritornarono il delitto era consumato. Ascoltai senza rimorso le parole della loro riconoscenza, e consegnai il foglio. Passati alcuni mesi, mentre facevo un esame di laurea all’Università di Pavia, osservai che i professori mi guardavano con una certa curiosità, parlando piano tra loro, e ridendo. Finito l’esame, uno di essi mi accompagnò dicendomi: Dunque.. passa un giorno passa l’altro… è lei l’autore della Ballata?

Allora, in bel modo, lo interrogai anch’io alla mia volta, e seppi che aveva avuto il mio Crociato da un suo amico professore a Como; forse il professore di quel famoso studente.

Da quel giorno il Crociato peregrinò lungamente a mia insaputa, e me lo trovai dinanzi ogni momento, ora diminuito, ora accresciuto, e spesso spropositato.

 

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