Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Sistemi Economici

Unimpresa. In nove anni 960 miliardi dalle manovre dei vari governi.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-22.

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Il Centro Studi di Unimpresa ha rilasciato il Report Conti pubblici: Unimpresa, in 9 anni di crisi manovre da 960 miliardi di euro.

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Cerchiamo di fare chiarezza, nei limiti del possibile, anche a costo di essere alquanto tranchant.

Per uscire da una crisi economica sarebbero necessari alcuni fattori concomitanti:

– Fiducia nello stato, nelle istituzioni, nella società in senso lato;

– Disporre di capitali da investire in un qualche settore produttivo;

– Trovare l’investimento nel comparto produttivo più vantaggioso di quello fatto nel settore finanziario;

– Avere infine la volontà e la capacità di investire e produrre.

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Non dovrebbero servire grandi commenti.

La ricchezza di una nazione può essere nelle mani dei privati oppure in quelle dello stato, con tutte le sfumature del caso di ripartizione percentuale. Non è necessario che lo stato ne disponga in proprio: è sufficiente che abbia messo leggi, regole e normative che ne modulino ovvero nei imbriglino l’uso secondo i suoi criteri informatori.

Se lo stato non consente al privato, figura giuridica oppure fisica, di guadagnare ed arricchirsi, nessuno avrà mai mezzi e disponibilità per poter imprendere alcunché. In altri termini, l’imposizione fiscale dovrebbe posizionarsi ad un livello tale da non essere di impedimento all’arricchimento.

Nel corso degli ultimi due secoli in Europa ha prevalso la visione giacobina, assorbita in toto da Hegel ed epigoni, che la ricchezza individuale fosse un “furto” perpetrato nei confronti della società. La ricchezza è stata perseguitata e demonizzata in nome dell’ideologia che la condannava senza appello.

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È inutile sforzarsi a trovare soluzioni fantasiose all’attuale crisi: sarebbe mandatorio rigettare questa perniciosa ideologia ed abbassare in modo consistente la pressione fiscale.

Senza mutamento della Weltanschauung non si andrà da nessuna parte. Non a caso stiamo assistendo in tutto il mondo alla devoluzione dell’ideologia socialista: si è dimostrata essere condizione di freno piuttosto che di sviluppo. Un partito socialista francese al’8% dovrebbe ben dare da pensare a quanti volessero farlo.

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Il report è molto chiaro e non necessita di grandi commenti.

Poniamo soltanto una domanda.

Se questi 960 miliardi di euro esatti tramite manovre di ogni genere e sorta fossero stati investiti nel settore produttivo, quanto avrebbero prodotto?

L’Italia sarebbe non solo ben fuori dall’attuale crisi, ma sarebbe anche prospera.

Nota.

Poi non ci si lamenti se oltre la metà delle società quotate in borsa sia stato acquisito da stranieri.


Adnk. 2017-05-22. In 9 anni manovre da quasi 1000 mld. Fisco italiano peggiore d’Europa

Negli ultimi 9 anni sono state varate manovre sui conti pubblici per complessivi 960 miliardi di euro. Si tratta di risorse finanziarie sparse in 52 provvedimenti normativi e 1.099 nuove voci di entrate nelle finanze statali e locali. Questi i risultati principali di una ricerca del Centro studi di Unimpresa, che ha incrociato gli effetti di tutti le misure di spesa e di entrata approvate tra il 2008 e il 2017. Secondo la ricerca, l’indebitamento netto è cresciuto di 175 miliardi, con il fisco italiano che continua a essere il peggiore d’Europa.

L’analisi dell’associazione, basata su dati della Corte dei Conti, del Tesoro e dell’Ocse, si focalizza sul confronto internazionale e in particolare sui problemi del sistema tributario italiano. L’economia sommersa in Italia è pari al 21,1% del prodotto interno lordo rispetto alla media dell’Unione europea del 14,4%. L’evasione complessiva in Italia è al 24% del pil, mentre la media europea è inferiore al 20%. In particolare, l’evasione dell’Imposta sul valore aggiunto (Iva) ha raggiunto la quota del 30,2% (sempre rispetto al pil), da confrontare col 17% della media europea. Il tasso di riscossione è pari ad appena l’1,13%, molto meno rispetto al 17,1% medio in questo caso dei Paesi Ocse.

Quanto alla pressione fiscale complessiva, continua la ricerca, tenendo conto sia del carico tributario sia di quello contributivo, il tasso in Italia raggiunge il 64,8% rispetto al 40,6% del livello medio riscontrato in Europa. Anche dal punto di vista del lavoratore, il confronto è impietoso: il cuneo fiscale è pari in Italia al 49% mentre in Ue non arriva al 39%: si tratta della differenza fra il costo del lavoro a carico dell’imprenditore e la busta paga netta. I costi della burocrazia, parametrati sugli obblighi fiscali, sono pari a 269 giorni lavorativi in Italia e a 173 giorni in media in Ue.

“Sono state fatte tante scelte sbagliate, negli ultimi anni. La crisi avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per ridurre finalmente e definitivamente le tasse sia quelle a carico delle famiglie sia quelle a carico delle imprese” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. “Purtroppo – continua – tutti i governi che si sono succeduti hanno preferito insistere e spingere sulla leva fiscale, aumentando anche le voci di spesa”.


Unimpresa. 2017-05-21. Conti pubblici: Unimpresa, in 9 anni di crisi manovre da 960 miliardi di euro

Negli ultimi 9 anni sono state varate manovre sui conti pubblici per complessivi 960 miliardi di euro. Si tratta di risorse finanziarie sparse in 52 provvedimenti normativi e 1.099 nuove voci di entrate nelle finanze statali e locali. Questi i risultati principali di una ricerca del Centro studi di Unimpresa, che ha incrociato gli effetti di tutti le misure di spesa e di entrata approvate tra il 2008 e il 2017. Secondo la ricerca, l’indebitamento netto è cresciuto di 175 miliardi, con il fisco italiano che continua a essere il peggiore d’Europa.

L’analisi dell’associazione, poi – basata su dati della Corte dei conti, del Tesoro e dell’Ocse – si focalizza sul confronto internazionale e in particolare sui problemi del sistema tributario italiano. L’economia sommersa in Italia è pari al 21,1% del prodotto interno lordo rispetto alla media dell’Unione europea del 14,4%. L’evasione complessiva in Italia è al 24% del pil, mentre la media europea è inferiore al 20%. In particolare, l’evasione dell’Imposta sul valore aggiunto (Iva) ha raggiunto la quota del 30,2% (sempre rispetto al pil), da confrontare col 17% della media europea. Il tasso di riscossione è pari ad appena l’1,13%, molto meno rispetto al 17,1% medio in questo caso dei Paesi Ocse. Quanto alla pressione fiscale complessiva, tenendo conti sia del carico tributario sia di quello contributivo, il tasso in Italia raggiunge il 64,8% rispetto al 40,6% del livello medio riscontrato in Europa. Anche dal punto di vista del lavoratore, il confronto è impietoso: il cuneo fiscale è pari in Italia al 49% mentre in Ue non arriva al 39%: si tratta della differenza fra il costo del lavoro a carico dell’imprenditore e la busta paga netta. I costi della burocrazia, parametrati sugli obblighi fiscali, sono pari a 269 giorni lavorativi in italia e a 173 giorni in media in Ue.

“Sono stata fatte tante scelte sbagliate, negli ultimi anni. La crisi avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per ridurre finalmente e definitivamente le tasse sia quelle a carico delle famiglie sia quelle a carico delle imprese” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. “Purtroppo – continua Pucci – tutti i governi che si sono succeduti hanno preferito insistere e spingere sulla leva fiscale, aumentando anche le voci di spesa”.

Le tasse continueranno a crescere anche nei prossimi anni. le entrate pubbliche sfonderanno il muro degli 800 miliardi nel 2018. Si va incontro, infatti, a una stangata fiscale da quasi 80 miliardi di euro tra il 2017 e il 2020. Nei prossimi quattro anni le tasse saliranno di 77,3 miliardi: dai 788 miliardi del 2016, quest’anno si arriverà a 799 miliardi per poi salire progressivamente fino agli 865 miliardi del 2020, con una impennata complessiva del 9,81%. “I numeri dicono sempre la verità e smascherano le prese in giro del governo, delle quali siamo ormai stufi” conclude Pucci.

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