Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Macron. Quelli che lo applaudivano ora iniziano a piangere. Stop al deficit.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-20.

Pecore. Gregge. 006

Il gregge di pecoroni belanti che avevano inneggiato la vittoria di Mr Macron sta iniziando a razionalizzare che sembrerebbe essere caduto dalla padella nella brace.

Mr Macron è un pratico, un empirista, non nutre ideologie: è il mandatario degli interessi della Banca Rothschild, mica della gente comune. Deve far guadagnare la banca, mica attuare una qualche ideologia. Tanto al gregge dei pecoroni basta sbandierare uno straccio che subito si affretta a seguirlo.

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Per quanto riguarda noi italiani molti sarebbero gli argomenti amari, ma uno lo è più degli altri.

Debito pubblico a 2,260 mld. Che se lo paghino quegli stramaledetti figli.

Il debito sovrano è salito a 2,260 miliardi e non accenna certo a fermarsi. Nel contempo, il prodotto interno lordo stagna: quindi, il rapporto debito/pil non può fare altro che crescere.

Al di là dei contorsionismi espressivi, lo stato italiano si alimenta di debito, che persegue con la frenesia del cocainomane in crisi di astinenza.

Ma adesso sembrerebbe si sia arrivati al capolinea.

Contrordine, compagni: per decenni si era detto che il deficit di bilancio stimola l’economia, che il debito sovrano è irrilevante, e cose del genere. Bene: erano tutte fanfaluche.

«Sgomberiamo subito il campo dalle due ipotesi non percorribili. La prima è quella del M5S e della Lega che si possa restare in Europa riprendendoci la sovranità monetaria e ritornando alla lira. …. dall’euro non si può uscire senza sopportare costi economici e sociali stratosferici (qualcuno in casa nostra continua a scrivere che sarebbe facile, ma non sa dire come)»

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«La seconda ipotesi senza fondamento è che esistano in Europa due linee percorribili di politica economica, una centrata sull’austerità tedesca e l’altra sulle politiche della crescita promosse dai Paesi del Sud – di cui l’Italia sarebbe il portabandiera – e che ora sia il tempo di un nuovo compromesso tra le due linee»

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«Non può reggere perché alla fine quelle politiche non danno crescita e portano il Paese che le applica a sbattere contro il muro dell’insostenibilità del debito pubblico, inevitabilmente sanzionato dai mercati.»

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Per chiudere in deficit ed aumentare il debito pubblico serve solo una cosa: che ci siano acquirenti per i nuovi titoli di stato emessi. Da settembre l’Ecb inizierà a ridurre gli acquisti: poi, in tempi finiti, li interromperà.

Non è mera questione di interesse corrisposto: al di là di un certo rapporto debito/pil il mercato non ne vuole sapere di acquistarli. E per di più, non si fida di eventuali garanzie, che nessuno in realtà potrebbe dare.

Lasciamo pure passare il settembre, data in cui si dovrebbero chiudere le tornate elettorali in Europa con le elezioni politiche tedesche: poi si inizieranno a vedere i sorci verdi, ed anche quelli viola a pois gialli.

L’Italia dovrà ridurre le spese pubbliche di circa cento miliardi l’anno.

Sorci verdi? Sorci viola a pois gialli?

No, amici miei. Lacrime e sangue.


Sole 24 Ore. 2017-05-17. Nell’Europa di Macron non c’è più spazio per i deficit

La vittoria di Macron riaccende anche in Italia il dibattito sulla moneta unica, che proseguiva su questo giornale già da qualche settimana, e lo colloca in una prospettiva nuova. Perché si profilano iniziative congiunte franco-tedesche per riprendere la strada dell’Unione economica e monetaria.

Sgomberiamo subito il campo dalle due ipotesi non percorribili. La prima è quella del M5S e della Lega che si possa restare in Europa riprendendoci la sovranità monetaria e ritornando alla lira. Il premio Nobel Joseph Stiglitz aveva argomentato che fosse possibile, nel suo libro sull’euro pubblicato l’anno scorso; ma poi ha vergognosamente ritrattato, sottoscrivendo il manifesto pro-Macron firmato da 25 premi Nobel, pubblicato su «Le Monde» il 18 aprile scorso, che si apre con la straordinaria diffida contro chiunque cerchi di utilizzare gli scritti dei firmatari contro l’euro (trasparente il riferimento proprio a Stiglitz e al suo collega Paul Krugman).

Il manifesto prosegue affermando che dall’euro non si può uscire senza sopportare costi economici e sociali stratosferici (qualcuno in casa nostra continua a scrivere che sarebbe facile, ma non sa dire come). Non v’è dubbio, comunque, che uscire dall’euro vorrebbe dire uscire dall’Unione, portando la piccola Italia a navigare da sola nelle acque molto tempestose del mondo globale, oltre a perdere l’accesso al mercato interno europeo, principale mercato di sbocco delle nostre esportazioni.

La seconda ipotesi senza fondamento è che esistano in Europa due linee percorribili di politica economica, una centrata sull’austerità tedesca e l’altra sulle politiche della crescita promosse dai Paesi del Sud – di cui l’Italia sarebbe il portabandiera – e che ora sia il tempo di un nuovo compromesso tra le due linee. Questa tesi non regge perché non regge il suo assunto fondamentale, e cioè che esista un percorso alternativo – fatto di politiche redistributive e di disavanzi pubblici – alla crescita e al rientro del debito pubblico. Non può reggere perché alla fine quelle politiche non danno crescita e portano il Paese che le applica a sbattere contro il muro dell’insostenibilità del debito pubblico, inevitabilmente sanzionato dai mercati. Presentarle come espressione di un diverso interesse è solo una futile copertura a politiche instabili; non a torto i tedeschi sospettano che si miri a presentarne il conto proprio a loro. È una tesi che porta l’Italia fuori dal concerto che sta ripartendo tra la Francia e la Germania. Non a caso, Macron si presenta a Berlino promettendo di riformare finalmente l’economia francese prima di ogni iniziativa comune sulla governance dell’area euro.

Quali dunque i temi della ripresa del dialogo franco tedesco. La strada è quella indicata nel Rapporto dei Cinque Presidenti nel luglio del 2015: convergenza economica e riforme strutturali come condizioni preliminari e dirimenti per il completamento dell’unione bancaria e per la graduale evoluzione verso un’unione fiscale. E poi, un piano di investimenti europei per le infrastrutture e l’innovazione.

Per l’Unione bancaria, il vero ostacolo resta lo stato del sistema bancario italiano, sulla cui stabilità pesano troppi crediti deteriorati e troppi titoli del debito pubblico nazionale. Il timore a Berlino come a Parigi è che uno shock finanziario idiosincratico – se ad esempio l’instabilità politica rendesse impossibile approvare una legge di bilancio credibile – possa rimettere in moto il diabolico circolo vizioso tra crisi del debito e crisi bancaria. I tedeschi ci chiedono da tempo di aprire un dialogo sulla riduzione di questi rischi e di certo troveranno in questo la comprensione francese. Il completamento dell’unione bancaria, con annesso sistema di assicurazione dei depositi, aprirebbe la strada anche all’unione dei mercati finanziari, dunque all’afflusso verso di noi di ingenti capitali oggi inutilizzati nelle economie europee in avanzo strutturale di bilancia dei pagamenti.

Poi c’è la questione di un forte rilancio dell’investimento. Qui sta una vera differenza di filosofia tra la Francia e la Germania, portata in piena luce da un bellissimo volume pubblicato l’anno scorso da Brunnermeier, James e Landau (uscirà in questi giorni da Egea, Università Bocconi con il titolo La battaglia delle idee). I tedeschi pensano che l’economia si regoli da sola all’interno di un solido quadro istituzionale; i francesi ritengono – non a torto – che serva anche l’intervento pubblico discrezionale per aumentare il volume e allungare l’orizzonte temporale degli investimenti. Quel che finora è mancato in questa discussione è la percezione che gli investimenti privati possono ripartire di slancio solo se si accetta di aprire allo stesso tempo il mercato dei grandi servizi a rete – trasporti, telecom, energia, tecnologie Ict – e più in generale l’intero comparto dei servizi. È qui che si è accumulato il grande ritardo di produttività dagli Stati Uniti, da qui occorre partire per colmarlo. Su questo si dovranno muovere sia i tedeschi, sia i francesi.

Infine, servono elementi di unione fiscale – una capacità fiscale dell’eurozona – per condividere i rischi finanziari di shock idiosincratici (sulle banche come sui debiti sovrani) e per dotare l’Unione di un meccanismo di stabilizzazione anticiclica (c’è già qui una buona proposta italiana). Su questo, però, l’esperienza dei sistemi federali non lascia adito a dubbi: un bilancio federale capace di aiutare a sopportare gli shock e a condividere i rischi richiede vincoli ferrei di equilibrio per i bilanci sub-federali. È questa l’esperienza univoca sia della Germania e della Svizzera in Europa, sia degli Stati Uniti. Prima ci convinciamo, meglio è.

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