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In Italia ci sarebbero quattro milioni di posti di lavoro scoperti.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-20.

Fachhochschulen

Chiariamo immediatamente un aspetto a quanto sembrerebbe sarebbe ben poco chiaro e fonte di equivoci non indifferenti.

Consideriamo quale esempio la Germania, ma il discorso potrebbe essere facilmente esteso alla maggior parte dei paesi occidentali.

Traiamo dal Deutscher Akademischer Austauschdienst.

«Il sistema universitario tedesco.

Anche la Germania partecipa al cosiddetto Processo di Bologna, teso a riformare i differenti sistemi universitari europei, di modo che risultino il più possibile armonizzati e uniformati tra di loro. Questo progetto prevede la suddivisione degli studi superiori in tre cicli:

Laurea triennale, in Germania chiamata Bachelor

Laurea magistrale/specialistica, in Germania chiamata Master

Dottorato di ricerca, in Germania chiamato Promotion

In Germania sono talvolta presenti, accanto a master consecutivi biennali, anche master di perfezionamento, rivolti principalmente a coloro che – durante il lavoro – vogliono specializzarsi in un determinato ambito. Questi corsi sono caratterizzati da periodi di presenza, ai quali si alternano dei moduli online.  La suddivisione in Bachelor e Master prevede però, in Germania così come in altri paesi, delle eccezioni, in particolare in tutti quei casi in cui i corsi di laurea richiedono un esame di stato (Staatsexamen) per l’esercizio della professione (es. medicina, farmacia, giurisprudenza). In questi casi il corso di laurea rimane a ciclo unico e dura 5-6 anni.

L’anno accademico è diviso in due semestri, quello cosiddetto invernale (Wintersemester) e quello cosiddetto estivo (Sommersemester).

Sommersemester: da aprile a settembre (lezioni: da aprile a luglio)

Wintersemester: da ottobre a marzo (lezioni: da ottobre a febbraio)

Durante le cosiddette ferie semestrali non ci sono lezioni ma spesso esami.

Nelle Fachhochschulen (vedi sotto) i semestri e le lezioni cominciano circa un mese prima. In ogni caso, le date d’inizio/fine semestre e d’inizio/fine lezioni possono variare da un’università all’altra. Riferimenti precisi possono essere trovati sui siti internet e nelle segreterie delle singole università. Spesso per i nuovi studenti immatricolati vengono organizzati eventi informativi e presentazioni già una o più settimane prima dell’inizio delle lezioni.

A differenza dell’Italia, in molti corsi di studio lo studente può iscriversi all’università tanto nel semestre invernale quanto in quello estivo. La durata dei corsi di studio si calcola quindi in semestri e non in anni.

L’offerta universitaria è in Germania assai ampia e articolata. S’impernia, infatti, non solo su un numero elevato di atenei, ma anche su una notevole varietà di tipi di istituti universitari, cosa che non trova un vero e proprio analogo nel sistema italiano. Più in particolare, in Germania si possono trovare:

109 università (Universitäten)

191 istituti superiori di formazione professionale (Fachhochschulen)

55 istituti superiori di formazione artistica, cinematografica e musicale (Kunst-, Film- und Musikhochschulen)

Le università (Universitäten) rappresentano il posto giusto per coloro che sono interessati a uno studio principalmente teorico. Offrono una vasta scelta in termini di facoltà e corsi di studio; è forte anche la tendenza a puntare in modo sempre più deciso su una maggiore integrazione con le realtà del lavoro attraverso attività professionalizzanti (tirocini, ecc.). Alcune università si sono specializzate in determinati ambiti disciplinari: un esempio è rappresentato in questo senso dalle università tecniche, mediche e pedagogiche. Le università sono infine il posto giusto anche per coloro che desiderino fare un dottorato in Germania.

Gli istituti superiori di formazione professionale (Fachhochschulen), chiamati spesso anche università di scienze applicate (University of Applied Sciences), rappresentano la giusta soluzione per coloro che prediligono uno studio orientato alla prassi. Essi offrono una formazione fondata teoricamente e però diretta alle applicazioni concrete del mondo del lavoro. Nel percorso formativo sono previsti tirocini e semestri pratici obbligatori.

Gli istituti superiori di formazione artistica, cinematografica e musicale (Kunst-, Film- und Musikhochschulen) sono indicati per coloro che desiderano realizzare uno studio artistico o comunque creativo. Questi istituti offrono facoltà come arti figurative, design industriale e di moda, grafica, musica strumentale o canto. Negli istituti per i mezzi di comunicazione moderna vengono formati registi, operatori di ripresa, sceneggiatori e altre figure attive nel mondo del cinema e della televisione. Il presupposto per intraprendere simili percorsi di studio è il possesso di un certo talento artistico, che viene valutato attraverso specifici test. Per questo tipo di istituti, pertanto, valgono condizioni d’accesso del tutto particolari.»

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«A Fachhochschule, abbreviated FH, or University of Applied Sciences (UAS) is a German tertiary education institution, specializing in topical areas (e.g. engineering, technology or business).

Fachhochschulen were first founded in Germany, and were later adopted in Austria, Liechtenstein, Switzerland and Greece (where they are called TEI or Technological Educational Institutes). An increasing number of Fachhochschulen are abbreviated as Hochschule, the generic term in Germany for institutions awarding academic degrees in higher education, or expanded as Hochschule für angewandte Wissenschaften (HAW). Universities of Applied Sciences are primarily designed with a focus on teaching professional skills. Swiss law calls Fachhochschulen and Universitäten “separate but equal”.

Due to the Bologna process, Universitäten and Fachhochschulen award legally equivalent academic bachelor’s and master’s degrees. Fachhochschulen generally do not award doctoral degrees themselves. This, and the rule to only appoint professors with a professional career of at least three years outside the university system, remain the two major ways in which they differ from traditional universities. However, they may run doctoral programs where the degree itself is awarded by a partner institution» [Fonte]

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Circa il 70% dei laureati tedeschi ha conseguito il diploma passando attraverso le Fachhochschule, le quali scuole «award legally equivalent academic bachelor’s and master’s degrees».

Ma le Fachhochschulen corrispondono grosso modo agli istituti Professionali italiani, i quali non rilasciano per legge diplomi di laurea, ed assomigliano alle Fachhochschulen come una vecchia artritica assomiglia ad una ballerina del Crazy Horse.

Se è vero che in Germania le scuole professionali sono quasi invariabilmente di ottimo livello, non regalano nulla a nessuno, sono anche molto severe e formano personale di altissima preparazione, è altrettanto vero che i laureati provenienti dalle Fachhochschulen differiscono profondamente per preparazione da coloro che escono invece dalle università vere e proprie. Sono loro a formare il backbone della Germania.

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L’ignoranza di questa differenza nell’ordinamento scolastico porta spesso ad asserire che in Italia ci sarebbero troppo pochi laureati. Ma se si considerassero equivalenti ai laureati i nostri diplomati, allora il conteggio risulterebbe essere rovesciato.

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Fatta salva codesta premessa terminologica e metodologica, l’articolo riportato dalla Stampa contiene molti elementi di grande interesse, riscontrabili nella vita quotidiana.

La scuola inferiore e superiore italiana ha percorsi formativi che sembrano essere avulsi dal contesto sociale e produttivo nazionale ed europeo. Insegnano, poco e male, tutto ciò che non serve. Si pensi soltanto all’insegnamento delle lingue straniere.

I laureati escono con una preparazione del tutto inadeguata alle richieste odierne, che restano quindi insoddisfatte.

Non molto tempo fa la società Dco cercava laureati/e in lettere antiche che conoscessero il latino ed il greco medievale: l’esame era la lettura e la traduzione di un testo per ciascuna delle due lingue. Nonostante un emolumento superiore a quello percepito da un direttore di filiale bancaria, non si trovò un/una laureato/a italiano in grado di leggere e capire dei testi scritti in tali lingue. La Dco trovò tali competenze in una università della Korea del Sud.

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Questo esempio potrebbe essere ben significativo. L’Italia rigurgita di laureati/e in lettere classiche, che però non conoscono tali lingue.

Similmente, trovare un piastrellista, un ebanista oppure un fabbro ferraio degni di quel nome è impresa ardua.

Per non parlare poi di un avvocato che sia esperto di diritto internazionale e di diritto comunitario.

Questa intervista rilasciata dal dr. Dattoli dovrebbe essere maieutica. Se la cifra di quattro milioni potrebbe sembrare essere eccessiva, tutto il resto dell’esposizione semrberebbe essere drammaticamente vero.


Stampa. 2017-05-20. Quattro milioni: i posti di lavoro in cerca del giusto curriculum.

Il cacciatore di talenti: “Non si riesce a coprirli perché in Italia mancano le competenze adeguate”

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Ha detto quattro milioni? Davide Dattoli non ha dubbi e ripete che «sì, i posti disponibili in Italia che non si riesce ad assegnare per mancanza di candidati con le giuste competenze sono valutabili in quattro milioni». È un numero da brividi, quello offerto dal fondatore dei Talent Garden. Batte anche i senza lavoro certificati Istat e diventa misura impietosa della debolezza strutturale che inquina il potenziale economico del Paese. Parla di voglia di crescere zavorrata dal malfunzionamento di scuola, imprese e amministrazione. 

«Do anche la colpa ai genitori», insiste il giovane che cinque anni fa ha creato la più grande rete europea di co-working: «Dicono ai figli “prendi una laurea tradizionale che sei tranquillo” e alla fine creano solo nuovi disoccupati». 

Davide problemi di impiego non ne ha. I suoi Tag, i giardini dei Talenti organizzati su 18 campus in sei paesi si intersecano 150 aziende, sono «piattaforme fisiche per talenti digitali» per giovani, professionisti e grandi imprese come Uber, Deliveroo e Tesla. Per un ventiseienne «orgogliosamente bresciano» è un risultato da incorniciare. Soprattutto perché la maggioranza dei coetanei, se va bene, naviga fra il secondo e al terzo stage. 

Come nascono i posti che non trovano autore?  

«La causa principale è il rapido cambiamento delle professioni. Una volta studiavi Legge e pensavi di avere lo stesso lavoro tutta la vita. Ora devi accettare di rinnovarti quattro o cinque volte. I mestieri digitali cambiano ogni dieci anni. Poco tempo fa tutti cercavano esperti per i social media, ci sono state opportunità per migliaia di persone, ma in futuro sarà diverso. Il pubblico farà da solo. E loro dovranno riciclarsi». 

Quali le offerte senza risposta?  

«Sono diversificate, ce ne sono anche nei settori tradizionali. Vedo richiedere sviluppatori di software, esperti di marketing digitale, di e-commerce e user experience, di design digitale. Sono profili ricercati. Ce ne chiedono a decine. Ma non ci sono». 

Tutti a giurisprudenza?  

«Il 75% dei giovani neolaureati in Legge è ancora disoccupato. In Italia sono 13 mila». 

Invece voi?  

«Abbiamo lanciato una scuola di formazione professionale sul digitale. Lo scorso anno abbiamo avuto 250 studenti a Milano. Il 98% ha trovato lavoro». 

Un lavoro decente?  

«Il grosso degli ingaggi è stato a tempo indeterminato. Quando un’azienda trova la persona che cerca, ha ogni interesse a tenersela stretta». 

Cosa fare per la formazione?  

«La sfida è connettere il mondo del lavoro con la formazione. Ad esempio, col numero chiuso sulle università, così per produrre solo i laureati che servono e orientare meglio i fondi per lo studio, così si sostiene non chi fa più corsi, ma chi sforna più studenti preparati». 

È anche questione di tempi?  

«Andrebbe accorciata la preparazione al mondo del lavoro, con percorsi formativi brevi, proprio perché nella tua vita dovrai cambiare tante volte e non c’è tempo da perdere». 

Chi paga il training continuo?  

«Siamo sommersi di borse di studio private. Le imprese sono pronte ad investire se sanno che questo farà loro trovare le persone giuste. Abbiamo offerto 20 borse e sono arrivate 1800 richieste. La selezione è stata massacrante. È una questione culturale: se non ci rendiamo conto del problema non possiamo investire».  

Vede anche lei, come l’ex presidente Obama, il rischio che l’Economia 4.0 crei opportunità ma anche nuove diseguaglianze aumentando il divario fra chi corre e chi no?  

«Assolutamente sì». 

Come se ne esce?  

«Cominciamo a cambiare i servizi e dare alla gente quello che vuole, altrimenti si muore. Il digitale aiuta». 

Molti mestieri svaniranno con la quarta rivoluzione industriale.  

«Fra cinque anni sarà di nuovo tutto diverso. Nella Silicon Valley si comincia a parlare tanto di centralità della persona. Non ho una risposta. La sfida è capire che la popolazione deve essere più creativa che manuale. La crescita deve essere un tema culturale più che industriale». 

Scuola da rifare?  

«Inevitabile. In Italia abbiamo talento. Tuttavia l’intero sistema deve smettere di investire nel passato e ragionare sul futuro, aprendo il sistema formativo nella consapevolezza che la tendenza non cambierà. Deve prepararsi per il mondo che cambia». 

L’Italia lo fa?  

«Il piano Economia 4.0 di Calenda è stato un gran lavoro, però non tutti conoscono i super ammortamenti. Insisto, è un fatto culturale. La digitalizzazione è un fattore di trasformazione del modo di fare affari e non sono uno strumento di marketing. La Francia ha varato un piano pluriennale per capire dove va il Venture capital. In meno di cinque anni è diventata la prima meta d’investimenti innovativi e digitali. Ha investito 600 milioni solo nel 2016. Noi abbiamo messo la stessa cifra per salvare quelli di Alitalia che dovremmo salvare ancora». 

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