Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale

Milano. In comune 178 posti e 50,000 domande. Questa è la crisi.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-05.

officina

Il fatto è semplice.

Il comune di Milano bandisce 178 posti e riceve 50,000 domande di iscrizione al concorso.

Il sessanta per cento delle domande è stata avanzata da donne.

L’età media dei partecipanti è trentaquattro anni.

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Si può girare attorno al nodo centrale facendo dettagliate analisi sociologiche del fatto. Analisi sempre benvenute, ma che non concorrono a risolvere il problema di base.

In Italia mancano posti di lavoro. Meglio, manca il lavoro.

Il mercato occupazionale è come i tulipani. Se è difficile farli nascere, è ancor più difficile farli crescere. Serve una cura amorosa, serve allestire il contesto che meglio favorisca l’attecchimento dei bulbi e poi protegga le piantine.

Moltissimi i fattori che influenzano negativamente la generazione di nuovo lavoro.

Senza nessuna presunzione, ne riportiamo solo uno.

Quando le rendite finanziarie superano e sono più certe delle rendite da investimenti nel settore produttivo, la scelta dell’investitore è obbligata.

Ci spieghiamo meglio con un esempio. Supponiamo di disporre di una liquidità di due milioni.

Se investiti in modo appropriato, quel capitale rende circa centomila euro netti all’anno: circa ottomila euro netti al mese. Senza nessuna incombenza amministrativa e burocratica. Senza doversi assumere responsabilità alcuna. Vivendo tranquilli. Senza nessuna necessità di dover lavorare.

Se quei denari fossero investiti nella produzione, poniamo si apra un’autofficina, la resa media finale a livello nazionale non passerebbe i ventimila euro netti all’anno, circa milleseicento euro al mese. Ma l’imprenditore si accollerebbe non solo giornate di severo lavoro, ma anche e soprattutto un pesante carico amministrativo e di adempimenti burocratici spossanti.

Ci si domanda quindi perché mai lo si dovrebbe fare. La posta non vale certo la candela.

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Traducendo il tutto in un linguaggio più forbito, fino a tanto che lo stato non lascerà lavorare in pace la gente intraprendente e non consentirà loro di ottenerne un giusto e lecito guadagno personale, nessuno sarà mai così folle da metter su una realtà produttiva.

Se lo stato non consente all’imprenditore privato di arricchirsi, questi non si metterà certo a lavorare.

E questo con tutte le conseguenze: chi investe nel finanziario concorre certamente a generare posti di lavoro, ma nelle nazioni ove ha collocato il denaro. Chi investe nel comparto produttivo nostrano genera invece lavoro in casa nostra. Nell’esempio fatto, si pensi ai dipendenti assunti ed a tutto l’indotto.

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“Italy first”: potrebbe essere una buona idea anche qui da noi.


Sole 24 Ore. 2017-05-05. A Milano si presentano in 50mila per 178 posti al Comune

Boom di iscritti al “concorsone” del Comune di Milano: oltre 50mila domande per 178 posizioni, di cui gran parte per ruoli qualificati. A Palazzo Marino ci si aspettava 35mila concorrenti al massimo, ma poi le richieste sono inaspettatamente salite. Milano dal 2016 ha riavviato il turn over grazie anche all’equilibrio dei conti, che ha permesso di procedere con le nuove assunzioni. A inizio aprile il Comune ha chiuso il bando, in autunno inizieranno le selezioni e nel 2018 verranno assegnati i posti.

Da almeno un decennio la Pubblica amministrazione locale non bandisce un concorso per così tanti posti, ma spiegare il perché di tanto interesse non è scontato. Ovviamente il grande interesse per un concorso pubblico è facilmente collegabile alla disoccupazione che sta salendo. Ma per l’assessore alle Politiche del lavoro, Cristina Tajani, il dato va guardato comunque come un successo: «C’è un elemento sociologico significativo, soprattutto se consideriamo le tante domande inviate da laureati e lavoratori già esperti. La Pa, a Milano, viene percepita ormai come un luogo professionale interessante, dove si può dare il proprio contributo alla “cosa pubblica” con soddisfazione».

Guardiamo i numeri. Le caratteristiche dei partecipanti ci danno un piccolo spaccato del paese, o almeno qualche chiave di lettura. Il 60% è rappresentato dalle donne, e tra i laureati le donne rappresentano la netta maggioranza (14.225 contro 9.157). Questo può significare varie cose: che le donne hanno, come noto, un percorso di studi brillante e che ad un certo punto della vita ritengono che l’impiego pubblico meglio si concili con i tempi della vita familiare (accontentandosi di una minore crescita della stipendio); ma può anche voler dire che l’attenzione al sociale è maggiore nelle donne.

L’età media è di 34 anni, quindi abbastanza alta. Fatto, questo, con una doppia valenza: il pubblico impiego è attraente per chi ha già esperienza, ma non attira abbastanza i neolaureati.

Interessante anche la provenienza geografica dei richiedenti: per metà sono lombardi (25.310), mentre il resto vive prevalentemente in Sicilia (5.464), Campania (4.757) e Puglia (3.178), e pochissimi in altre regioni limitrofe del Nord. Nella storia dei concorsi pubblici questa non è invece una grande novità: nel Mezzogiorno c’è meno occupazione, il posto fisso è ancora un miraggio, e si mette in conto di spostarsi per lavorare.

Osserviamo ora la composizione delle competenze. Le posizioni che l’amministrazione cerca riguardano – oltre ai più noti servizi amministrativi di medio livello – il settore informatico, le relazioni internazionali, i beni culturali, l’area urbanistica, infrastrutturale, giuridica e economico-finanziaria. Occorre dunque un percorso di studi chiaro e qualificato.

Sono state molte le richieste per cultura, musei, arte e archeologia (oltre 4.300), mentre più deludenti delle attese sono state quelle per il settore informatico (899). Probabilmente è conseguenza del fatto che chi studia Beni culturali o materie artistiche trova in Italia meno sbocchi nel privato e quindi cerca impiego nel pubblico, mentre è vero il contrario per chi studia materie scientifiche. Da notare inoltre che questi ultimi hanno un’età media più alta (40 anni nelle posizioni più elevate). Segno, certo, di una buona preparazione, ma per la Direzione delle risorse umane del Comune è l’unico dato insoddisfacente: «Un peccato – spiegano gli esperti – perché con la digitalizzazione della Pa ci sarebbe una prateria sterminata per lavorare, e sarebbe interessante proprio come primo impiego».

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