Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Sistemi Economici

Mezzogiorno. Lenta ed inesorabile agonia: lo stanno assassinando.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-05-01.

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L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro ha rilasciato un interessantissimo studio sulla situazione lavorativa nazionale: Le dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane.

Sarebbe suggeribile leggere tutto l’articolo, fino in fondo. Tabelle e figure sono state impaginate in coda.

I dati aggregati per macroregioni non rendono conto delle realtà locali, di vere e proprie enclavi di miseria.

Ecco perché una valutazione provincia per provincia concorre a farci comprendere meglio la reale portata di questo fenomeno.

Se in passato si è sproloquiato sulla “Questione Meridionale“, oggi non se ne parla affatto, come se non esistesse.

Invece esiste, eccome.

Se questo fenomeno pone problemi di giustizia, mette altresì prepotentemente sotto accusa i governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi trenta anni, e con i governi anche le organizzazioni sindacali.

È un problema strutturale: sembrerebbe essere irrisolvibile senza mutamenti sostanziali nelle struttura statale, sociale ed economica del paese.

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Questi sono articoli pregressi, ricchi di tabelle di dati. La loro lettura sarebbe propedeutica a quella del presente articolo.

Istat. Disoccupazione giovanile al 40.1%.

Istat. Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione.

Istat. Condizioni di vita e reddito.

Italia. Povertà. Un disonore nazionale.

Dati Onu su povertà e fame. Credibilità dei dati

Povertà in Italia

«– Il 28,7% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà …. grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro;

– più a rischio di povertà …. il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori;

– il reddito netto medio annuo per famiglia sia di 29.472 euro (circa 2.456 euro al mese);

– La metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.190 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese);

– il 20% più ricco delle famiglie percepisce il 37,3% del reddito equivalente totale, il 20% più povero solo il 7,7%. ….

si evidenzia come non possano sostenere una spesa improvvisa di ottocento euro il 30.1% delle famiglie del nord ed il 55.1% delle famiglie del sud. E questo è un severo campanello di allarme sul grado di esaurimento delle scorte familiari. ….

Nel 2015 si stima che le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta siano pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila (il numero più alto dal 2005 a oggi). ….

Le soglie rappresentano i valori rispetto ai quali si confronta la spesa per consumi di una famiglia al fine di definirla o meno in condizione di povertà assoluta. Ad esempio, per un adulto (di 18-59 anni) che vive solo, la soglia di povertà assoluta è pari a 819,13 euro mensili se risiede in un’area metropolitana del Nord, a 734,74 euro se vive in un piccolo comune settentrionale, a 552,39 euro se risiede in un piccolo comune del Mezzogiorno.»

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Si noti come una cosa sia la ‘povertà assoluta‘ ed un’altra ‘povertà‘.

Sono state date molteplici definizioni, talora conflittuali e contrastanti, motivo per cui sarebbe necessario usare molto prudenza nell’uso di questi termini e verificarne sempre l’accezione.

In linea generale potremmo dire che le persone in ‘povertà assoluta‘ riescono a stento a sopravvivere, ossia mangiare, mentre quelle che vivono in  ‘povertà‘ riescono a sopravvivere, ma non sono in grado di sopperire ad eventuali necessità improvvise.  Con tale termine si indica il pagamento di una cifra di circa 800 euro. In altri termini, il cambio delle lenti degli occhiali. Per non parlare di una dentiera oppure di cure specialistiche.

La soglia di ‘povertà‘ sembrerebbe essere realisticamente collocabile attorno ai 1,400 euro mensili netti, con variazioni locoregionali anche abbastanza ampie.

Il discorso si complicherebbe alquanto qualora si parlasse di famiglie.

Una famiglia di padre, madre e due figli sarebbe in zona povertà se i due coniugi lavorassero ambedue guadagnando ciascuno 1,400 euro mensili netti. Ma questo non è la norma: molto spesso riesce a lavorare solo il padre. Ovviamente la situazione passerebbe da quelle di ‘povertà‘ a quella di ‘povertà assoluta‘.

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Data la lunghezza del report, anticipiamo qui alcune considerazioni finali, avallate dai dati che seguono.

– le rappresentazioni media o mediane su aggregati a livello nazionale o di macroregioni sono fondamentali per la comprensione globale dei fenomeni, ma non rendono ragione di quanto siano distribuiti i dati.

– Lo studio per provincie chiarifica meglio come esistano vaste enclavi di blocco quasi completo della produzione, con occupazione minimale e disoccupazione a livelli incompatibili con la sopravvivenza.

– Solo per esempio. Il tasso di disoccupazione in Italia è dell’11.7%, ma a Crotone è del 28.3%. Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è del 37.8%, ma nel Medio Campidano è del 71.7%. Il tasso di disoccupazione giovanile femminile in Italia è del 39.6%, ma a Catanzaro è dell’86.9%.

– Se in Italia il 35.4% dei lavoratori ha contratti non standard (termine eufemistico politicamente corretto), è altrettanto vero che a Ragusa i contratti non standard rappresentano il 52.2%. Il Meridione ha quote del tutto abnormi di un contratto lavorativo che dovrebbe essere la eccezione, non la regola.

– In Italia la retribuzione netta media mensile degli occupati alle dipendenze è 1,315 euro: ossia quello che l’Istat definisce essere la “soglia di povertà“. Ma ad Ascoli Piceno tale valore scende a 925 euro. La gente vive con la pensione del nonno, finché questi viva, ovviamente, oppure utilizzando i risparmi mesi da parte degli avi.

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Nessun stupore quindi che in Italia abbia ripreso i fenomeno emigratorio.

Fuga dall’Italia. Due milioni in dieci anni.

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Un aspetto di cui difficilmente si parla è la ripercussione di questa situazione sul sistema pensionistico futuro.

I disoccupati non versano per definizione contributi Inps. Ciò comporta una diminuzione della base contributiva, fonte primaria di finanziamento dell’Istituto previdenziale, ed una carenza di contributi versati dagli attuali disoccupati che però andranno in pensione a suo tempo secondo il criterio contributivo. Il Medio Campidano ha una disoccupazione  del 71.7%: il conto è facile da farsi.

Ma il quadro è ancor più fosco per le donne. Con un tasso di disoccupazione giovanile femminile dell’86.9%, a Catanzaro solo una femmina su dieci avrà un po’ di versamenti fatti all’Inps.

Questi numeri sono da bolgia dantesca.

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Summary.

«Con 1.476 euro mensili è Bolzano la provincia che, oltre ad avere il tasso di disoccupazione più basso, detiene il primato degli stipendi medi più alti fra gli occupati alle dipendenze. Seguono Varese (1.471€), Monza e Brianza (1.456€), Como (1.449€), Verbano CusioOssola (1.434€), Bologna (1.424€) e Lodi (1.423€). Si tratta di retribuzioni più alte rispetto alla media nazionale (1.315€) e, per la metà delle province italiane, si riferiscono alle città del Nord Italia.La prima provincia del Mezzogiorno con la retribuzione media più elevata è solo al 55° posto della classifica dove si colloca L’Aquila con 1.282 euro. Quella, invece, con gli stipendi più bassi è Ascoli Piceno: 925euro. Èquesta la fotografia scattata dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro per il 2016 all’interno della seconda edizione del rapporto Le dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane”, presentato a Napoli durante la giornata di chiusura del 9° Congresso Nazionale di Categoria.

Quanto allo squilibrio tra tasso d’occupazione maschile e femminile, quest’ultimo è strettamente correlato allo sbilanciamento nella suddivisione del carico familiare tra donne e uomini. Nonostante la differenziata presenza sul territorio nazionale di strutture dedite ai servizi per l’infanzia, spesso non è conveniente per le mamme lavorare, perché il costo dei servizi sostitutivi per la cura dei bambini e per il lavoro domestico è decisamente elevato. Il tasso d’occupazione femminile più alto si osserva nella provincia di Bologna dove due terzi delle donne sono occupate (66,5%), mentre quello più basso si registra a Barletta-Andria-Trani dove lavorano meno di un quarto delle donne (24,1%). Tassi d’occupazione femminile superiori al 63% si registrano anche in altre 3 province tra le quali Bolzano (66,4%), Arezzo (64,4%) e Forlì-Cesena (63,3%), mentre solo un quarto della popolazione femminile lavora a Napoli (25,5%), Foggia (25,6%) ed Agrigento (25,9%). Il tasso di occupazione maschile è, ovviamente, più elevato: la provincia di Bolzano si colloca al vertice della classifica con più di tre quarti degli uomini occupati (78,9%), mentre a Reggio Calabria lavora meno della metà della popolazione maschile (44,5%), seguita da Vibo Valentia (48,1%), Palermo (48,8%) e Caserta (49,9%).

La ricerca, nell’analizzare a fondo i dati sull’occupazione e sulla disoccupazione, fornisce un’analisi molto dettagliata anche sul fenomeno dei Neet: i giovani con un’età compresa fra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione. Il tasso di Neet più elevato nel 2016 si registra nella provincia di Medio Campidano (46,2%) e quello più basso in quella di Bolzano (9,5%),con una differenza di oltre 36 punti percentuali. Il tasso di Neet è superiore al 40% nelle province di Cosenza (41,5%), Palermo (41,3%) e Catania (40%). Valori elevati di questo indicatore si osservano anche a Napoli (37,6%), al 10° posto fra le province con il tasso di Neet più elevato.»

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La Sintesi.

«1) La costruzione di un indicatore sintetico di efficienza del mercato del lavoro.

L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro, aggiorna con i dati del 2016, la graduatoria delle province italiane che risultano essere più o meno efficienti nel favorire una ampia e efficace partecipazione al mercato del lavoro.

Le ragioni dell’introduzione di questo indicatore, è dovuta alla necessità di tenere insieme diverse dimensioni non solo legate alla quota di persone che lavorano (tasso di occupazione), ma anche alla quota di donne che partecipano al mercato del lavoro in ogni provincia d’Italia. A questi due indicatori ne vengono aggiunti altri tre molto importanti. Il primo dà conto del livello di inserimento dei giovani nei processi produttivi, ed è legato alla quota di persone con non studiano, non lavorano e non sono interessati da processi di formazione che preparano al lavoro (neet). Il quarto indicatore contiene l’informazione sul livello di stabilità del lavoro per gli occupati della provincia (quota di lavoratori standard) e infine l’ultimo indicatore contempla la quota di lavoratori altamente qualificati sul totale degli occupati.

Al termine del documento, si propone un indice sintetico d’efficienza e d’innovazione (Labour market efficiency and innovation index) che consente di costruire una graduatoria delle province italiane in base al loro livello di competitività occupazionale, derivato dai 5 indicatori di base.

Questo indicatore risulta essere strettamente correlato ai livelli di produttività e di competitività del sistema produttivo provinciale nel suo complesso.

Il tasso di occupazione.

La provincia con la quota più elevata di occupati è Bolzano (72,7%), mentre quella con il tasso di occupazione più basso è Reggio Calabria dove lavorano solo 37,1 persone su 100.

Dal 2° al 19° posto troviamo le province nelle quali sono occupati più di due terzi della popolazione in età lavorativa: Bologna (71,8%), Belluno e Modena (68,8%), Parma (68,7), Milano (68,4%), Lecco e Forlì-Cesena (68,3%), Reggio nell’Emilia (68,2%), Siena (67,9%), Cuneo e Pordenone (67,7), Firenze e Pisa (67,5%), Arezzo (67,4%), Lodi (67%) ed altre tre province. Roma si colloca solo al 57esimo posto della classifica (62,6%) e la provincia del Mezzogiorno con il tasso di occupazione più elevato è L’Aquila (57,2%) che si trova al 65esimo posto.

Le altre province, dopo Reggio Calabria (37,1%), dove sono occupate meno di 4 persone su 10 sono Palermo (37,4%), Caserta (38%), Napoli (38,6%), Crotone (38,7%), Agrigento (39,1%), Vibo Valentia (39,4%), Catania (39,6%) e Trapani (39,8%)

Il rapporto dei tassi d’occupazione femminile e maschile.

Gran parte del ritardo che l’Italia ha sui livelli di occupazione, rispetto ai paesi europei, è dovuto alla scarsa partecipazione al mercato del lavoro delle donne. Lo squilibrio di genere nel tasso d’occupazione a sfavore delle donne riflette il divario territoriale tra Centro-Nord e Mezzogiorno: infatti fra le 10 province nelle quali il gender gap occupazionale è più basso troviamo solo una provincia del mezzogiorno Ogliastra (7%), mentre le altre 9 sono tutte del centro nord a partire da Arezzo (6,1 punti percentuali) e da Biella (6,4%) che guidano la classifica. Allo stesso modo fra le province dove la differenza tra il tasso d’occupazione maschile e femminile è più elevata solo la provincia di Rovigo (27,2%) è del Centro-Nord, mentre le altre sono tutte localizzate nel Mezzogiorno: Barletta-Andria-Trani in testa alla classifica negativa (33,7%) seguita da Foggia (30,3%) e da Brindisi (27,6%)

Quota di occupati con contratti standard.

A partire di dati precedenti è possibile segmentare gli occupati sulla base di due tipologie di contratti: i lavoratori standard, che comprendono i dipendenti assunti con un contratto a tempo indeterminato (compresi i part- time volontari) e i lavoratori non standard che sono costituiti da coloro che hanno un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato ma in part-time involontario (i sottoccupati part-time), i dipendenti a termine, i collaboratori e gli autonomi.

Il numero dei lavoratori standard aumenta dal 2015 al 2016 di 280 mila unità (+0,5%), in misura più accentuata nelle regioni del centro +0,7% (+0,5% nel Nord e +0,3% nel Centro).

La quota più elevata degli occupati assunti con contratti non standard si registra nella provincia di Grosseto dove si trovano in questa condizione oltre la metà dei lavoratori (54,6%), quella più bassa a Varese (26,7%), con una differenza di circa 28 punti percentuali.

Le altre province con le quote di lavoratori non standard superiori al 50% interessano diverse regioni, in particolare nelle isole: Agrigento (52,2%), Ragusa» (51,6%) e Ogliastra (51,3). Quote molto basse di lavoratori non standard si registrano nelle province prevalentemente del Nord: Lodi (27,2%), Gorizia (27,6%), Lecco (27,6) così come nelle due grandi province di Bergamo (28,3%) e di Milano (30,3%).

Il tasso di neet.

Il numero di giovani 15-29enni nello stato di Neet (non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione) nel 2015 è pari a 2,2 milioni unità (1,1 milioni donne e 1 milione di uomini) e diminuisce rispetto al 2015 di 135 mila unità (-5,7%), come risultante della flessione sia delle donne che si trovano in questa condizione (-49 mila unità, pari a -4%) sia degli uomini (-86 mila unità, pari a -7,6%). La flessione maggiore si registra nelle regioni del Nord (-8,4%), rispetto a quelle del Centro (-5,9%) e del Mezzogiorno (-4,2%). Per tanto, il tasso di Neet nel 2016 (24,2%) diminuisce di quasi un punto percentuale rispetto al 2015 (25,5%): il valore di questo indicatore nel Mezzogiorno (34,0%) è superiore di 13 punti percentuali rispetto a quello del Centro (30,3%) e di 17 punti rispetto a quello del Nord (16,8%).

Il tasso di Neet più elevato nel 2015 si registra nella provincia di Medio Campidano (46,2%) e quello più basso in quella di Bolzano (9,5%), con una differenza di oltre 36 punti percentuali. Un tasso di Neet superiore al 40% si registra anche nelle province di Cosenza (41,5%), Palermo (41,3%) e Catania (40%). Valori elevati di questo indicatore si osservano anche a Napoli (37,6%) che occupa il decimo posto fra le province con il tasso di Neet più elevato. Valori inferiori al 13% si osservano nelle province di Bologna (11,7%), Treviso (11,9%), Vicenza (12%) e Biella (12,8%).

Quota di occupati con alte qualifiche.

A Milano il 43% degli occupati esercita professioni altamente qualificate, solo il 20% a Taranto.

L’indice sintetico di efficienza e d’innovazione del mercato del lavoro.

Bologna, pur non essendo la migliore provincia nei singoli indicatori, risulta tuttavia essere la migliore nella combinazione dei vari aspetti dei livelli e della qualità occupazionale precedentemente osservati.

La provincia Emiliana nel 2016 supera Milano (primatista del 2015, adesso seconda) grazie alle sue ottime performance sul tasso di occupazione, il basso tasso di neet e l’alto livello di personale altamente qualificato (risulta al secondo posto in questi tre indicatori).

In coda alla classifica si confermano le stesse tre province del 2015: Crotone, Barletta Andria Trani, Agrigento Rispetto al 2015 la provincia che guadagna più posizioni (17) in graduatoria è La Spezia (oggi 32esima) mentre la confinante Massa Carrara crolla al 68° posto perdendo ben 23 posizioni.

L’indicatore di efficienza e d’innovazione del mercato del lavoro nel 2016, conferma la sua forte correlazione (0,866) con gli indicatori di produttività provinciali espressi come valore aggiunto pro capite per occupato.

Le differenze retributive.

La differenza retributiva tra la province con la retribuzione media più bassa  Ascoli Piceno (925 €)  e quella con gli stipendi più alti  Bolzano (1.476 €) è molto elevata: la busta paga del lavoratore marchigiano è inferiore di un terzo (551 euro) rispetto a quella del collega di Bolzano.

Dopo Bolzano, le province con gli stipendi mensili più elevati sono Varese (1.471), Monza e Brianza (1.456 €), Como (1.449 €), Verbano Cusio Ossola (1.434 €), Bologna (1.424 €) e Lodi (1.423€). La prima provincia del Mezzogiorno con la retribuzione media più elevata è L’Aquila (1.282 €), che si colloca al 55° posto della classifica.»

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Il lavoro standard e non standard.

A partire di dati precedenti è possibile segmentare gli occupati sulla base di due tipologie di contratti: i lavoratori standard, che comprendono i dipendenti assunti con un contratto a tempo indeterminato, compresi i part- time volontari, e i lavoratori non standard che sono costituiti da coloro che hanno un contratto di lavoro dipendente sempre a tempo indeterminato, ma in part-time involontario (i sottoccupati part-time4), i dipendenti a termine, i collaboratori e gli autonomi. Occorre osservare che è molto probabile che una parte significativa dei lavoratori non standard percepisca retribuzioni sensibilmente inferiori a quelle degli occupati standard, anche a causa degli orari ridotti e della discontinuità contrattuale: alcuni di questi lavoratori potrebbero appartenere alla categoria dei working poors, cioè coloro che, pur avendo un’occupazione, si trovano a rischio di povertà e di esclusione sociale a causa del livello troppo basso del loro reddito, dell’incertezza sul lavoro, della scarsa crescita reale del livello retributivo e dell’incapacità di risparmio.

Il numero dei lavoratori standard aumenta dal 2015 al 2016 di 280 mila unità (+0,5%), in misura più accentuata nelle regioni del centro (+0,7%; +0,5% nel Nord e +0,3% nel Centro).

Su circa 22,2 milioni di occupati nel 2016, poco meno di due terzi sono lavoratori con contratti standard (14,4 milioni, pari al 64,6% del totale) e conseguentemente poco più di un terzo sono lavoratori non standard (7,8 milioni, pari al 35,4%) (Figura 1.5, Tavola 1.3 e Tavola 1.4 ). È più elevata di 5,4 punti percentuali la quota di uomini con contratti non standard (37,6%, a fronte del 32,3% tra le donne) e i lavori standard sono più diffusi nelle regioni del Nord (67,4%; 32,6% non standard) e meno in quelle del Centro (64,7%; 35,3% non standard) e del Mezzogiorno (59,3%; 40,7% non standard).

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