Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Medio Oriente, Sistemi Economici

Kuwait. Il problema dell’immigrazione diventa scottante.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-04-24.

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Problema molto semplice da esporre ed altrettanto difficile da risolvere.

«Il Kuwait è un emirato sovrano, situato nell’Asia sud-occidentale (Medio Oriente), in un’area particolarmente ricca di petrolio. Lo Stato si affaccia sul golfo Persico e confina con l’Arabia Saudita a sud e con l’Iraq a nord. Il nome è il diminutivo di una parola araba che significa piccola fortezza (lungo il litorale). L’antico nome della regione era Qurayn. ….

Gli investimenti nell’industria petrolifera e la conseguente crescita economica attirarono nel nuovo Stato numerosi lavoratori stranieri (soprattutto dall’Egitto e dall’India) di cui solo pochi riuscirono ad ottenere la cittadinanza. Negli anni settanta il Kuwait nazionalizzò la Kuwait Oil Company (Q8), terminando la partnership con British Petroleum e Gulf Oil. ….

Dopo essere stato alleato dell’Iraq durante la guerra Iran-Iraq, concedendo prestiti per 65 miliardi di dollari, e dopo un breve conflitto economico, il Kuwait fu invaso e annesso dall’Iraq il 2 agosto 1990. La monarchia fu deposta e fu insediato un governatore iracheno (Ali Hassan al-Majid). La comunità internazionale tuttavia non tollerò questa flagrante violazione del diritto internazionale non riconoscendo l’annessione; il Kuwait formò un governo in esilio basato a Ta’if, in Arabia Saudita.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizzò una coalizione di 34 paesi, guidata dagli Stati Uniti, a intervenire militarmente. Il 27 febbraio 1991 si concluse la Guerra del Golfo con la liberazione del Kuwait e il reinsediamento dell’Emiro Jābir Āl Ṣabāḥ.

L’esercito iracheno in ritirata appiccò il fuoco a circa 600 pozzi petroliferi e danneggiò i 100 restanti, provocando una catastrofe ambientale ed economica in tutto il Golfo: oltre ai versamenti in mare, il 5% del territorio del Kuwait fu coperto da laghi di petrolio e furono necessari più di nove mesi per spegnere gli incendi. Inoltre, il Kuwait pagò 17 miliardi di dollari come rimborso spese alla coalizione. ….

Su una superficie di 17.818 km², il Kuwait ha una popolazione di 3.100.000 abitanti, di cui solo 960.000 sono cittadini kuwaitiani. Circa l’80% della popolazione kuwaitiana è araba. ….

Circa l’85% dei kuwaitiani è musulmano, in maggioranza sunnita ma un 30% è sciita. ….

Il Kuwait è una monarchia costituzionale con un sistema di governo parlamentare, il più antico del Golfo. Il capo dello Stato è l’Emiro, un titolo semi-ereditario. ….

Fino al 2005 avevano il diritto di voto solo i maschi adulti, cittadini da almeno 30 anni e non membri delle forze armate per un totale di 139.000 elettori (il 15% dei cittadini e meno del 5% della popolazione). Il 16 maggio 2005 il Parlamento ha esteso il diritto di voto alle donne. ….

Il Kuwait ha il più alto tasso di alfabetizzazione nel mondo arabo.» [Fonte]

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«L’economia è basata sull’industria petrolifera …. Il Kuwait possiede il 10% delle riserve petrolifere mondiali, stimate in 101 miliardi di barili, e si posiziona al quinto posto al mondo dopo Arabia Saudita, Canada, Iran ed Iraq. Ha una capacità produttiva di greggio che oscilla tra i 2,25 e i 2,7 milioni di barili al giorno. L’economia dell’emirato si basa per circa il 95% sui proventi della produzione e della vendita del petrolio greggio e dei suoi derivati, che rappresentano la quasi totalità delle sue esportazioni. Sempre dall’industria petrolifera proviene l’80% delle entrate pubbliche» [Fonte]

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Nel 1960 il Kuwait aveva un tasso di fertilità di 7.2, sceso a 2.1 nel 2014. È un tasso che consente di mantenere lo steady-state, ma non di incrementare la popolazione.

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Il Kuwait ha attirato una immigrazione che al momento supera la popolazione autoctona con un rapporto di oltre il tre ad uno. Se gran parte degli immigrati lavora nel settore estrattivo e delle raffinerie, una quota non trascurabile è adibita a lavori di supporto domestico.

«Part of the issue is pay since migrant workers accept a fraction in wages. University-educated Kuwaitis earned a median of 1,350 dinars ($4,426) a month in 2015 versus 490 dinars for similarly qualified expatriates, according to official statistics. The overall wage discrepancy was even starker: 1,113 dinars versus 120 dinars»

I termini del problema potrebbero essere riassunti nei seguenti:

– Il Kuwait è molto restio a concedere agli immigrati il diritto di cittadinanza: poche decine di persone ogni anno hanno

goduto di simile privilegio.

– La quota sciita è levitata al 30%, riverberando le note tensioni con i sunniti.

– Gli immigrati percepiscono salari media di circa un decimo rispetto a quelli dei cittadini.

– Resta aperta la questione del trattamento pensionistico e dell’accesso ai servizi sanitari: gli immigrati guadagnano troppo poco per potersi permettere simili benefici, i kuwaitiani d’alro canto non sono per nulla disposti a metter mano al portafoglio.

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Al momento attuale, la situazione è di stallo, ma iniziano d evidenziarsi segni di frizione, specie per il fatto che l’immigrazione è alla seconda generazione, che aspirerebbe a condividere maggiormente la ricchezza che concorrono a generare.

Non desta quindi sorpresa che si stia sviluppando un movimento che vorrebbe porre un limite all’immigrazione, riducendone nel tempo l’impatto. Né dovrebbe destare meraviglia che tra gli immigrati stia crescendo il malcontento.

Tensioni al momento alquanto modeste, ma sicuramente in crescendo.


Bloomberg. 2017-04-15. In One of World’s Richest Nations, Anti-Immigrant Tide Is Rising

– Kuwait’s sole woman lawmaker at heart of push against migrants

– Temporary foreign workers make up 70% of Kuwait’s population

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The angst against foreigners that’s sweeping the globe isn’t skipping the oil-rich Middle East.

Safa Al-Hashem, the only woman in Kuwait’s 50-seat parliament, is capitalizing on a growing resentment of foreigners to build support for a movement that’s taking shape as the nation’s ruling al-Sabah family withdraws some handouts in an era of cheap oil.

“Before asking citizens to pay, the government should reform the population mix by levying taxes on foreigners,” said the 52-year-old former investment banker, whose salt-and-pepper pixie-cropped hair and attire of smart business suits make her stand out among exclusively male counterparts in white gowns and headdresses. “The citizen feels that our entitlements lack social justice.”

Voices of discontent in Kuwait’s legislature, the most-independent in the Gulf, provide a rare glimpse into how locals are reacting as cash-strapped monarchs from Saudi Arabia to the United Arab Emirates risk their legitimacy by overhauling social contracts that cemented decades of largely autocratic rule.

Kuwait’s rulers “have to manage a very delicate transition,” said Graham Griffiths, an analyst at global risk consultancy Control Risks in Dubai. “The issue for them is managing the economic reforms they see as necessary, while placating populist pressures amid broader demand for political reform and accountability.”

Growing Hostility

Al-Hashem’s brand of populism is unique to the nation of 4.4 million sandwiched between Iraq and Saudi Arabia, where migrant workers outnumber locals 3-to-1 and, unlike elsewhere in the Gulf, get subsidized health care and education. It’s all the more striking because the nation exists only because more than two dozen countries came to its rescue 26 years ago to force out Saddam Hussein.

She wants the Egyptians, Syrians, Indians and Bangladeshis who do the plumbing and teach students to be deported — or get taxed for “walking on the roads” if they stay.

“They’re sucking up the state’s resources,” said the Harvard Business School graduate, who won her seat in a November election that saw Kuwaitis oust more than half of the incumbents to protest the first gasoline price hike in decades, which took the cost of premium fuel to 165 fils per liter (55 cents), up 83 percent according to local press.

400,000 Followers

The message is gaining traction. Al-Hashem, who has more than 400,000 followers on Twitter, has been elected three times since late 2012.

Meanwhile, pressure is intensifying for Kuwait to cut a subsidy bill that mushroomed five-fold to 5.1 billion dinars ($17 billion) in the decade to 2015. Reluctant to deplete its $592 billion wealth fund meant to preserve cash for future generations, the nation borrowed from the international debt markets for the first time last month, raising $8 billion.

Regular clashes between lawmakers and government officials appointed by the al-Sabahs have delayed investment projects in recent years, leaving Kuwait behind peers in weaning its economy off oil. While parliament can make laws, veto state decisions and hold ministers to account, Emir Sabah al-Ahmed al-Sabah regularly dissolves it when tensions run too high.

It last happened in October after ministers came under fire for the subsidy cuts. But the election weeks later bolstered an opposition united in blaming foreigners for deteriorating public services.

‘Trump Wing’

Among them is Abdulkarim Al-Kandari, who holds a doctorate in commercial law from University of Strasbourg in France.

One evening last month in Kuwait City, he convened with nearly two dozen citizens for a traditional diwaniya, a gathering where Kuwaiti men sit on wall-to-wall sofas to discuss the issues of the day. The banner hanging above them in Arabic read “the population imbalance,” a telling indication of a pressing worry.

“We are not setting up a Trump wing here,” Al-Kandari said, rejecting the idea that developments in Kuwait resemble the anti-immigrant sentiment that catapulted Donald Trump to the White House and boosted Marine Le Pen’s popularity in France. “But dealing with a deficit means we must rethink our policies.”

Speaking as two Egyptian kitchen staff served tea and Arabic coffee, Al-Kandari said his beef isn’t with the guest workers who build skyscrapers, drive cabs or work in services. Kuwaitis don’t want those jobs anyway. But he doesn’t think foreigners should fill professional jobs like administrators and teachers when official unemployment among locals is 4.7 percent.

Divided Opinion

Part of the issue is pay since migrant workers accept a fraction in wages. University-educated Kuwaitis earned a median of 1,350 dinars ($4,426) a month in 2015 versus 490 dinars for similarly qualified expatriates, according to official statistics. The overall wage discrepancy was even starker: 1,113 dinars versus 120 dinars.

A recent survey of several Kuwaiti nationals showed opinion is divided on the urgency of change. Khalid Bouaraki, a government employee, said compatriots upset over subsidy cuts are “overreacting” because they can afford it. Perks exclusive to citizens include free land plots to build homes, interest-free loans, university and marriage grants and the occasional state write-off of consumer debt. 

On the other hand, Yousef Mohamad, a 49-year old state employee, is suffering because his salary hasn’t gone up in years. “Not all of us are rich,’’ the father of four said, while sipping tea in a local cafe. “Many of us are struggling to land secure jobs.”

Along with lowering its dependence on oil and modernizing infrastructure, Kuwait’s 2035 development plan envisions reducing the proportion of foreigners to 60 percent from the current 70 percent, according to local media.

But appeasing dissidents like Al-Hashem, who wants businesses to take the burden from the state for funding benefits for foreigners, will take more than that. Since securing her seat, she’s won support for a bill to overturn the gasoline price increase, lobbied vigorously to make migrant workers buy medical insurance and proposed an expat-only road tax to ease traffic congestion.

“I won’t remain silent just to keep our boat sailing,” Al-Hashem said. “Citizens would be willing to pay their fair share, but not when they know their money will go to pay for the others.”

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