Pubblicato in: Trump

Trump. 101 milioni di follower tra Facebook, Twitter ed Istagram.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-04-04.

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Quanti non abbiano idee preconcette nella mente e non nutrano ideologi viscerali trovano facilissimo capire e prevedere il Presidente Trump. Quanti invece siano ideologizzati non avranno mai la possibilità di ricondurlo alle previe categorie mentali: Mr Trump sfugge alle vecchie categorie.

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Mr Trump è un outsider, non appartiene né al partito repubblicano, anche se vi si appoggia, né tanto meno a quello democratico.

Ha potuto emergere fino alla conquista della Presidenza degli Stati Uniti per la semplice ragione che non si riconosce né nei partiti correnti né nelle lobby trasversali che li compenetrano.

L’élite che ha dominato fino al venti gennaio era in un certo qual senso interscambiabile come partito al potere. Le decisioni erano prese in pochi centri decisionali: la gran loggia massonica e la sede operativa delle lobby maggiori.

Poi i partiti avrebbero inscenato il teatrino, sotto l’occhio attento del burattinaio.

Bene: questa élite si era, ed lo è tuttora, chiusa in sé stessa: autoreferenziale con un paziente autistico. Era convinta profondamente che tutto ciò che pensava fosse invariabilmente condiviso dalla gente comune. Chi poi avesse sgarrato, se la sarebbe vista con le Corti Penali, vere ‘cappe del camino‘ nel più puro stile mafioso.

La frattura sarebbe stata evidente a chiunque avesse voluto vederla.

Stampa e televisione erano gli autoparlanti di questo regime.

Ma il principale giornale americano, il The New York Time tira un milione e mezzo di copie, delle quali sono effettivamente lette circa cinquecentomila. È un giornale che gira solo tra i membri dell’alta borghesia e dell’alta burocrazia, letto poi da quanti per lavoro dovessero tenersi informato di cosa stiano pensando gli egemoni.

Basterebbe solo confrontare lo stile inglese del Nyt con quello di un qualsiasi giornaletto di provincia.

Per la televisione i dati sono ancora più sconfortanti.

L’americano medio quasi non guarda i telegiornali e quando vanno in onda i famosi anchormen o le esaltate anchorwomen semplicemente cambia canale. Questo fenomeno è evidente dalla virtuale assenza di pubblicità da queste trasmissioni: ufficialmente in omaggio alla cultura, in pratica perché sarebbe denaro sprecato.

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Mr Trump ha parlato direttamente al popolo americano usando il linguaggio corrente e la gente lo ha capito, compreso e votato. Era l’unico capibile.

Mrs Hillary Clinton aveva impostato la sua campagna elettorale sui problemi etici (visti ovviamente dal suo punto di vista) sul sessismo e sul femminismo: oltre il novanta per cento dei suoi discorsi erano su questi argomenti. Parlava un americano east-cost, con frasi complesse e circonvolute.

Ma erano argomenti che non interessavano nulla a nessuno. La gente la aveva denominata la “white lady“, epiteto non certo laudativo.

Le frasi di Mr Trump erano costruite con un soggetto, un predicato ed un complemento. Raramente una coordinata, ancor più raramente una subordinata. La terminologia era frequentemente slang.

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L’intervista è maieutica.

«Comunque non vengo a raccontare a voi quello che sto facendo»

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«gli uomini e le donne dimenticati del nostro Paese non saranno più dimenticati»

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«È quello che Steve Bannon, lo stratega capo della Casa Bianca, chiama, con una definizione inquietante, «la decostruzione dello Stato amministrativo»

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«Voi avete perso, io ho vinto»

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«Ho più di 100 milioni di follower tra Facebook, Twitter e Instagram …. Più di 100 milioni. Non ho bisogno di andare sui fake media»

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L’azione di decostruzione dello Stato amministrativo, di deobamizzazione, sarà contrastata allo spasimo dagli interessi precostituiti, la maggior parte altamente parassitari, e sarà lunga nel tempo.

Ma gli effetti si vedranno, eccome!


→ Sole 24 Ore. 2017-04-03. Ecco Trump su Merkel, Twitter e le lotte interne ai repubblicani

A metà di un’intervista nello Studio Ovale, abbiamo chiesto al presidente Trump se si pentiva di qualcuno dei suoi tweet sferzanti su alleati, avversari politici e situazione mondiale. Trump ha fatto una breve pausa e poi ha risposto: «Non mi pento di niente, perché è una cosa inevitabile: se pubblichi centinaia di tweet e ogni tanto prendi una stecca, non è un dramma».

La presidenza Trump non assomiglia a nessuna di quelle che l’hanno preceduta, nei 230 anni di storia della Repubblica americana. È il primo comandante in capo a non aver mai ricoperto in precedenza nessuna carica, istituzionale o militare; è un magnate dell’immobiliare e presentatore di reality che ha cambiato partito cinque volte; nominalmente è un populista, ma ha messo insieme l’esecutivo più ricco della storia: includendo suo genero, la cerchia ristretta del presidente ha un patrimonio complessivo di oltre 2 miliardi di dollari.

Trump ha spiazzato il fior fiore degli opinionisti nelle elezioni dello scorso anno («Voi avete perso, io ho vinto», è la frase con cui ci ha accolti.) Oggi, il repubblicano rinato è convinto che i grandi media che lo criticano si sbaglino una seconda volta: la fiducia delle imprese è alta e il Dow Jones è alle stelle. Trump pretende che gli venga dato credito: come Franklin Delano Roosevelt con la radio e John Fitzgerald Kennedy e Ronald Reagan con la tivù, il presidente si considera un maestro della comunicazione con le masse.

E ha la prova. «Dov’è Dan? Dov’è Dan Scavino, per cortesia?», sbraita nello Studio Ovale. Nel giro di pochi istanti Scavino, che un tempo faceva il caddie (quello che porta le mazze ai golfisti) e durante la campagna del 2016 si è occupato dei social media e ora ricopre lo stesso ruolo qui alla Casa Bianca, arriva con un portatile dov’è scritto che i follower del presidente sono complessivamente 101 milioni.

«Ho più di 100 milioni di follower tra Facebook, Twitter e Instagram», dice Trump tutto fiero. «Più di 100 milioni. Non ho bisogno di andare sui fake media».

Gli scambi su Twitter sintetizzano Trump: provocatorio, anche se un po’ sulla difensiva, e determinato a dimostrare che è lui che comanda. A volte seducente, a volte intimidatorio, il suo stile di governo è tutto tranne che convenzionale. Ma è profondamente destabilizzante, sia in patria che all’estero. Aggiungendo a tutto questo le sue incendiarie accuse sulle intercettazioni ordinate dall’amministrazione Obama nella Trump Tower durante la campagna per le presidenziali, e gli interrogativi persistenti sui possibili contatti tra il suo staff elettorale e Mosca, qualcuno comincia a chiedersi se l’amministrazione Trump riuscirà a concludere il suo mandato.

Ma mentre si avvicina la scadenza dei primi cento giorni di presidenza, inizia a intravedersi qualche timido segnale di un metodo dietro la follia che i detrattori sospettano.

Per Trump e la sua squadra, il mondo del 2017 è fatto di nazionalismo economico e uomini forti, da Vladimir Putin in Russia e Narendra Modi in India al presidente cinese Xi Jinping. Lo vedono come un posto dove gli Stati Uniti devono a tutti i costi difendere con determinazione i propri interessi.

«Io credo nelle alleanze. Credo nelle relazioni. E credo nelle collaborazioni. Ma le alleanze non hanno sempre funzionato benissimo per noi», dice.

Alleanze incerte

Per alleati come Gran Bretagna, Germania e Giappone, l’approccio «transazionale» di Trump è profondamente disorientante, perché non tiene conto del ruolo giocato dagli Stati Uniti nel mantenimento della pace, dall’Europa occidentale alla Penisola Coreana e al Pacifico occidentale. Il loro timore è che gli Stati Uniti, che negli ultimi settant’anni sono stati i difensori di un ordine liberale basato sulle regole, stiano facendo un salto storico dalla funzione di superpotenza altruista a quella di superpotenza egoista.

Un’interpretazione più ottimistica, anche se cinica, è che Trump stia semplicemente usando il suo aggressivo pulpito presidenziale per ammorbidire le posizioni altrui, una mossa iniziale in un negoziato dove farà marcia indietro, una volta raggiunti obbiettivi economici e finanziari più limitati in materia di politica commerciale e sicurezza internazionale.

Il presidente insiste che non sta bluffando. «Questo è un problema molto, molto serio che abbiamo oggi nel mondo. Ce n’è più di uno, ma questo non è un esercizio […] non sono parole. Gli Stati Uniti hanno parlato per un mucchio di tempo e lo vedete dove ci hanno portato le parole, non ci hanno portato a nulla», dice. «Quando dite, questo è un esercizio brillante, non è un esercizio brillante […] Comunque non vengo a raccontare a voi quello che sto facendo».
Una cosa che ha messo bene in chiaro è la sua volontà di riequilibrare il campo da gioco internazionale, secondo lui troppo sbilanciato a favore di alleati che approfittano dell’ombrello militare americano senza pagare il dovuto o di economie emergenti, in particolare la Cina, che hanno sfruttato a proprio vantaggio le regole sul commercio mondiale. A suo dire, l’America si è lasciata abbindolare da tutti.

«Non ha funzionato per i nostri predecessori. Guardate a che punto siamo. Abbiamo un disavanzo commerciale di 800 miliardi di dollari», dice Trump. (Secondo i dati del dipartimento del Commercio, il disavanzo commerciale in beni e servizi degli Stati Uniti nel 2016 era di poco superiore ai 500 miliardi di dollari.)

Giovedì e venerdì, Trump riceverà il presidente cinese Xi Jinping a Mar-a-Lago, la sua sfarzosa villa in Florida. Sarà probabilmente il test più difficile fino a questo momento per il suo approccio «Prima l’America». Gli Stati Uniti hanno un disavanzo di 347 miliardi di dollari con la Cina, e uno degli impegni elettorali di Trump era di accusare il Paese asiatico di manipolazione della valuta, una mossa che le precedenti amministrazioni statunitensi avevano preso in considerazione ma non avevano mai messo in atto.

La Cina, la potenza in ascesa nella regione, è un potenziale partner di vitale importanza per tenere sotto controllo la vicina Corea del Nord. Eppure, prima di insediarsi alla Casa Bianca, Trump ha parlato ostentatamente con la nuova presidente di Taiwan, facendo sospettare che l’America potesse abbandonare la politica di «una sola Cina», in cui quello di Pechino è riconosciuta come l’unico Governo cinese legittimo.

Il mese scorso, però, Trump ha detto a Xi che intende rispettare la politica di una sola Cina e ostenta cortesia nei confronti del suo prossimo ospite. «Ho grande rispetto per lui. Ho grande rispetto per la Cina. Non sarei affatto sorpreso se facessimo qualcosa di molto importante e positivo per entrambi i Paesi».

Molti esperti temevano che il presidente Trump sarebbe stato una mina vagante in politica estera. Ma l’effetto combinato di alcune personalità forti nel suo team di sicurezza nazionale (in particolare James Mattis, il segretario alla Difesa) e il ruolo tranquillizzante di Jared Kushner, il potente genero del presidente, sembra che stia stabilizzando la rotta. Trump ha smesso di parlare di uno spostamento dell’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, ha rilanciato i colloqui su una possibile soluzione dei due Stati fra Israele e i palestinesi e ha ammorbidito le critiche nei confronti degli alleati della Nato. Una cosa che invece rimane costante è il suo rifiuto di dire qualcosa di negativo su Putin.

Trump non chiede mai scusa, però è capace di mutamenti proteiformi. Nella sua intervista al Financial Times ha tenuto a chiarire che non c’è nessuna ruggine tra lui e la cancelliera tedesca Angela Merkel, a cui aveva dato l’impressione di non voler stringere la mano di fronte alle telecamere nello Studio Ovale.
«Ho avuto un ottimo incontro con la cancelliera Merkel», dice Trump. «Le ho stretto la mano cinque volte, credo, e poi stavamo seduti uno di fronte all’altro […] e credo che un giornalista abbia detto ‘Le stringa la mano’, ma non l’ho sentito».

Riguardo alla Brexit, si mostra altrettanto smanioso di smentire le insinuazioni per cui gli Stati Uniti vedrebbero di buon occhio uno smantellamento dell’Unione Europea. Alla domanda se ritiene che altre nazioni possano seguire l’esempio del Regno Unito, dice: «Quando c’è stata la Brexit pensavo che altri sarebbero seguiti, ma mi sembra che l’Unione Europea si stia organizzando».

Nessun bluff sui commerci

Anche sulla politica commerciale Trump sembra avere un approccio più pratico di quello che molti osservatori inizialmente presumevano. Dopo aver additato il Messico come fonte principale di immigrazione clandestina e pratiche commerciali inique nel quadro dell’Accordo di libero scambio del Nordamerica (Nafta), l’amministrazione sta cambiando marcia. Per esempio, Wilbur Ross, segretario al Commercio e amico di vecchia data del presidente, sta cercando di risolvere un annoso contenzioso sullo zucchero, consapevole che un insuccesso darebbe più forza ad Andrés Manuel López Obrador, un radicale di sinistra che punta a conquistare la presidenza messicana nel 2018.

Ross, che ha partecipato all’intervista, ammonisce che la gente non dovrebbe sottovalutare Trump. «I discorsi duri sono certamente utili nella fase che precede i negoziati, ma il presidente non sta bluffando», dice.

Se la sua politica estera è meno rivoluzionaria di quanto si temesse inizialmente, l’agenda interna di Trump rimane controversa. È arrivato alla Casa Bianca cavalcando un’onda populista, con i repubblicani, e molti colletti blu democratici, che si sono schierati dalla sua parte abbandonando Hillary Clinton, la favorita dell’establishment. Nel suo discorso di insediamento sulla «carneficina in America», Trump ha reso omaggio ai suoi sostenitori dichiarando che «gli uomini e le donne dimenticati del nostro Paese non saranno più dimenticati».

Ha sostenuto la causa dell’industria manifatturiera americana, convincendo aziende straniere e americane a riconsiderare la possibilità di localizzare in America posti di lavoro e stabilimenti. Tuttavia, l’uomo che sa concludere accordi, come ama dipingersi, sta scoprendo che governare è più difficile di quello che immaginava, nonostante il Partito repubblicano possa contare sulla maggioranza dei seggi sia alla Camera dei rappresentanti che al Senato.

Le cose hanno cominciato a incepparsi quando ha cercato di usare i suoi poteri esecutivi per imporre limiti all’immigrazione, con i tribunali che hanno bloccato sia il primo che il secondo tentativo. Ancora più bruciante è stata la recente battuta d’arresto degli sforzi per rimpiazzare la riforma sanitaria di Obama.

I leader repubblicani hanno rinunciato a sottoporre al voto una proposta di legge messa insieme in modo frettoloso perché non erano riusciti a ottenere un consenso sufficiente a farla approvare. «Non volevo affrontare un voto. Ho detto, perché dobbiamo affrontare un voto?», dice Trump, che aveva promesso di cancellare l’Obamacare appena insediato. Gli chiediamo come si sente dopo questa battuta d’arresto, e lui è ancora scottato: «Sì, io non perdo. Non mi piace perdere».

Sottolinea che i parlamentari repubblicani stanno cercando di raggiungere un accordo. Ma dice che «va bene» se il Freedom Caucus, un gruppo di conservatori duri e puri che si oppongono ferocemente all’Obamacare e non sono contenti neanche della prima versione della legge, continuerà a opporsi.

«Se non otterremo quello che vogliamo, faremo un accordo con i Democratici e a mio parere avremo una sanità meno buona di questa proposta», dice il presidente. «Ma avremo un’ottima sanità. Sarà una sanita bipartisan».

La Casa Bianca inizialmente vedeva la riforma dell’Obamacare come «la chiave per sbloccare la porta» e generare i fondi necessari per facilitare la stesura della prima grande riforma della legislazione fiscale americana dal 1986, oltre a un nuovo programma di infrastrutture da 1.000 miliardi di dollari. Ora però non è chiaro come farà il Governo a disegnare una riforma del fisco che accontenti la destra rigorista, che non vuole un aumento del deficit.

Trump non scopre le sue carte. «Non voglio parlare dei tempi. Ci sarà una riforma del fisco molto ampia e molto forte», dice. Quello che non dice è che la sua squadra è alla disperata ricerca di nuovi modi per finanziare i tagli delle tasse, che devono lasciare invariate le entrate per poter essere approvati in Senato a maggioranza semplice.

A meno che non riesca a salvare la sua riforma della sanità, i primi cento giorni del neopresidente scadranno senza nessun risultato importante da poter sbandierare. Il suo candidato per la Corte suprema, Neil Gorsuch, è stato applaudito dai Repubblicani, ma i Democratici minacciano di bloccare una votazione in Senato.

I suoi consiglieri stanno studiando modi per aggirare il Congresso, attraverso una serie di decreti e altre misure. È quello che Steve Bannon, lo stratega capo della Casa Bianca, chiama, con una definizione inquietante, «la decostruzione dello Stato amministrativo».

Bannon ha creato una war room nell’ala occidentale della Casa Bianca, dove ha elencato su una grande lavagna tutti gli impegni elettorali di Trump. La domanda da un miliardo di dollari è se il neopresidente riuscirà a tradurre queste promesse, in particolare quella di «rifare grande l’America», in politiche concrete, e se riuscirà a mantenere i suoi interessi imprenditoriali separati da quelli pubblici.

Trump ci tiene a dissipare qualsiasi parallelo fuorviante nella storia mondiale. Dopo aver posato di fronte ad Andrew Jackson, il primo presidente populista della storia americana, accompagna i suoi ospiti in una stanza adiacente, dov’è appeso un ritratto di Theodore Roosevelt, che elogia definendolo un presidente rivoluzionario. Uno dei visitatori gli ricorda gentilmente che è vero, ma c’è una differenza cruciale: Theodore Roosevelt si vantava di girare con un «grosso bastone», ma coltivava anche la virtù dell’eloquio misurato.

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