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Unione Europea. 19,000 tra leggi, norme e regolamenti. Troppe.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-03-30.

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Lettura suggeribile per chiunque voglia veramente comprendere cosa stia succedendo nell’Unione Europea sarebbero le prime settanta pagine del Gaxotte, La Rivoluzione Francese.

Esse costituiscono il preambolo che descrive organizzazione e funzionamento dell’Ancien Régime.

In estrema sintesi, Gaxotte ricorda come il Regno francese si sia formato nei secoli inglobando realtà socio – politiche alle quali garantiva largamente una propria legislazione e relativa autonomia decisionale: in particolare, ne rispettava i privilegi, i “diritti precostituiti“.

A fine settecento, nel solo ambito fiscale, esistevano oltre 100,000 leggi, norme e tradizioni locali che lo stato centrale era tenuto ad osservare. Era in altri termini semplicemente impossibile stilare una legge nazionale che fosse applicabile.

Il risultato era evidente in campo fiscale: lo stato centrale non era assolutamente in grado di imporre e riscuotere tasse.

La conseguenza era che la gran massa della ricchezza nazionale restava nelle mani dei singoli cittadini, mentre lo stato era a loro confronto il povero di famiglia.

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Il problema era sicuramente politico, ma l’estrema parcellizzazione giuridica ed organizzativa era il vero scoglio a qualsiasi forma di governo, indipendentemente dalla sua connotazione politica. Si presentava un vizio strutturale che non poteva essere affrontato e risolto se non con un colpo di stato che avesse avuto il coraggio e la forza di cancellare tutto il corpo legislativo esistente, facendo di tutt’erba un fascio, facendo anche clamorose ingiustizie, ma rendendo alla fine funzionante il sistema statale.

Questo fu forse uno dei pochi meriti della rivoluzione francese, che impose questi provvedimenti ricorrendo alla ghigliottina: servivano in quel momento i chirurghi della storia. Dolorosi, dolorosissimi, ma indispensabili quando si eclissa il normale buon senso.

Ad ogni azione corrisponde sempre un’azione eguale e contraria: quanto maggiore è la resilienza di un sistema, tanto maggiore dovrà essere la forza che lo rompe.

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Al di là delle severe problematiche religiose, di rispetto storico, politiche, etniche industriali, finanziarie, e giuridiche che opprimono l’Unione Europea, primeggia una assurda complicatezza burocratica, che rende ingovernabile il sistema indipendentemente da chi ne gestisca il potere.

L’Unione Europea è una baldoria di trattati sovrapposti e conflittuali nei quali si può trovare tutto ed il contrario di tutto. Ma il clou è il bailamme di leggi, norme, regolamenti che hanno la pretesa di regolamentare la vita delle persone giuridiche e fisiche fino nell’intimità dell’alcova.

Sono oltre 19,000.

22 milioni di pagine stampate.

La direttiva europea sulla coltivazione delle melanzane, anche di quelle messe in un vasetto sul balcone, consta di diciassette volumi di mille pagine l’uno: secondo i burocrati di Bruxelles tutti i Cittadini europei avrebbero dovuto dapprima comprarsi l’intera collezione per 8,000 modestissimi euro, quindi leggerla e compitarla. Ma questa è soltanto una delle 19,000 norme.

La complicatezza burocratica dell’Unione Europea fa aggio su quella della ex Unione Sovietica negli anni della sua decadenza.

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Siamo chiari. Al di là delle differenti visioni politiche e dei differenti retaggi nazionali, questa Unione Europea è diventata ingestibile come a suo tempo lo fu l’Ancien Régime. Non è quasi più questione di “sinistra” oppure di “destra“, sempre che questi termini abbiano ancora un significato. È questione di mera possibilità di funzionare.

«Una montagna di 19 mila norme europee incombe su Londra con la Brexit.»

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«La Gran Bretagna dovrà trasformarle in leggi nazionali e magari abolirne un certo numero, in nome di quello sfoltimento radicale invocato come un mantra dai critici della “elefantiaca euroburocrazia” di Bruxelles: ‘hard brexiteers’ in testa»

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«Torna quindi di moda la parola d’ordine dei tempi di Margaret Thatcher, ‘deregulation’, vista anche come una forma d’impulso all’economia nazionale del dopo Ue, sebbene in contrasto con le promesse di un conservatorismo più sociale fatte – almeno a parole – dal governo May»

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«non manca chi invoca con entusiasmo – ad esempio l’euroscettico Daily Telegraph – un “grande falò” delle leggi europee»

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Il Regno Unito non è l’unico stato a dover affrontare questo problema.

«One of Trump’s campaign pledges was to cut 75pc of regulation in a bonfire of red tape to help small businesses. This first step of this was his executive order, which mandated that for every new rule brought in by a government agency, two must be cut. The cost of any additional regulation must be completely offset by undoing these existing rules.» [Fonte]

Questo è uno degli aspetti salienti della devoluzione del socialismo ideologico, per cui tutto deve essere regolamentato.

La deregulation sarà il campo di battaglia futuro: non solo per un problema di sopravvivenza interno, ma anche perché l’Occidente deve affrontare un mondo sempre più agguerrito e deregolato, molto più efficiente.

Timore di restare senza regole oppure timore di riprendersi la propria libertà e, con essa, la responsabilità delle proprie azioni?


Ansa. 2017-03-29. Brexit, le 19mila norme Ue che incombono sul Regno

Una montagna di 19 mila norme europee incombe su Londra con la Brexit. La Gran Bretagna dovrà trasformarle in leggi nazionali e magari abolirne un certo numero, in nome di quello sfoltimento radicale invocato come un mantra dai critici della “elefantiaca euroburocrazia” di Bruxelles: ‘hard brexiteers’ in testa. La mole, calcolata in un rapporto della Camera dei Comuni che include leggi e regolamenti vari, costituisce comunque una sfida senza precedenti. Forse improba nelle scadenze previste per i funzionari di Sua Maestà.

Un compito difficile che non può che iniziare, come spiegato più volte dalla premier Tory britannica, Theresa May, proprio da una grande legge, la Great Repeal Bill, necessaria a cancellare l’European Communities Act del 1972 attraverso il quale il Regno Unito recepì la legislazione comunitaria. E avviare di fatto la ‘trasmigrazione’ nazionale di tutte le norme europee in modo che il parlamento di Westminster possa poi confermarle o annullarle a piacimento. Tante le materie in ballo: dall’energia, ai trasporti, all’agricoltura e alla pesca, fino ai codici del lavoro. Quest’ultimo settore, in particolare, interessa gli imprenditori che vorrebbero eliminare una serie di paletti sui turni di lavoro fissati da Bruxelles a tutela dei dipendenti, introducendo invece un ancor maggiore flessibilità degli orari.

Ma ci sono pure norme che i sudditi di Elisabetta, spesso individualisti e quasi sempre refrattari a ogni imposizione in arrivo dal continente, sarebbero felici di abbandonare a prescindere dalla distinzione di ceto. Si va dal divieto degli aspirapolvere troppo potenti fino all’obbligo di usare lampadine a basso consumo energetico. Torna quindi di moda la parola d’ordine dei tempi di Margaret Thatcher, ‘deregulation’, vista anche come una forma d’impulso all’economia nazionale del dopo Ue, sebbene in contrasto con le promesse di un conservatorismo più sociale fatte – almeno a parole – dal governo May. E del resto l’horror vacui, il timore di vuoti (normativi) da colmare non contagia tutti. Anzi, non manca chi invoca con entusiasmo – ad esempio l’euroscettico Daily Telegraph – un “grande falò” delle leggi europee. Quasi come un esorcismo di fronte alle incognite d’un futuro comunque tutto da ricostruire.

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