Pubblicato in: Finanza e Sistema Bancario, Materie Prime

Oro. Uno studio sul lungo termine. Alcune considerazioni.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-03-25.

Castello Neuschwanstein 001

Non è facile trovare esposizioni equilibrate sull’oro considerato come forma di investimento.

Questa caratteristica non è dovuta ad imperizia, quanto piuttosto alla necessità di dover sfatare radicati luoghi comuni dell’immaginario collettivo, e, soprattutto, alla difficoltà intrinseca di rivolgersi ad un pubblico non omogeneo per esigenze e consistenza.

«Fatto concreto: l’oro è solo una materia prima, niente più, niente meno, proprio come argento, titanio, piombo, platino, alluminio, rame o zinco.»

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«Non ha poteri magici dal punto di vista degli investimenti»

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Lo studio che alleghiamo evidenzia, in modo anche ben documentato, come l’oro non sia nel lungo termine un investimento redditizio.

Ci si domanda allora per quale motivo le banche centrali ne detengano grandi quantità, denominandole ‘riserve‘.

Similmente ci si potrebbe domandare per quale motivo molti investitori privati ne abbiano ragionevoli quantità in portafoglio.

Molte rispose alquanto differenti potrebbero essere fornite, tutte ragionevolmente valide.

Ma forse quella che meglio delucida all’investitore, da quello microbico al grande investitore, potrebbe essere la seguente.

L’oro non è un ‘investimento‘,

bensì una ‘riserva‘.

In altri termini, l’oro altro non sarebbe che un accantonamento improduttivo tesaurizzato per cercare di minimizzare l’impatto di fatti estremamente avversi.

Con tale denominazione non si intendono le normali crisi del sistema che si ripropongono nel tempo. Si intendono eventi catastrofici per il singolo oppure per la Collettività, come, per esempio, una guerra oppure un default.

Da questo punto di vista, l’oro tesaurizzato svolge il ruolo di una polizza assicurativa: è un onere in tempi normali, ma è di utilità, anche estrema, in momento di impreviste, severe turbolenze.

L’oro infatti racchiude in poco spazio un grande valore, è universalmente conosciuto ed è facilmente transabile specie se tesaurizzato sotto forma di monete auree di basso peso e grande diffusione, come, per esempio, le sterline d’oro. A differenza dei diamanti, è molto facilmente scambiabile.

In poche parole, in un momento drammatico, che potrebbe anche culminare con la fuga e l’espatrio di urgenza, questo piccolo tesoro può seguire la persona nel suo peregrinare, consentendole la sopravvivenza. Un grande valore che può stare in una tasca.

Non si pensi che guerre, magari anche civili, possano accadere solo agli altri: nulla vieta di pensare che anche in Europa occidentale possano verificarsi eventi del genere.

Mentre gli immobili sono statici per definizione, in tali evenienze anche contante ovvero titoli in deposito bancario potrebbero essere inaccessibili. L’oro invece potrebbe essere anche tenuto semplicemente in casa, a portata di mano.

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Se queste considerazioni sono state ben valutate e ponderate, sorge allora spontanea la domanda di quale quota di capitale possa essere immobilizzata nella tesaurizzazione aurea.

Non esistono regole generali, ma solo suggerimenti empirici.

Un criterio che sembrerebbe essere ragionevole suggerirebbe di calcolare con cura quanto sia necessario per sopravvivere, come persona fisica oppure anche come persona giuridica, e quindi fare scorta doppia per prudenza per poter passare un periodo di un anno di turbolenze.

Facendo un esempio pratico, una persona calcola in 1,500 euro al mese quanto gli necessita per sopravvivere. Alle quotazioni odierne sarebbero cinque sterline d’oro. Dodici mesi, sessanta sterline. Raddoppiare per massima prudenza, centoventi sterline d’oro. Stanno comodamente in una tasca dei pantaloni.

Cento sterline d’oro equivalgono ad oggi a circa ventinovemila euro immobilizzati.


Trend Online. 2017-03-20. Perché l’oro? 

Nel valutare i dati storici è difficile capire quale ruolo concreto potrebbe avere l’oro nei portafogli di buona parte degli investitori.

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Oro! Stando a studi recenti, gli investitori europei si stanno precipitando ad acquistare il metallo prezioso in cerca di un “porto sicuro” che li protegga dall’incertezza generata dalle elezioni di quest’anno in Olanda, Francia, Germania e, forse, in Italia. I flussi di fondi in entrata in prodotti quotati legati al prezzo dei lingotti si sono impennati e molti prevedono grandi guadagni grazie a presunti “acquisti basati sulle paure” basati sulla crescita dell’8,6% dello scorso anno. Ma prima di precipitarvi voi stessi, vi chiediamo un po’ d’attenzione: l’oro non è un porto sicuro. Non protegge dalla negatività delle azioni, né dall’inflazione. Nel valutare i dati storici è difficile capire quale ruolo concreto potrebbe avere l’oro nei portafogli di buona parte degli investitori.

NON UN PORTO SICURO

Per alcuni investitori l’oro è un “porto sicuro”, un rifugio dalla volatilità dei mercati azionari, e molti si lasciano abbindolare, specie nell’attuale contesto di timori euroscettici. Ma sbagliano. Per essere un vero porto sicuro, l’oro probabilmente dovrebbe essere costantemente correlato in modo relativamente negativo alle azioni, registrando rialzi quando le azioni calano e viceversa, oppure meno volatile delle azioni. Niente di tutto ciò è vero per l’oro.

Abbiamo misurato il coefficiente di correlazione tra i rendimenti mensili dell’oro e quelli dell’MSCI World da novembre 1973, quando il governo statunitense ha approvato gli scambi liberi dell’oro, creando così un mercato globale completo. Un coefficiente di correlazione misura statisticamente fino a che punto sono correlate due serie di numeri. Un coefficiente di 1 significa che si muovono di pari passo, -1 significa che si muovono in modo del tutto opposto. Il coefficiente di correlazione tra azioni globali e oro è di 0,1. Non hanno praticamente nessun rapporto, quindi esistono poche prove storiche che l’oro vada bene quando le azioni calano, e viceversa.

Ad ulteriore conferma, prendiamo il Grafico 1 che mostra le date storiche del mercato Orso S&P 500 (abbiamo utilizzato l’S&P 500 per la disponibilità quotidiana dei dati) dal 1975 e traccia i movimenti dell’oro. Non troviamo una direzione coerente, l’oro è crollato insieme ai titoli nel mercato Orso dell’inizio degli anni ‘80 per poi risalire un po’ nel 1987 e nel 1990. L’oro è sceso durante il primo anno dopo lo scoppio della bolla tecnologica nel 2000. Nel 2008 chi investiva in oro si è trovato sulle montagne russe—il metallo prezioso ha messo insieme risultati positivi pari a circa un calo di quasi il 30%.

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Mercati azionari Orso     Prezzo dell’oro ($/oncia). Dic. Fonte: FactSet e Federal Reserve Bank of St. Louis, al 16/02/2017. 31/12/1975 – 31/12/2016. Il range delle date parte dal 1975 perché gli scambi liberi dell’oro sono iniziati nel 1973, durante un preesistente mercato Orso S&P 500.

PIÙ VOLATILE DEI TITOLI

Nemmeno l’idea che il metallo prezioso sia un “porto sicuro”, con una bassa volatilità rispetto alle azioni, supera l’esame. L’oro presenta una maggiore deviazione standard rispetto alle azioni, quindi i suoi rendimenti deviano dalla loro media sul lungo termine più spesso rispetto ai titoli azionari. Ora, in teoria un attivo più volatile dovrebbe compensarvi con rendimenti più elevati, invece i rendimenti annui delle azioni superano di gran lunga quelli dell’oro. Da novembre 1973 l’indice MSCI World presenta rendimenti annui del 9.5%. E l’oro? 6,1%. Il metallo prezioso inoltre registra rendimenti positivi molto meno spesso rispetto alle azioni globali. Se è davvero un attivo stabile, un porto sicuro, allora perché il suo prezzo crolla più spesso rispetto a quello delle azioni su un periodo di tempo significativo? Perché è più volatile? Non ci pare che si tratti un porto veramente efficiente.

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Periodo (anni) In dollari USA, i titoli globali sono saliti in periodi continui che superano i 12 anni. In euro, tutti i periodi continui superiori ai 15 anni sono stati positivi. Fonte: FactSet al 10/11/2016. 31/12/1973 – 31/01/2017. I rendimenti dell’oro sono misurati in USD perché in generale le materie prime sono scambiate e definite in dollari statunitensi.

Le azioni globali sono state positive nel 100% dei periodi continui di 12 mesi dal 1973

Molti ritengono che l’oro non sia tanto un porto sicuro, quanto un modo per tutelarsi dall’aumento dei prezzi. È possibile che l’aumento dell’inflazione eroda il valore del vostro denaro, quindi forse è preferibile avere qualcosa che le banche centrali non possono diluire aumentando l’offerta di moneta. (Cosa importa se chi estrae oro ne può diluire il valore aumentando l’offerta, o se i governi semplicemente possono giocare con il coefficiente d’oro per quota monetaria.) Questa teoria sembra perfettamente logica e forse è stata vera in un determinato momento storico ma non è certo una verità degli ultimi decenni.

Da novembre 1973 il tasso medio d’inflazione negli USA è appena al di sotto del 3,2%. (In base al CPI USA, dato che l’oro è denominato in dollari USA, quindi sembra il migliore confronto tra elementi comparabili.) Dal 2000 negli USA l’inflazione è stata generalmente bassa e i rendimenti dell’oro alti. Cosa succede quindi? Inoltre, il Grafico 3 mostra che il rendimento medio forward a 12 mesi dell’oro è maggiore in periodi in cui l’inflazione è al di sotto della media, specialmente quando è molto al di sotto—piuttosto che quando è al di sopra.

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Fonte: FactSet, al 10/12/2016. Rendimento forward a 12 mesi dell’oro e variazione percentuale anno su anno dell’indice dei prezzi al consumo USA, novembre 1973 – gennaio 2017. I rendimenti dell’oro sono misurati in USD perché in generale le materie prime sono scambiate e definite in dollari statunitensi.

Ora, prima che pensiate che una bassa inflazione significhi un ottimismo esagerato per l’oro, ricordate: dal 2012 al 2015 l’inflazione era molto bassa e l’oro è sceso. L’inflazione è ancora bassa ma ora l’oro cresce. Sembra proprio che non ci sia nessuna correlazione.

Inoltre, molti dei rendimenti nei periodi di inflazione elevata indicati sono alterati dal periodo tra il 1973 e il 1979, caratterizzato da grande inflazione, non appena l’oro aveva ricominciato a essere scambiato liberamente. Il Grafico 2 illustra la tematica in un altro modo, mostrando l’indice dei prezzi al consumo USA e l’oro indicizzato a 100 a dicembre 1979. Come si può vedere, l’oro non è riuscito a tenere il passo dell’inflazione nei successivi 35+ anni. Non ci sembra proprio che l’oro sia un’efficace tutela contro l’inflazione.

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Oro IPC. Indicizzati a 100 al 31/12/1979. Fonte: FactSet e the Federal Reserve Bank of St. Louis, al 28/02/2017. Oro e indice dei prezzi al consumo Usa, entrambi indicizzati a 100, al 31/12/1979. 31/12/1979 – 31/01/2017. L’oro si misura in USD perché in generale le materie prime sono scambiate e definite in dollari statunitensi.

L’oro presenta rendimenti inferiori rispetto ai titoli con più volatilità e non protegge dall’inflazione o dalla negatività dei mercati azionari. Ma allora, se l’oro non fa niente di quanto si pensa che faccia, che cosa fa veramente?

UN PEZZO DI METALLO GIALLO

Fatto concreto: l’oro è solo una materia prima, niente più, niente meno, proprio come argento, titanio, piombo, platino, alluminio, rame o zinco. Non ha poteri magici dal punto di vista degli investimenti. Piuttosto che chiedersi dove andrà l’oro, pensiamo che prima di tutto sia meglio chiedersi perché volerlo comprare.

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  1. Fonte: FactSet, al 16/02/2017.

  2. Fonte: FactSet, al 16/02/2017. Rendimento annuo dell’indice MSCI World con dividendi netti, 31/10/1973 – 31/01/2017. I rendimenti dell’oro sono misurati in USD perché in generale le materie prime sono scambiate e definite in dollari statunitensi.

  3. Ibid. Rendimento annuo del prezzo dell’oro, 31/10/1973 – 31/01/2017. I rendimenti dell’oro sono misurati in USD perché in generale le materie prime sono scambiate e definite in dollari statunitensi.

  4. Fonte: FactSet, al 28/02/2017. Variazione percentuale media anno su anno dell’indice dei prezzi al consumo USA, novembre 1973 – gennaio 2017.

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