Pubblicato in: Devoluzione socialismo

La riscossa del Visegrad. La Polonia verso il rigetto delle Corti Europee.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-02-25.

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Oramai la vertenza sulle Corti Europee sta entrando nel grottesco spinto. Roba da Kafka.

Abbiamo già ripetutamente riportato come il principale strumento di potere dei liberals americani e dei socialisti ideologici europei siano le corti di giustizia.

Queste sono quasi totalmente condotte da loro adepti, che invece di applicare le leggi le “interpretano“, diventando il gruppo di fuoco di quella connection internazionale. La mafia avrebbe molto da imparare da loro.

Un giudice liberals oppure socialista troverà sempre anticostituzionale quanto fatto da un loro avversario politico.

Non ci si dimentichi che sono i nipotini dei giacobini e di quanto abbiano superato i loro vecchi maestri.

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Dopo il Burundi ed il Gambia anche Sud Africa e Russia hanno rigettato la International Criminal Court.

Anche la Russia abbandona la International Criminal Court.  

International Criminal Court. Anche il Sud Africa la disconosce.

Ma quando loro conviene, isocialisti non si peritano certo di seguirne i dettami.

Germania. Migranti deportati in Grecia alla faccia della European Court of Human Rights.

IMF. Lagarde a giudizio. Giustizia, l’arma impropria dei liberals.

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Il problema è ovviamente presente anche negli Stati Uniti.

Trump. Supreme Court. Il chiodo nella carne dei democratici.

Trump ed il nodo della Supreme Court.

Difficilmente potrà esserci alternanza reale di governo senza prima aver bonificato le Corti Federali. Come si fece nei tribunali dopo il 1945.

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Il problema si pone ovviamente anche in Europa.

Kaczyński. L’Innominato polacco.

Rivoluzione contro questa Europa. Jaroslaw Kaczynski.

Polonia – EU al round finale sulla Corte Costituzionale.

Nelle ultime elezioni in Polonia le sinistre non hanno avuto i voti necessari per fare eleggere nemmeno un loro deputato. Il governo eletto si è premurato di bonificare sia la Corte Costituzionale sia altre strutture nodali dello stato da ogni residuo socialista.

La reazione dei socialisti europei è stata feroce, ma impotente.

Quindi la Polonia ha rigettato la consuetudine di accettare sul territorio nazionale le sentenze delle Corti Europee, l’applicazione delle quale deve essere previamente vagliato dagli organi propri dello stato.

Seconda reazione furibonda: i socialisti sono stati colpiti nel loro punto debole. Senza le Corti di Giustizia europee ai loro ordini hanno perso gran parte del loro potere.

Sono corse minacce larvate prima, ben chiare dopo.

Poco tempo fa Frau Merkel si è anche recata in visita privata da Mr Kaczynski. Segno dei tempi: in passato sarebbe stato Mr Kaczynski ad andare a fare anticamera da Frau Merkel.

«Last December the European Commission gave Warsaw two months to implement measures to protect the powers of the court.»

To protect the powers of the court significa, in parole povere, che dovrebbe tornare sotto controllo socialista.

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«The unprecedented monitoring procedure that the Commission launched against Poland more than a year ago could end in Warsaw losing its voting rights in the 28-nation EU if all other EU leaders agree to it»

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Si noti come, a norma dei trattati vigenti, la Commissione UE non dovrebbe avere simile potere. Non solo, ma anche provvedimenti di minore portata dovrebbero essere presi alla unanimità.

Ma la chicca finale è la seguente, messa lì dal’articolista per impressionare gli impressionabili:

«Last week rights groups including Amnesty International, Human Rights Watch, Reporters Without Borders, the International Federation for Human Rights (FIDH) and the Open Society European Policy Institute urged the EU to take enforcement action against Warsaw»

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Ma con quale diritto codeste organizzazioni private si arrogano il potere di schierarsi contro un governo democraticamente eletto? Di criticarlo?

Sono forse realtà elettive a suffragio universale?

Se contano così tanto, perché mai non si sono presentate alle elezioni?

Sono quattro rumorosissimi gatti al soldo dei socialisti che li governano, noti per la smisurata risonanza data loro dai giornalisti del regime.

Il fatto che si siano schierati contro la Polonia è il segno più evidente di quanto i polacchi abbiano ragione.

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Adesso staremo a vedere cosa farà l’Unione Europea o, meglio, la Commissione Europea.


Deutsche Welle. 2017-02-21. Warsaw waves off EU demands for judicial reforms to uphold rule of law

Poland has dismissed European Union demands it implement judicial reforms it considers essential to the rule of law. Warsaw risks being stripped of its voting rights in the 28-member EU bloc as a result.

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The Polish Foreign Ministry said in a statement on its website on Monday that the changes Warsaw has implemented are “in line with European standards” and that it has created “the right conditions for a normal functioning” of the Constitutional Court.

Last December the European Commission gave Warsaw two months to implement measures to protect the powers of the court.

It is not immediately clear what has changed since then.

Critics argue actions undertaken by the rightwing Law and Justice (PiS) government since it came to power in October 2015 have in effect sidelined the country’s highest court and allowed the government to push through a raft of often controversial legislation that might otherwise be subject to greater legislative scrutiny.

Last week rights groups including Amnesty International, Human Rights Watch, Reporters Without Borders, the International Federation for Human Rights (FIDH) and the Open Society European Policy Institute urged the EU to take enforcement action against Warsaw.

The unprecedented monitoring procedure that the Commission launched against Poland more than a year ago could end in Warsaw losing its voting rights in the 28-nation EU if all other EU leaders agree to it.

The Commission handed Poland a three-month deadline last July to reverse changes to the court or face sanctions. None were forthcoming.

Stigmatizing Warsaw?

Warsaw also accused Commission Vice-President Frans Timmermans of “stigmatizing” the Polish government.

“It is clear that the Commission cannot do it alone,” Timmermans said in an interview on Saturday. “The member states and the Commission have to stick together. Everybody has to take their responsibility.”

“Once again, Poland stressed that the existing political dispute around the principles of functioning of the Constitutional Court cannot be the basis for formulating the claim that there is a systemic threat to the rule of law,” the ministry said.

“(Timmermans’ call) on other member states to create a common front with the European Commission against Poland is a glaring example of violation of these rules,” the ministry said.

Warsaw has said a dialogue between the Commission and a member country should be based on rules of respect for sovereignty, objectivity and national identity.

“We urge the Vice-President of the European Commission to stop such actions,” the ministry said.

European Commission Vice President Frans Timmermans in Poland with Polish PM Beata Szydlo, May 2016

Commission response

A spokeswoman for the Commission said it had received the Polish response and would study it.

“The Commission is politically color blind when it comes to the rule of law,” she said, adding that its concerns on Poland were shared by the European Parliament, the Council of Europe, the United Nations human rights body and other EU governments.

“When the rule of law in any member state is in question it is an issue for all member states,” the spokeswoman said. “Such is the nature of being part of the EU.”


Sole 24 Ore. 2016-09-18. Orban-Kaczynski, la coppia che tiene in ostaggio l’Europa

La banda dei «ladri di cavalli» è nata dieci giorni fa a Krynica, nel sud della Polonia. È lì che per la prima volta Viktor Orban e Jaroslaw Kaczynski si sono fatti vedere assieme in pubblico. Ed è in questa cittadina dei Carpazi che il premier ungherese e il grande capo polacco hanno preparato l’attacco all’Unione europea. E se al vertice europeo di Bratislava di venerdì hanno usato toni tutto sommato morbidi, potrebbero presto diventare molto più aggressivi: contro la Commissione Ue per ridare forza e autonomia ai governi nazionali. Se necessario tornando a chiedere di modificare i Trattati comunitari. A cominciare dalle regole sui migranti, una questione sulla quale – sono parole che vengono dai governi di Budapest e Varsavia – «si decide il futuro dell’Europa».

Un anno fa, mentre Angela Merkel apriva la Germania ai rifugiati, Orban faceva costruire dall’esercito un muro di filo spinato per bloccare i migranti al confine con la Serbia. Negli stessi giorni Kaczynski si preparava a riconquistare il governo polacco in una campagna elettorale nella quale alimentava la paura per i migranti: «Portano malattie», «non vogliamo stranieri non cristiani nella nostra terra».

Il patto tra Orban e Kaczynski è nato così, per naturale simpatia oltre che su una visione condivisa del potere, della politica e della società. «Se ti fidi di qualcuno, diciamo in Ungheria, allora puoi andare con lui a rubare cavalli. E noi ungheresi andiamo con piacere a rubare cavalli assieme ai polacchi», ha spiegato Orban. Kaczynski ha voluto replicare: «Ci sono alcune stalle nelle quali possiamo rubare cavalli assieme agli ungheresi, una di queste, particolarmente grande, si chiama Unione europea».

L’obiettivo, comune e dichiarato, è «l’Europa delle patrie» e Brexit – nella destra nazionalista e populista – può servire a realizzare «una contro rivoluzione culturale» per rivedere totalmente le politiche decise a Bruxelles nell’ultimo decennio. Senza però toccare i miliardi di fondi strutturali comunitari che hanno sostenuto l’economia dei Paesi dell’Est.

Orban, 53 anni – autoritario e carismatico – comanda in Ungheria dal 2010 e per Bruxelles è una costante preoccupazione. Non perde occasione per prendersela con «i poteri forti e le multinazionali che vogliono comandare in casa d’altri». Ha risollevato l’economia del Paese ma la sua deriva autarchica, l’ha portato a scontrarsi con tutte le istituzioni politiche e finanziarie mondiali. Nel 1989, a soli 26 anni, Orban è già un capopolo e agita la piazza di Budapest contro le truppe sovietiche ancora nel Paese. Nel 1998 diventa premier per la prima volta, due passaggi a vuoto non lo abbattono e sei anni fa arriva la grande rivincita: con il suo partito il Fidesz, l’Alleanza dei giovani democratici, ottiene una schiacciante maggioranza in Parlamento con la quale poi riesce a cambiare la Costituzione.

Kaczynski, 67 anni – schivo, quasi monacale nella vita quotidiana – più volte premier e ministro. Ha condiviso per anni il potere con il fratello gemello Lech, morto da presidente in carica nel 2010 in un tragico incidente aereo, portando la Polonia su posizioni euroscettiche e spesso contrapponendosi all’azione comune della Ue. Cresce dentro a Solidarnosc, poi prende le distanze da Lech Walesa fondando il partito Diritto e Giustizia. Messo all’angolo dai liberali di Donald Tusk (oggi presidente del Consiglio europeo), torna al potere lo scorso anno: il premier Beata Szydlo (come il presidente della Repubblica Andrzej Duda) è infatti una creatura del vecchio leader che rinuncia agli incarichi nelle istituzioni ma tiene in mano il Paese. Il ritorno al passato della Polonia prende come modello l’Ungheria di Orban: ecco quindi, una dopo l’altra, una legge che mette i media sotto lo stretto controllo del governo, una controversa riforma della Corte Costituzionale, una serie di misure economiche contro le imprese straniere e contro le banche, per le quali si arriva a parlare di nazionalizzazione. Inevitabile, per quanto spuntata, la risposta dell’Unione europea che per la prima volta avvia una procedura sulla violazione dello stato di diritto contro un Paese membro (utilizzando proprio le norme introdotte in precedenza per frenare l’azione di Orban in Ungheria).

Sui migranti Orban e Kaczynski non intendono fare sconti, appoggiati, seppur con toni meno accesi, da Repubblica Ceca e Slovacchia, gli altri due Paesi del gruppo di Visegrad.

«L’arrivo dei migranti mette a rischio la nostra sicurezza e finirà per annullare la nostra identità culturale e storica», hanno affermato i due a Krynica, senza ricordare che i migranti nei loro Paesi sono poche migliaia e ancora meno sono i rifugiati di religione musulmana. «Le quote di ripartizione nella Ue sono assurde», ripetono, e Orban già si prepara a trionfare il 2 ottobre, nel referendum che ha voluto per bocciare le proposte di Bruxelles.

«Nell’Unione continuano a prevalere le stesse politiche migratorie ingenue e autodistruttive di prima. Si parla più di accelerare la distribuzione dei rifugiati che di fermare i migranti ai confini di Schengen. Il vertice di Bratislava è stato un insuccesso, nulla è cambiato sull’immigrazione», ha detto Orban due giorni fa. La scorribanda dei due «ladri di cavalli» è solo rinviata.

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