Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Len Pen, sistema elettorale, il franco e l’euro ritornato all’ecu.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-02-18.

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Chiedendo a satana cosa ne pensi di Dio si otterrebbe una risposta negativa sotto ogni punto di vista.

È del tutto sequenziale che l’élite dominate dica della Le Pen peste e corna ed evochi il diluvio universale nel caso per loro orripilante che il Front National possa imporsi alle prossime elezioni. Per loro sarebbe il pensionamento anticipato.

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Si voterà per la Presidenza, ma si voterà anche per l’Assemblea Nazionale.

Le usuali proiezioni darebbero il Front National all’incirca al 26%.

Sarà una presenza politica ingombrante, perché verosimilmente Mrs Le Pen arriverà al ballottaggio al secondo turno. Se è vero che sembrerebbe molto improbabile una sua vittoria, sarebbe altrettanto vero che la sua presenza avrebbe scardinato il sistema. I partiti tradizionali, partito socialista ed succedanei e Les Républicains, saranno obbligati a rivedere la loro struttura e programmi. In questi anni la Le Pen ha già raddoppiato i consensi elettorali: sarebbe troppo voler anche che conseguisse già ora la maggioranza assoluta.

Ma chiunque sia il presidente francese, questi dovrà fare i conti con l’Assemblea Nazionale, ossia con il parlamento francese: difficilmente l’eletto potrà contare su di una maggioranza parlamentare del partito che lo ha espresso, anche tenendo conto di una verosimile desistenza. E senza maggioranza parlamentare non si può governare.

L’Assemblea Nazionale conta 577 deputati, essendo 289 la maggioranza. Quando il sistema era esenzialmente bipartitico, era facile che una parte raggiungesse la maggioranza: ma ciò risulterebbe ben problematico in un sistema tripartitico.

Il sistema elettorale francese ha delle sue peculiari caratteristiche.

La Francia è suddivisa in 577 collegi uninominali e si vota su due turni. È eletto chi al primo turno superi il 50% dei voti, dovendo essere i votanti almeno il 25% degli iscritti alle lite elettorali. In caso contrario, partecipano al secondo turno i due candidati che abbiano avuto il maggior numero di consensi, più tutti gli eventuali candidati che abbiano ottenuto più del 12.5%. Viene eletto chi abbia raggiunto la maggioranza.

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Il sistema elettorale francese è stato studiato per favorire eventuali aggregazioni al secondo turno: il secondo turno deve smorzare l’effetto dei collegi uninominali. Come nel Regno Unito per i partiti conta avere la maggioranza nei collegi: le statistiche nazionali contano ben poco. Un partito che fosse presente in un unico collegio, ma con la maggioranza, otterrebbe un deputato con meno di un millesimo dei voti nazionali.

Nelle passate elezioni il Front National era riuscito a conquistare due deputati pur avendo oltre il 12% in sede nazionale. Era distribuito in modo molto uniforme sul territorio nazionale. Ora non più.

In queste elezioni il partito di Mrs Le Pen potrebbe raggiungere i 60 – 65 deputati, pur avendo ottenuto il 25% dei voti circa. Ma non è detto. Non sarà facile che sinistre e Les Républicains possano fare gestibili accordi di desistenza. Sinceramente, reputeremmo terroristiche quelle previsioni che assegnerebbero alla Le Pen oltre dueceno deputati: ci sembrerebbe roba da primo di aprile.

La risultate finale dovrebbe essere però una situazione di ingovernabilità.

Poi, alla fine, probabilmente si potrebbe arrivare ad una coalizione che possa esprimere un governicchio, ma si sarebbe ben facili profeti a prevederlo fortemente instabile,sollecitato da destra e da sinistra, con il convitato di pietra sempre incombente. Alla fine, il chaos fa e farà il gioco di Mrs Le Pen.

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In questo clima di simpaticissime quanto furibonde lotte intestine si inserisce la proposta del Front National della doppia valuta. In mezzo a tante idee, questa meriterebbe di essere meglio approfondita.

A suo favore giocherebbe la furibonda reazione degli altri partiti.


Sole 24 Ore. 2017-02-18. I piani di Marine Le Pen per tornare al franco (senza togliere l’euro)

E’ la sera di domenica 7 maggio 2017: a sorpresa Marine Le Pen al ballottaggio ha vinto le presidenziali francesi. Tempo poche settimane e la Francia vota sull’uscita dall’Unione europea, la “Frexit” (o “FrAdieu”, come verrà ribattezzata): il sì vince per un soffio, come per Brexit e Trump. A questo punto, cosa accade alla moneta unica?

Marine Le Pen ha un’idea che le frulla in testa. L’ha anticipata a Reuters qualche giorno fa: è la reintroduzione del franco francese, affiancato all’euro ma con un regime di cambi flessibili. Un salto all’indietro ai tempi dell’European Currency Unit, la moneta scritturale introdotta nel 1978 con il Sistema monetario europeo dopo il sostanziale fallimento del “serpente monetario” varato nel 1972 e imploso sotto i colpi della crisi petrolifera.

«L’Ecu è esistito a fianco della nostra valuta nazionale», ha spiegato Marine Le Pen, aggiungendo che «la coesistenza delle due monete non dovrebbe avere conseguenze sulla vita quotidiana dei francesi» e concludendo con nonchalance che «un “serpente monetario” è qualcosa che appare ragionevole».

Che cos’era l’Ecu, antenato dell’euro? Era l’unità di conto comune che rappresentava il riferimento a una parità di cambio prefissata, in grado di oscillare entro una fluttuazione del ±2,25% (aumentata al ±6% per Italia, Gran Bretagna, Spagna e Portogallo).

L’idea fissa di Marine Le Pen, tornare ad avere piena sovranità sulla propria valuta nazionale, si articolerebbe quindi in un ritorno a un sistema di cambi flessibili. Con l’euro che, come spiega il deputato del Front National Florian Philippot, diventerebbe un’unità di conto tra nazioni, «non qualcosa che tieni nel portafoglio o nel conto in banca». Mentre l’economista del Fn Jean-Richard Sulzer puntualizza che le oscillazioni rispetto alla parità (ossia le svalutazioni) devono essere rare, «senza fluttuare come ai tempi dell’Ecu, per non creare instabilità per le imprese esportatrici francesi».

Quindi un franco affiancato all’euro con un regime di cambi variabili ma non troppo. Solo una boutade elettorale? «Per almeno una parte dei francesi, cresciuti con l’idea di essere i padroni dell’Ue insieme con i tedeschi, l’uscita unilaterale dall’euro – per passare al nouveau franc – verrebbe probabilmente vissuta come un trauma», spiega Umberto Bertelè, Professore emerito di strategia alla School of Management del Politecnico di Milano. «È a questi che guarda Marine Le Pen, per allargare il consenso, cercando di addolcire la pillola con la proposta di ritorno al cosiddetto serpentone, al vecchio regime di tassi di cambio concordati che lasciava però aperta nei casi di emergenza (come l’Italia ben sa) la possibilità di svalutare. Cambierebbe qualcosa per le sorti dell’euro? Nulla, perché significherebbe comunque la morte della moneta unica».

«La proposta di Marine Le Pen è irrealizzabile all’interno dell’architettura della moneta unica – fa eco Alessandro Picchioni, presidente e direttore investimenti di WoodPecker Capital – . La sua attuazione infatti creerebbe degli squilibri ingestibili, a maggior ragione se attuata in un secondo tempo anche da Spagna e Italia. La legge di Gresham, anche se non è mai stata scritta, ha dimostrato sin dal Cinquecento che quando in un sistema economico si affiancano due monete ufficiali, una con un valore intrinseco più alto, molto presto la più preziosa tenderà a sparire dalla circolazione perché le persone utilizzeranno la meno preziosa per i consumi accaparrandosi l’altra per conservarla».

Le osservazioni di Gresham erano riferite a monete con pari valore nominale e diverso contenuto di metallo prezioso, continua Picchioni, ma l’esempio è del tutto estendibile alla situazione attuale, dove il contenuto più o meno prezioso di una moneta coniata è sostituibile dalle passività accumulate da una banca centrale. «Un cittadino francese, sapendo che il franco potrà all’occorrenza essere svalutato contro l’euro e che la Francia non mantiene saldi commerciali positivi all’interno dell’Europa, ove anche avesse fiducia nella correttezza dei comportamenti della Banca di Francia sul mantenimento del potere di acquisto vorrà riallocare i propri risparmi nel tempo a favore dell’euro, tendendo a spendere il franco. Se poi i salari cominciassero a essere pagati in franchi questo processo si accentuerebbe nel tempo, creando forti squilibri all’interno delle banche centrali europee».

Ipotizzando infatti la sopravvivenza di Target (il sistema di pagamento interbancario dell’eurosistema), in breve tempo alcuni Paesi europei, con in testa la Germania, accumulerebbero crediti enormi nei confronti dei francesi, spiega ancora il presidente di WoodPecker Capital. Insomma o una banca centrale di uno stato membro non è in condizione di creare autonomamente moneta (la situazione attuale) o in breve tempo l’azione combinata della banca centrale, in questo caso la Banca di Francia, verso una “franchizzazione” dell’economia e quella dell’accumulazione di euro da parte dei cittadini francesi porterà questi ultimi ad accumulare debiti nei confronti di altri Paesi europei. A loro volta i Paesi creditori dei francesi vedranno diminuire, man mano che il franco si svaluta, la probabilità di essere mai ripagati.

Ma immaginiamo che Italia e Spagna seguano la Francia. Sarebbe un vero disastro per alcuni Paesi (a partire dal la Germania) i quali, oltre al contraccolpo creditizio ne subirebbero anche uno monetario: secondo l’economista infatti l’accumulo di euro in Francia, Spagna e Italia farebbe collassare i tassi di interesse della moneta unica, finendo per distruggere il sistema previdenziale di tutti gli Stati che mantenessero solo quella moneta. «Insomma, al di là delle boutade elettorali, la vera scelta è o dentro l’Unione monetaria con le regole attuali o fuori da essa – conclude Picchioni – : nessuna via di mezzo potrà essere mai accettata da tutti e 19 gli Stati membri e dai politici».

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