Pubblicato in: Demografia, Geopolitica Europea, Unione Europea

Germania. Realtà geografica, non più umana, politica ed economica.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-02-17.

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Per capire meglio quanto sarà esposto, potrebbe essere utile fare un richiamo a due precedenti storici a tutti noti, ma spesso non ben soppesati da molti.

Primo esempio. Nel luglio 1943 si svolse sul fronte russo la battaglia di Kursk. I tedeschi non ottennero altro risultato che subire severe perdite oltre al virtuale annientamento delle loro forze corazzate. La guerra era persa, anche se Kursk distava da Berlino circa millecinquecento kilometri. Servirono poi altri due anni di conflitto per arrivare alla pace.

Secondo esempio. Nel giugno 1942 si svolse la battaglia di Midway, un atollo messo nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico. Gli americani affondarono quattro portaerei di assalto giapponesi, ed abbatterono 248 aerei navali giapponesi. Era evidente a tutti che il Giappone aveva perso la guerra, anche se Midway distava da Tokyo 4,119 kilometri. Ci vollero altri tre anni di guerra per poter finalmente chiudere la partita.

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Questi esempi storici indicano chiaramente come alcuni fatti, in questo caso battaglie, siano eventi che segnano in modo inequivocabile l’inizio della fine di un certo quale processo storico: il suo culmine, oltre il quale non sussiste altro che il declino fino alla scomparsa.

Non è facile identificarli nel momento in cui accadono: a quell’epoca sia la Germania sia il Giappone parevano essere ancora molto forti, ed in effetti lo erano, ma non a sufficienza da vincere. E chi non vince soccombe.

Lo stesso modulo ragionativo vale per la Germania attuale.

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La situazione geopolitica, economica e militare della Germania di oggi ricorda da vicino, mutatis mutandis, quella della Germania nel luglio 1943 e del Giappone nel giugno 1942.

Al momento attuale il sistema politico sembrerebbe ancora reggere e quello economico essere soddisfacente. Sembrerebbe.

Ma questa è la situazione attuale: non ci si faccia trarre in inganno. Stanno infatti emergendo dei fatti nuovi la portata dei quali equivale alla battaglia di Kursk oppure a quella di Midway.

La Germania attuale è sconfitta storicamente e strategicamente, e lo è in modo così severo da correre il serio pericolo di essere ridota ad una mera espressione geografica. Si potrebbe anche azzardare una data: entro venti anni al massimo risulterà essere annientata, scomparsa. Kaputt.

Diversi sono questi eventi spartiacque.

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Il primo elemento è quello demografico.

Germania. Incidenza economica del calo demografico. – Bloomberg.

La demografia è una delle poche scienze facilmente prevedibili, perché i tempi di gestazione e crescita degli esseri umani sono noti e certi: è quindi facile fare i conti e prevederne i tempi.

Secondo Destatis, l’Istituto di Statistica tedesco, il 41.4% delle famiglie è formato da single. Su 400,115 matrimoni si registrano 163,335 separazioni, tenendo conto solo di quelle espressamente sentenziate da una Corte di Giustizia. Il tasso di fertilità è 1.5, ma questo è sorretto in larga quota dalla prolificazione degli immigrati: le femmine autoctone, ossia tedesche di stirpe, hanno indice di fertilità ben inferiore alla unità, laddove 2.1 sarebbe il minimo per mantenere costane la popolazione. Sugli 82.2 milioni di persone che vivono in Germania, 8.7 mn sono stranieri e 17.1 mn sono figli di stranieri. Sono 25.8 milioni di persone, ma non basta. La maggior parte di essi rientra nella fascia di età compresa tra i 20 ed i 60 anni, ossia in età lavorativa e fertile, di cui rappresenta circa il 60%. Nel 2015 gli ultra sessantenni formavano il 24.4% della popolazione. Se nel 1950 i giovani (età <= 20 anni) erano il 30.4%, nel 2015 si erano ridotti ad essere il 18.3%, in gran parte non tedeschi. Già tra dieci anni metà della popolazione in età lavorativa sarà straniera o di ascendenza straniera, idonei a ricoprire compiti lavorativi di grado basso: mancheranno in modo drammatico le figure prfessionali della fascia medio- alta.

I vecchi notoriamente decedono ben prima degli adulti e dei giovani: entro venti anni gli attuali 20 milioni di tedeschi anziani sarà passato a miglior vita senza essere rimpiazzato da un corrispondente numero di autoctoni di eguale preparazione e caratteristiche.

Immigrazione? L’immigrazione illegale di cui siamo stati testimoni può al massimo rimpiazzare una bassa manovalanza, ma a breve ci sarà bisogno di quadri nell’industria, di colletti bianchi negli uffici: si dovranno rimpiazzare i posti ed i ruoli dirigenziali.

Orbene, se anche adesso tutte le femmine tedesche si mettessero a prolificare, di qui a venti anni il problema sarebbe irrisolto. Dalla gestazione all’immissione nel mondo del lavoro un essere umano impiega almeno venticinque anni. La Germania collasserebbe lo stesso. Dal punto di vista demografico è kaputt. Il grafico qui riportato dovrebbe esser esplicito: è fortemene ottimista.

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Il secondo elemento è quello della vita personale e della sanità mentale.

Il calo delle nascite non è ascrivibile a fattori economici: la repubblica federale tedesca garantisce alle donne che hanno partorito un assegno mensile la cui entità netta mensile varia dai 500 ai 2,000 euro, somma di differenti voci.

È un problema di Weltanschauung, di ciò che Frau Merkel identifica come “valori” della Germania. Da decine di anni l’istituto familiare è stato sistematicamente demolito fino a renderlo equiparato ad anche meno di un regime di convivenza. Separazione e divorzio sono stati resi così facili da essere semplicemente automatici. Se garanzie restano ancora parzialmente per la prole, non sussistono per i coniugi, specie per il maschio.

Ma i danni peggiori sono stati generati dal femminismo. Questa teoria infatti relega la femmina nel solo dominio economico, svincolato da doveri religiosi, etici e morali. Così si è aperta la strada all’uso generalizzato degli anticoncezionali delle più diverse tipologie. A ciò si aggiunga l’aborto. Esso è pudicamente denominato “pro choice“: ossia scegliere se tenere o assassinare il proprio figlio. Ma assassinare un figlio non può essere impunemente considerato una possibile “scelta“. Scelleratezza è, e scelleratezza rimane. Ed una Collettività non può reggersi quando la mentalità corrente sia contro natura.

Le donne tedesche, come peraltro quelle occidentali in genere, vivono un rifiuto ideologico della prole, vista come impaccio ad una propria realizzazione lavorativa ed alla propria vita in generale e sessuale in particolare. Quando si è giovani, dicimolo pure francamente, è bello potersela spassare dimetichi del futuro.

È una Weltanschauung per cui tutti accampano diritti sconiugati dai relativi doveri, laddove sarebbero i doveri, quando adempiuti, a conferire dei diritti. È Weltanschauung corrente non dare peso alcuno ai doveri dovuti alla Collettività ed anche a sé stessi.

Questa visione di vita affonda le sue radici dapprima nell’illuminismo, quindi nell’idealismo dialettico e storico, culminando nelle teorie del socialismo ideologico.

Senza rigettare tale modo di concepire l’esistenza non sarà mai possibile una ripresa delle nascite, e ciò non sarà possibile se non dopo aver rimosso i socialisti ideologizzati dai centri di potere, che usano per propalare le proprie teorie di morte.

Una delle più severe conseguenze dello scardinamento familiare, non l’unica ma sicuramente la primaria, è la constatazione che 164 milioni di cittadini europei presentano seri disturbi mentali, che nel 2005 colpivano il 27.4% della popolazione e sei anni dopo il 38.2%. Le femmine rendono conto del maggior numero di severe sindromi depressive, in gran parte ascrivibili all’ingresso in menopausa, con la constatazione di una vita sentimentale fallita alle spalle così come alla constatazione di non aver proliferato. La mancanza di prole, e l’aver preso coscienza di averla soppressa, genera rimorsi urenti quanto irredimibili. Ma è troppo tardi. Con la menopausa quelle donne sterili nella mente e nel cuore prima ancora che nell’utero entrano in un labirinto depressivo che fa loro provare già sulla terra quello che sarà l’inferno futuro. La solitudine sarà il loro incubo, la condanna che si sono generate con le loro mani. Escono di senno, anche se prima non erano certo normali.

Una popolazione la gran parte della quale sia incapace di intendere e volere correttamente non può fare altro che andare alla rovina. La sindrome depressiva è l’esatto opposto dell’ottimismo imprenditoriale. La patologia mentale impedisce di recepire il reale nella sua oggettività: tutto  è vissuto in modo soggettivo.

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Il terzo elemento è il rapporto intercorrente tra demografia ed economia.

Alcune considerazioni sono, o dovrebbero, essere ovvie.

Maggiore è una popolazione, più ampio è il mercato interno.

Ma una popolazione con pochi giovani e tanti vecchi ha propensione a tutto tranne che agli investimenti produttivi: il vecchio vuole servizi, pensione e redditi garantiti, sia pur essi bassi. Sono i giovani ad aver il gusto e la voglia di nuovo, di imprendere, di fare.

Negli ultimi decenni la finanza si è imposta quasi come fenomeno disgiunto da quello economico, dalla produzione. In un ragionevole ambito, questa dicotomia può sussistere, ma con molta moderazione. Alla fine, anche di chi si occupa di finanza e servizi dovrà ben mangiare, e qualcuno dovrà quindi ben produrre se non altro il cibo.

Le produzioni occidentali hanno subito un severo processo di delocalizzazione, principalmente a causa dei regimi impositivi e burocratici locali. Ora la Germania, come peraltro molti altri paesi occidentali, si ritrova con una produzione in piena crisi.

Ma il suo vero problema non è quello attuale: per il momento il sistema produttivo ancora si regge, bensì quello futuro.

Cerchiamo di spiegarci meglio. Un impianto industriale di ragionevoli dimensioni necessita di circa un anno di analisi di mercato, due anni di costruzione ed almeno quattro anni di ammortamento. L’orizzonte temporale dell’imprenditore che impianta uno stabilimento è come minimo di sette anni.

Ma costruire un grande stabilimento in un paese che si sta spopolando sembrerebbe essere idea ben poco scaltra. Difficile trovare le competenze da assumere, difficile trovare il target cui vendere i prodotti. Uno stabilimento automobilistico richiede usualmente una decina di migliaia di addetti specializzati liberi sul mercato e genera un indotto di circa altri cinquantamila posti di lavoro, anche essi da ricoprirsi tra i non occupati. E tutte queste persone dovrebbero essere ragionevolmente addensate in un territorio ragionevolmente piccolo. Caratteristica questa assente in un territorio spopolato di giovani. Gli immigrati potrebbero ricoprire ruoli di basso o infimo livello, ma non hanno la preparazione per rivestire posti direzionali.

Senza la disponibilità di classi giovani che si affaccino sul mondo del lavoro resta semplicemente impossibile anche il solo pensare ad investire in nuovi stabilimenti produttivi. Non a caso ad oggi in Germania oltre il 40% degli addetti alla produzione è assunta con Miniarbeit.

E questo è proprio il fenomeno che inizia ad evidenziarsi in Germania. Non si possono progettare investimenti di medio – lungo termine: il sistema diventa instabile ed alla vine crollerà. Faremo alcuni esempi.

La chimica tedesca, asse portante della passata produzione tedesca, sta delocalizzando in modo spinto.

La chimica tedesca è in subbuglio. Lanxess AG acquisisce Chemtura

Juncker. Investite in Europa! Vi tasseremo. Basf investe in Asia.

Adesso, anche l’industria automobilistica segue le orme della chimica.

Giorni fa il Presidente della Volkswagen, Matthias Mueller, come se la Germania non avesse imposto alla Russia sanzione alcuna, si è fatto ricevere dal Presidente Putin in persona per concordare la costruzione di uno stabilimento VW in Russia.

«West sanctioned Moscow for its 2014 annexation of Ukraine’s Crimea»

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«Volkswagen has sustained investment, betting sales will one day recover to their 2012 peak of almost 3 million vehicles a year from around 1.4 million vehicles now»

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In tempi normali sarebbe stato un normale business. Non in questo momento.

Herr Mueller ha scavalcato la Bundeskanzlerin Frau Merkel, fatto questo davvero molto singolare e che la conta lunga su quanto valga ora l’attuale cancelleria, ed ha ignorato la esistenza di sanzioni, senza peraltro riceverne lamentele in patria da parte di politici inerti. Già adesso la cancelleria non conta che ben poco.

Ma è anche il coraggio della disperazione: in questa, e sopratutto nella Germania futura, non hanno albergo grandi impianti produttivi. Herr Mueller sa benissimo quanto pesino i fattori demografici e culturali.

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Il quarto elemento è la generale mancanza di considerazione internazionale che circonda la Germania attuale. Nessuno vuole più condividere i “valori” tedeschi: vogliono vivere e perpetuarsi. Fuori dalla Germania, gli altri popoli hanno una gran voglia di vivere.

Alcuni flash.

Mentre in altri tempi il capo di stato polacco sarebbe andato in pellegrinaggio a Berlino accontentandosi di essere ricevuto da un sottosegretario, il sette febbraio la Bundeskanzlerin Frau Merkel in persona si è recata a Varsavia chiedendo di essere ricevuto dal Mr Jaroslaw Kaczynski, capo del PiS, che però non ricopre carica governativa alcuna. E la cancelliera è stata ricevuta con il protocollo con cui si ricevono privati che provengono da un qualsiasi paesuccolo africano. Da un punto di vista diplomatico fu uno sberleffo.

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Ma cosa ben peggiore è il fatto che mentre il Presidente Trump ha ricevuto in pompa magna Mr Farage e Mrs May, non ha ritenuto opportuno invitare la Bundeskanzlerin Frau Merkel. Da un punto di vista diplomatico è uno schiaffo severo, ma non è l’unico.

Dopo lunghe e lamentose suppliche, il Ministro degli esteri tedesco Herr Gabriel è riuscito ad arrivare a Washington. Lì è stato ricevuto dall’attaché Mr Clarke, gradino molto basso della gerarchia, quasi un fattorino gallonato, per poter avere ben otto minuti di colloquio con il Segretario di Stato Tillerson. Meno del tempo concesso al rappresentante del Messico e del Ghana. A breve la Bundeskanzlerin Frau Merkel si incontrerà con il vicepresidente Mike Pence: un oltraggio, data la disparità di rango e di potere decisionale.

Per gli Stati Uniti la Germania non conta pù nulla.

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Concludiamo.

La Germania sta avviandosi irreversibilmente verso la estinzione della stirpe autoctona che è incapace di riprodursi.

Ogni giorno che passa acquista sempre più i segni ed i sintomi di un paese vecchio, senza la componente giovanile.

Quando tra una decina di anni saranno usciti dal mondo del lavoro gli attuali cinquantenni il problema irromperà nella sua massima virulenza.

Gli investitori conoscono molto bene questa problematica e come conseguenza hanno cessato gli investimenti nel comparto produttivo tedesco. Ciò non toglie che si possano fare degli affarucci estemporanei in borsa: ma questo è l’oggi, non il domani.

Già tra dieci anni resterà difficile trovare anche meccanici, idraulici ed elettricisti per le usuali manutenzioni ordinarie. Non parliamo poi di personale infermieristico oppure di badanti. Ma saranno anche introvabili i colletti bianchi di rimpiazzo a quelli pensionati o deceduti. Rimpiazzare un direttore di banca con un magrebino che non parla tedesco? Sembrerebbe essere cosa ben poco scaltra.

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Il mondo sta semplicemente seduto ad aspettare: sarebbero risorse ed energie sprecate quelle impiegate contro la Germania. Si sta semplicemente suicidando con le sue stesse credenze e mani. Ben pochi la rimpiangeranno. E molti stanno facilitando questo processo.

Ridotta a realtà geografica, molti si stanno già organizzando per colonizzarla. Nessuno si stupirebbe se alla fine dovesse fare la fine della ex Prussia orientale: oggi lì abitano solo ed esclusivamente dei russi.


→ Reuters. 2017-02-08. Putin meets Volkswagen CEO, offers help in Russia

President Vladimir Putin met Volkswagen Chief Executive Matthias Mueller in Moscow on Wednesday and said he was ready to help the German car giant (VOWG_p.DE) develop its business in Russia at a time of sliding sales and weak demand.

Putin said he understood the challenges the car maker faced in Russia, where the country’s once-booming auto market has fallen victim to a sustained economic downturn.

“We are very happy that your business as a whole is doing well, although we understand there are certain difficulties,” Putin said after the meeting, a rare face-to-face between the Russian leader and a major European industrialist after the West sanctioned Moscow for its 2014 annexation of Ukraine’s Crimea.

“We are always ready to discuss any questions you have to help you develop further in our country.”

VW Group, which produces the Volkswagen, Audi, Seat and Skoda brands, is Russia’s largest foreign car maker by sales and revenue. But its sales fell by 5 percent in Russia last year, according to the Association of European Businesses (AEB) lobby group, as the wider market fell by 11 percent year-on-year.

Some foreign car makers, such as General Motors (GM.N), have quit Russia, but Volkswagen has sustained investment, betting sales will one day recover to their 2012 peak of almost 3 million vehicles a year from around 1.4 million vehicles now.

The company makes cars at a factory in Kaluga, some 170 kilometers (105.63 miles) southwest of Moscow, and started production at a new engine plant in the city in 2015. It also has two other production sites.

An industry source said Mueller’s meeting with Putin had been to discuss “exclusive benefits” for his company.

Volkswagen said in a statement it was committed to the Russian market, where it said it provided 6,800 direct and 50,000 indirect jobs, and planned further development there.

“We are thinking ahead over the future and looking for the ways of implementing our global strategy at the Russian market,” the company said.

Putin told reporters tax privileges offered by the Russian government were already helping support Volkswagen’s sales.

The AEB sees Russian car sales increasing by 4 percent in 2017 after four consecutive years of decline, but said on Wednesday they had fallen 5 percent in January. VW Group sales increased 2 percent for the month.

Volkswagen has fared worse elsewhere. After admitting in September 2015 that it cheated U.S. diesel emissions tests, it is still battling regulatory investigations, investor and consumer lawsuits, and striving to rebuild its reputation.


→ The Guardian. 2017-02-08. ‘Europe’s fate is in our hands’: Angela Merkel’s defiant reply to Trump

Angela Merkel and François Hollande have responded curtly but defiantly after Donald Trump cast further doubt on his commitment to Nato and gave strong hints that he would not support EU cohesion once in office.

“We Europeans have our fate in our own hands,” the German chancellor said after the publication of the US president-elect’s interviews with the Times and German tabloid Bild. “He has presented his positions once more. They have been known for a while. My positions are also known.”

In the Times interview, Trump complained that Nato had become “obsolete” because it “hadn’t taken care of terror” – a comment later welcomed by the Kremlin. He suggested that other European countries would follow in Britain’s footsteps and leave the EU.

Hollande, the French president, retorted by saying Europe did not need to be told what to do by outsiders.

“Europe will be ready to pursue transatlantic cooperation, but it will based on its interests and values,” Hollande said on Monday. “It does not need outside advice to tell it what to do.”

Germany’s foreign minister, Frank-Walter Steinmeier, said the criticism of Nato had caused concern in the political and military alliance. “I’ve spoken today not only with EU foreign ministers but Nato foreign ministers as well and can report that the signals are that there’s been no easing of tensions,” he said.

Other senior members of Merkel’s government were quick to defend Germany’s policies after Trump criticised the chancellor’s handling of the refugee crisis and threatened a 35% tariff on BMW cars imported to the US.

Responding to Trump’s comments that Merkel had made an “utterly catastrophic mistake by letting all these illegals into the country”, the deputy chancellor and minister for the economy, Sigmar Gabriel, said the increase in the number of people fleeing the Middle East to seek asylum in Europe had partially been a result of US-led wars destabilising the region.

“There is a link between America’s flawed interventionist policy, especially the Iraq war, and the refugee crisis; that’s why my advice would be that we shouldn’t tell each other what we have done right or wrong, but that we look into establishing peace in that region and do everything to make sure people can find a home there again,” Gabriel said.

“In that area, Germany and Europe are already making enormous achievements – and that’s why I also thought it wasn’t right to talk about defence spending, where Mr Trump says we are spending too little to finance Nato. We are making gigantic financial contributions to refugee shelters in the region, and these are also the results of US interventionist policy.”

John Kerry, the outgoing US secretary of state, also responded tartly to Trump’s criticisms of Merkel, warning him he would need to rein in his views once he took office.

“I thought, frankly, it was inappropriate for a president-elect of the United States to be stepping in to the politics of other countries in a quite direct manner,” Kerry told CNN’s Christiane Amanpour. “As of Friday, he’s responsible for that relationship.

“But I think we have to be very careful about suggesting that one of the strongest leaders in Europe – and one of the most important in respect of where we are heading – made one mistake or another.”

Gabriel, who is expected to run as the centre-left candidate against Merkel in Germany’s federal elections in September, said Trump’s election should encourage Europeans to stand up for themselves.

“On the one hand, Trump is an elected president. When he is in office, we will have to work with him and his government – respect for a democratic election alone demands that,” Gabriel said.

“On the other hand, you need to have enough self-confidence. This isn’t about making ourselves submissive. What he says about trade issues, how he might treat German carmakers, the question about Nato, his view on the European Union – all these require a self-confident position, not just on behalf of us Germans but all Europeans. We are not inferior to him, we have something to bring to the table, too.

“Especially in this phase in which Europe is rather weak, we will have to pull ourselves together and act with self-confidence and stand up for our own interests.”

The German foreign ministry rejected Trump’s criticism that creating “security zones” in Syria would have been considerably cheaper than accepting refugees fleeing the war-torn country.

“What exactly such a security zone is meant to be is beyond my comprehension and would have to be explained,” said Martin Schäfer, a spokesman for the German foreign ministry.

Schäfer also rejected Trump’s labelling of the EU as a “vehicle for Germany”. He said: “For the German government, Europe has never been a means to an end but a community of fate which, in times of collapsing old orders, is more important than ever.”

Hints of a fundamental shift in US trade policy sent shockwaves through German politics and business.

In his interview, Trump indicated that he would aim to realign the “out of balance” car trade between Germany and the US. “If you go down Fifth Avenue, everyone has a Mercedes Benz in front of his house, isn’t that the case?” he said. “How many Chevrolets do you see in Germany? Not very many, maybe none at all … it’s a one-way street.”

Asked what Trump could do to make sure German customers bought more American cars, Gabriel said: “Build better cars.”

Shares in BMW, Daimler and Volkswagen fell on Monday morning following Trump’s comments. BMW shares were down 0.85%, shares in Daimler were 1.54% lower and Volkswagen shares were trading 1.07% down in early trading in Frankfurt.

All three carmakers have invested heavily in factories in Mexico, where production costs are lower than the US, with an eye to exporting smaller vehicles to the US market.

A BMW spokeswoman said a BMW Group plant in the central Mexican city of San Luis Potosi would build the BMW 3 Series from 2019, with the output intended for the world market. The plant in Mexico would be an addition to existing 3 Series production facilities in Germany and China.

But Gabriel said on Monday that a tax on German imports would lead to a “bad awakening” among US carmakers since they were reliant on transatlantic supply chains.

“I believe BMW’s biggest factory is already in the US, in Spartanburg [South Carolina],” Gabriel, leader of the SPD, told Bild in a video interview.

“The US car industry would have a bad awakening if all the supply parts that aren’t being built in the US were to suddenly come with a 35% tariff. I believe it would make the US car industry weaker, worse and above all more expensive. I would wait and see what Congress has to say about that, which is mostly full of people who want the opposite of Trump.”


→ Deutsche Welle. 2017-02-10. Merkel to meet US Vice President Pence at ‘critical’ Munich Security Conference

Chancellor Angela Merkel is to meet US Vice President Mike Pence next week, when she attends the Munich Security Conference. It will be the first time she meets any senior member of the new Washington administration.

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German government sources said on Thursday that Merkel would meet the vice president at the conference, which takes place this year amid uneasiness about the future of Transatlantic relations.

US Secretary of State Rex Tillerson and defense secretary James Mattis – who are also deemed likely to attend – could also be involved in the discussions.

Although the February 17-19 conference is among the most important foreign policy and security gatherings in the world, Merkel did not attend last year.

The meeting follows Trump’s criticism of Merkel’s refugee policy and comments in which he said he viewed NATO as “obsolete.”

Criticism in both directions

Meanwhile, in a telephone conversation with US President Donald Trump last week, Merkel criticized Trump’s ban on refugees and people from seven mainly Muslim countries entering the United States.

Among the topics up for discussion at the conference will be Transatlantic ties, NATO and the EU, the Ukraine crisis, Russia and Syria.

Conference chairman Wolfgang Ischinger has said he hopes the conference will reveal more about the Trump team’s intentions regarding NATO and the EU.

Time of ‘greatest uncertainty’

Ischinger described the conference as the most critical in many years, at a time when the tectonic plates of geopolitics appear to be shifting following Trump’s win in the US and as the EU experiences significant inner turmoil.

“We are living through and witnessing a time of the greatest uncertainty,” said Ischinger, warning against high-handedness and reproach in dealing with the US, to which he was a former ambassador.

Dozens of senior politicians, including heads of state and government, are expected to attend the event, where outgoing German President Joachim Gauck is to be honored with the Ewald-von-Kleist Prize on Saturday evening.


→ Deutsche Welle. 2017-02-10. EU’s Mogherini warns US not to ‘interfere’ in European politics

The EU’s foreign policy chief has cautioned Washington about meddling in the bloc’s political life. Trump’s administration has reached out to EU officials, asking which nation was next to leave, an ex-US ambassador said.

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The EU’s top diplomat, Federica Mogherini, on Friday warned US President Donald Trump’s administration of meddling in European politics, saying the bloc’s relationship with Washington will be “transactional and pragmatic.”

“We do not interfere in US politics … and Europeans expect that America does not interfere in European politics,” Mogherini said after wrapping up meetings with US officials, including US Secretary of State Rex Tillerson.

Last year, Trump praised the UK’s decision to leave the EU in a referendum commonly referred to as “Brexit,” prompting concerns across the bloc that he may seek to undermine the European project.

“The unity of the European Union, I believe, is more evident today than it was some months ago,” Mogherini said.

“The UK will stay a member state of the European Union for another two years at least … And it will not be able to negotiate any trade agreement bilaterally with any third country [until leaving the EU],” she added.

Since his electoral victory in November, several EU leaders have criticized Trump for his divisive remarks, with German Chancellor Angela Merkel saying, “We Europeans have our fate in our own hands.”

Next US ambassador to EU?

Meanwhile, Mogherini noted that the White House has yet to choose an ambassador to the EU, which the bloc’s 28 member states would have to consent to under a long-held tradition. EU politicians have expressed their displeasure about the possible nomination of Theodore Roosevelt Malloch.

Before leaving his post in January, former US Ambassador to the EU Anthony Gardner warned Trump’s administration not to support the bloc’s breakup.

Gardner, appointed by former President Barack Obama, said Trump’s transition team have contacted several EU officials before the inauguration and asking them which country is likely to exit the bloc after the UK.

“To think that by supporting the fragmentation of Europe we would be advancing our interests would be sheer folly. It is lunacy,” Gardner said at his final press conference.

Securing Iran deal

During his campaign, Trump vowed to dismantle the Iran deal that world powers negotiated in 2015, and effectively curbed Tehran’s nuclear program in exchange for scrapping economic sanctions against Iran.

The deal’s survival remains an open question if Trump’s administration would withdraw from the international agreement. However, the EU’s top diplomat said the White House offered assurances that will remain intact.

“I was reassured by what I heard in the meetings on the intention to stick to the full implementation of the agreement,” Mogherini told reporters Friday.

Mogherini said her main task during her visit to Washington was to ensure the Iran deal survived Trump’s administration.


Wittchen HU, et Al. The size and burden of mental disorders and other disorders of the brain in Europe 2010. Eur Neuropsychopharmacol. 2011 Sep;21(9):655-79.

Abstract

AIMS:

To provide 12-month prevalence and disability burden estimates of a broad range of mental and neurological disorders in the European Union (EU) and to compare these findings to previous estimates. Referring to our previous 2005 review, improved up-to-date data for the enlarged EU on a broader range of disorders than previously covered are needed for basic, clinical and public health research and policy decisions and to inform about the estimated number of persons affected in the EU.

METHOD:

Stepwise multi-method approach, consisting of systematic literature reviews, reanalyses of existing data sets, national surveys and expert consultations. Studies and data from all member states of the European Union (EU-27) plus Switzerland, Iceland and Norway were included. Supplementary information about neurological disorders is provided, although methodological constraints prohibited the derivation of overall prevalence estimates for mental and neurological disorders. Disease burden was measured by disability adjusted life years (DALY).

RESULTS:

Prevalence: It is estimated that each year 38.2% of the EU population suffers from a mental disorder. Adjusted for age and comorbidity, this corresponds to 164.8million persons affected. Compared to 2005 (27.4%) this higher estimate is entirely due to the inclusion of 14 new disorders also covering childhood/adolescence as well as the elderly. The estimated higher number of persons affected (2011: 165m vs. 2005: 82m) is due to coverage of childhood and old age populations, new disorders and of new EU membership states. The most frequent disorders are anxiety disorders (14.0%), insomnia (7.0%), major depression (6.9%), somatoform (6.3%), alcohol and drug dependence (>4%), ADHD (5%) in the young, and dementia (1-30%, depending on age). Except for substance use disorders and mental retardation, there were no substantial cultural or country variations. Although many sources, including national health insurance programs, reveal increases in sick leave, early retirement and treatment rates due to mental disorders, rates in the community have not increased with a few exceptions (i.e. dementia). There were also no consistent indications of improvements with regard to low treatment rates, delayed treatment provision and grossly inadequate treatment. Disability: Disorders of the brain and mental disorders in particular, contribute 26.6% of the total all cause burden, thus a greater proportion as compared to other regions of the world. The rank order of the most disabling diseases differs markedly by gender and age group; overall, the four most disabling single conditions were: depression, dementias, alcohol use disorders and stroke.

CONCLUSION:

In every year over a third of the total EU population suffers from mental disorders. The true size of “disorders of the brain” including neurological disorders is even considerably larger. Disorders of the brain are the largest contributor to the all cause morbidity burden as measured by DALY in the EU. No indications for increasing overall rates of mental disorders were found nor of improved care and treatment since 2005; less than one third of all cases receive any treatment, suggesting a considerable level of unmet needs. We conclude that the true size and burden of disorders of the brain in the EU was significantly underestimated in the past. Concerted priority action is needed at all levels, including substantially increased funding for basic, clinical and public health research in order to identify better strategies for improved prevention and treatment for disorders of the brain as the core health challenge of the 21st century.

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