Pubblicato in: Criminalità Organizzata, Giustizia, Trump

America. La politicizzazione della giustizia.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-02-14.

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Il cambio della guardia alla White House ha permesso l’inizio di una per ora ancor timida presa di coscienza.

La giustizia degli Stati Uniti o, più in generale, dei paesi ove siano al governo i liberals democratici oppure i socialisti ideologici, è transitata da organo che avrebbe dovuto amministrare il legale secondo giustizia ad un mero strumento di azione politica: un vero e proprio gruppo di fuoco mafioso.

Il problema è generale ed omnicomprensivo di ogni aspetto sociale e personale. Anche se la percezione di questa situazione sia legata ad un qualche fatto specifico.

Possiamo distinguere vari livelli delle risultanti della politicizzazione dei giudici.

In un primo livello, la partigianeria per cui se non si ha la giusta tessera del momento si resta invariabilmente condannati, a torto o ragione. Un giudice liberal, oppure socialista, troverà sempre il modo di condannare un avversario politico.

In un secondo livello, la cassa di risonanza dei media fa transitare un usuale avviso di reato in condanna cassata. Cerchiamo di essere più chiari il possibile. Se è giusto e doveroso che i giudici indaghino al fine di scoprire e reprimere i reati, sarebbe altrettanto giusto che queste azioni ricognitive, di indagini, fossero coperte dal segreto di ufficio. Tanto è corretto che il dibattito e l’escussione dei testi sia condotto in pubblico, tanto è scorretta la pubblicità data alle indagini. Si arriva anche al’assurdo che una persona si debba dimettere da una carica per il solo fatto di aver ricevuto un avviso di reato. Il giudice si arroga in poche parole il diritto di approvare oppure di distruggere una persona ed una carriera, utilizzando uno strumento di cui nessuno, al momento, lo ritiene responsabile. Il giudice ovvero i suoi padroni. Ed il tintinnio dell’oro del Reno corrompe anche le persone più tetragone.

In un terzo livello, sarebbe giusto e corretto che anche i giudici rispondessero delle loro azioni in civile ed in penale, in un usuale rapporto prestazioni costo. Il pubblico ministero che facesse trapelare notizie coperte da segreto istruttorio dovrebbe essere licenziato in tronco, così come il giudice che abbia emesso un avviso di reato non esitato quindi in una sentenza cassata di condanna. I processi dovrebbero essere istruiti solo ed esclusivamente su prove probanti, che fossero assolutamente inconfutabili.

Non a caso i liberals democratici negli Stati Uniti ed i socialisti in Europa si son dati un gran da fare per eliminare il segreto istruttorio e vanificare ogni tentativo di introdurre la responsabilità dei giudici.

In un quarto livello, il più delicato, un qualsiasi giudice può arrogarsi il diritto di sospendere od annullare addirittura un provvedimento governativo. Il tema è delicato, e sarebbe necessario trattarlo con molta umiltà e chiarezza.

Mentre i governanti sono cariche elettive, quindi suffragate dal voto popolare, i giudici non godono di tale caratteristica: non spetterebbe quindi loro una prerogativa che non hanno.

Ciò non toglie che una Corte di Giustizia possa, e debba, valutare la costituzionalità di un provvedimento governativo. Questo processo, tuttavia, dovrebbe essere esercitato e gestito da un Corte di idoneo livello, come la Corta Suprema. Ma il potere di tale Corte non dovrebbe essere istantaneamente esecutivo: dovrebbe solo consistere nel rimando al governo del teso da emendare. Ci si ricordi che un Governo ha anche la potestà di cambiare la Costituzione.

Il problema metodologico.

Occorrerebbe fare molta attenzione.

La dottrina liberals e socialista contiene in sé lo strumento con cui armare il braccio dei giudici.

Rinnegando l’esistenza e la validità del principio di non contraddizione, adottando il procedimento dialettico di hegeliana memoria, si annulla la possibilità di esistenza del vero. Da materia oggettiva, si transita al soggettivo. Ovvia la conseguenza in campo giudiziario. Le leggi non vanno applicate, bensì interpretate, e l’interpretazione è rimessa alla soggettività del soggetto agente, in questo caso del giudice. Questa deriva sfocia immancabilmente nella affermazione non del giusto, non del legale, ma solo ed esclusivamente dell’acclamazione della volontà del più forte, dell’egemone. La casistica delle brutture derivate da tale condotta è purtroppo enorme: si pensi solo alle sentenze legate alle leggi razziali: legali ma ingiuste. Rispettate solo quando il potere le faceva rispettare.

* * * * * * *

Da quanto detto emergono chiaramente alcune conclusioni.

La principale è che nei sistemi occidentali la vittoria elettorale è solo un primo passo per poter esercitare il potere conferito dal popolo sovrano. Il vero potere lo detiene chi controlla la magistratura.

Se negli Stati Uniti vige il sistema dello Spoils System, occorrerebbe tuttavia notare come esso non si applichi ai giudici.

Questa situazione ci ricorda da vicino quella che si era determinata a fine settecento in Francia, e che la rivoluzione ha brillantemente risolto ghigliottinando un buon numero di giudici. Due metri sotto terra anche i giudici politicizzati non nocciono più.

Nella Roma antica, durata per quasi mille anni, le cariche pubbliche non erano trascinabili in giudizio. Poi, a mandato scaduto, si sarebbero regolati i conti. L’Occidente non avrà pace fino a tanto che non reintrodurrà l’immunità per i politici a qualsiasi livello, dal momento della candidatura a quello del rinnovo elettorale. Nello stesso tempo dovrebbe essere ripristinato il segreto istruttorio fino all’eventuale rinvio a giudizio: senza questa disposizione la macchina del fango sarebbe sempre in funzione. 


The Washington Times. 2017-02-12. Courts are politicized and rule based on prejudice

Lawyers and politicians are two of the most hated professions in America, and yet when they put on a judge’s robe, they all of a sudden become beyond reproach and are to be revered.

That’s nonsense.

President Donald Trump is right — our court system has become politicized. The Obama administration flooded it with activist judges that ruled in favor of advancing liberalism, to the detriment of our national sovereignty. So it’s no surprise the courts would work to stop Mr. Trump’s agenda.

Last year, a federal judge tossed out a lawsuit by the state of Texas which sought to bar the federal government from resettling Syrian refugees after the Paris terrorist attacks. In the lawsuit, Texas argued that the Obama administration had failed to regularly consult with it before it placed refugees in the state, as required by the Refugee Act of 1980.

Texas simply wanted to know more specific information about the refugees — who they were, and how much money they would cost the state — before they were relocated there.

Texas’ standing, or justification for bringing the case, was real and measurable. Admitting more Syrian refugees would put Texans’ national security at risk and would cost the state in terms of increased public service spending.

The federal judge declined to say whether the Obama administration violated the Refugee Act, and instead ruled on procedural grounds — arguing that Congress hadn’t given the states an explicit mechanism to sue the federal government under existing law.

Alabama, which also sued the Obama administration on its Syrian refugee policy, was also blocked by the courts.

In August, U.S. Magistrate Judge John E. Ott denied Alabama the standing to sue the Obama administration writing: “Nothing in the Refugee Act requires defendant to provide plaintiffs with information necessary to assess security and other potential risks posed by refugees, or information necessary to adequately plan and prepare for the arrival of refugees in the state, in regard to security and requests for social services and public assistance.”

So, in other words, the federal government has the right to impose immigration policy on the states, even if that policy may produce actual harm.

But, as we’re finding out, what applied to the Obama administration, isn’t so with the Trump administration.

Judge James Robart, of the U.S. District Court of the Western District of Washington State, put a halt on Mr. Trump’s immigration executive order, which temporarily banned foreign entry from seven terrorism ridden countries, after Washington State sued the federal government on the grounds they wanted more refugees.

What was its standing?

That Mr. Trump’s “ruling would reinstitute those harms, separating families, stranding our university students and faculty and barring travel.”

So, Washington State’s standing was on behalf of foreign nationals, to not inconvenience them.

But what about the Americans residing in that state?

Well, Judge Robart didn’t seem convinced the federal government knew what it was talking about when it insisted the temporary ban was in the interest of national security.

“How many arrests have there been of foreign nationals for those seven countries since 9/11?” Judge Robart asked a Justice Department lawyer in court on Feb. 3. “Let me tell you. The answer to that is none, as best I can tell.”

Yet, Mr. Robart’s assumption was wrong.

As Byron York at the Washington Examiner pointed out: “Last year the Senate Judiciary Subcommittee on Immigration and the National Interest released information showing that at least 60 people born in the seven countries had been convicted — not just arrested, but convicted — of terror-related offenses in the United States since Sept. 11, 2001. And that number did not include more recent cases like Abdul Artan, a Somali refugee who wounded 11 people during a machete attack on the campus of Ohio State University last November.”

But who cares about the facts, when there’s politics at play.

In an essay in the Conservative Review, Daniel Horowitz points out other areas where the courts have shown utter hypocrisy in their immigration rulings — where they’ve chosen to advance liberal policies and ignore rule of law.

“The courts prevented the Arizona government and Sheriff Arpaio from enforcing existing immigration law, yet they have green lighted sanctuary cities,” he writes. “The courts have blocked Texas from preventing illegal aliens from obtaining birth certificates yet they have allowed Chicago to ignore ICE detainers.

The courts called Mississippi’s grievances against President Obama’s illegal DACA amnesty ‘speculative,’ but have readily welcomed Washington State’s illegitimate grievances demanding more immigrants,” he penned.

These rulings are troubling.

The executive branch has the Constitutional right to protect its citizens’ national sovereignty and security when it comes to immigration orders, and yet the courts seem to want to strip this right away from the Trump administration.

Activist judges, indeed.

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