Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Putin, Unione Europea

Putin il Grande. Disintegra l’Unione Europea senza sparare un colpo.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-02-09.

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Chiunque si sia peritato di studiare la politica estera francese durante la Guerra de Trenta Anni troverebbe analogie significative tra l’operato del cardinal di Richelieu e quello del Presidente Putin.

La Francia mise in moto una doppia diplomazia, quella ufficiale e quella organizzata da Père Joseph, alias François Leclerc du Tremblay, consigliere del cardinale nonché organizzatore di un efficiente servizio informativo. Due diplomazie, due direttive differenti, due prassi altrettanto differenti. Aizzare i tedeschi protestati contro i tedeschi cattolici, in primis, fomentare ovunque fosse stato possibile rivolte e rivalità interne, in secundis. La Dieta di Ratisbona fu un vero trionfo della diplomazia francese: liquidare l’esercito imperiale senza sparare un colpo né spendere un centesimo, seminare discordia e zizzania sia in campo imperale sia in campo protestante, ed anche questo senza spendere un centesimo. Fu un capolavoro sempre degno di essere studiato a fondo.

Il Presidente Putin si è comportato e si sta comportando in modo analogo. Da buon atleta dello judo, Mr Putin sa che si può combattere l’avversario sfruttando la sua stessa forza. Lo stesso schema mentale ripreso da Napoleone ad Austerlitz.

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Il presidente Putin ha fatto possibile ed impossibile per far perseverare i liberals europei, socialisti ed anche molte formazioni a parole conservatrici, nella loro ‘politica dei valori‘, intendendo per tali quelli che i liberals sono convinti siano i loro valori. Questa fu mossa magistrale: mai dissuadere il nemico dal fare errori, e quindi convincerlo a perseverare nei medesimi. Il nemico deve suicidarsi da solo. Il suo aiuto alla teoria del gender nella Europa Occidentale è stato sostanzioso, così come quello a molto formazioni della sinistra estrema.

Ma il capolavoro del Presidente Putin è stato l’aver compreso appieno lo scollamento che andava determinandosi tra élite dominanti e base elettorale, fatto questo che ha determinato la nascita di formazioni politiche fortemente critiche sulle politiche nazionali e dell’Unione. Mr Putin ha funzionato da incubatrice, concorrendo a formarne i quadri ed elargendo preziosi suggerimenti. L’investimento diretto è stato tignoso e sparagnigno, anche per la pericolosità del canale. Il vero supporto è stato quello fornito dall’intelligence: informazioni.

La ciliegina sulla torta furono le sanzioni: se gli europei non le avessero erogate, Mr Putin se le sarebbe messe da solo.

Il risultato finale è che queste formazioni politiche, pur con tutte le loro differenti sfumature, assommano ad oggi a quasi il trenta per cento degli Elettori nell’Unione Europea, e sono tutte ad orientamento pro-russo, anche se con posizioni differenti.

L’Europa e l’Unione Europea è di fatto destabilizzata. i partiti tradizionali, sinistra e destra, non sono più in grado di formare governi che siano compatti e stabili. Che vada bene si assiste ad una tripartizione dell’Elettorato, tra sinistra, destra e nuove formazioni emergenti.

Questa sostanziale ingovernabilità è la pacchia per la Russia. Non deve dare soddisfazioni a governi amici e non deve ostacolare governi nemici.

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Se gli eurocritici, denominiamoli al momento come Europe of Nations and Freedom Group, hanno al momento 40 seggi nel Parlamento Europeo, potrebbe essere molto verosimile che salgano ad oltre duecento nelle elezioni europee del 2018. Quanto basterebbe a paralizzarlo. Sempre poi che nel 2018 esista ancora il Parlamento Europeo.

Il 2018 è l’anno prossimo, mica tra un secolo.

Sul versante nazionale, le prossime elezioni in Olanda, Francia e Germania, forse anche in Italia, anche se non porteranno gli aderenti all’ENF al governo, e sarà per loro un bene, destabilizzerà l’intero sistema politico europeo e, di conseguenza, quello finanziario ed economico. La Banca Centrale resterà senza direttive chiare, ed al massimo cercherà di sopravvivere a vista.

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La strategia fa sempre aggio sulla tattica.

Il Presidente Putin ne esce trionfatore.

Gli basta essere il trionfatore: non cerca la piuma sul cappello, non la vorrebbe, fa grande attenzione a non stravincere.

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L’articolo allegato è da manuale della disinformazione. Non a caso compare sul Deutsche Welle.

L’incipit è liberals e socialista ortodosso.

«Until recently, Hungary’s Prime Minister Viktor Orbán was the black sheep among EU leaders»

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«Russian President Vladimir Putin, too, had been a pariah until recently, barred from key geopolitical panels and meetings of world leaders, ridiculed by former US President Barack Obama as the leader of a regional power»

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«In the meantime, this has changed completely»

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«no one can ignore them anymore»

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«Orban could show that he is backed by one of the most powerful men in the world. Putin, in turn, could demonstrate that he wields the power to divide the EU and the international community»

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«Orban’s gestures, which have, of late, become ostentatiously russophile»

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«policies that uphold values are a thing of the past, political pragmatism now tops the agenda.»

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Deutsche Welle la fa lunga, ma alla fine arriva al sodo. Non ci si scandalizza nemmeno se riporta una frase pudica.

Il pragmatismo è diventato obbligatorio: alla buon’ora se ne sono accorti. Benvenuto il ritorno alla Realpolitik

Ma non è vero che

«policies that uphold values are a thing of the past»

Erano errate ed ingiuste, ed erano tali perché errati ed ingiusti sono i “valori” propugnati dai liberals e dai socialisti.

Nota.

È da quando il Presidente Trump si è insediato che non si sente più parlare di hacker russi che avessero manipolato le elezioni.


Deutsche Welle. 2017-02-04. Opinion: Putin and Orban, or the return of political pragmatism

It wasn’t the first meeting between the two controversial politicians. When, however, Russia’s Putin and Hungary’s Orban contact each other in the midst of the EU crisis, it’s time for ‘Realpolitik’, says Keno Verseck.

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Until recently, Hungary’s Prime Minister Viktor Orbán was the black sheep among EU leaders. Out of necessity, he was invited to EU meetings; hardly anyone was ready to meet him on a bilateral basis. The overall guideline was to try and contain him with a blend of subdued criticism, ignoring him and EU rule of law procedures. Russian President Vladimir Putin, too, had been a pariah until recently, barred from key geopolitical panels and meetings of world leaders, ridiculed by former US President Barack Obama as the leader of a regional power.

Unavoidable

In the meantime, this has changed completely. It’s not that Putin and Orban have turned, all of a sudden, into esteemed and respected members of the international community. However, since the annexation of Crimea and the outbreak of war in eastern Ukraine, since the eruption of the refugee crisis and especially since the ominous year 2016 that brought with it a Brexit and the election of Donald Trump as US president, both leaders’ voices now carry greater weight across the EU – and internationally. Their influence is negative, to be sure, but significant. They are, in various nuances, troublemakers and even political arsonists, but no one can ignore them anymore. They join Trump and Erdogan as ringleaders and spokesmen of the current anti-democratic, authoritarian swing in Europe and across the globe. 

Demonstrating that this is the case was also the purpose behind yesterday’s meeting between Putin and Orban in Budapest. It was the fourth meeting of the two leaders since the beginning of 2014 – the third since the annexation of Crimea and the resulting war in eastern Ukraine; a war that was provoked by Russia and is still being fomented by it. Ostensibly, the Russian and Hungarian leaders discussed the details of a number of bilateral business projects which have been the subject to negotiations for years. It wouldn’t have been necessary for Putin himself to travel to Budapest; those projects, however, including the expansion of Hungary’s nuclear power plant Paks, served as backdrop for underhanded threats and provocative remarks. Orban could show that he is backed by one of the most powerful men in the world. Putin, in turn, could demonstrate that he wields the power to divide the EU and the international community.

The most memorable statement from Thursday’s meeting came from Orban. In the western part of the European continent, said Hungary’s head of government, a strong anti-Russian sentiment had developed, anti-Russian policies had become a fashion. That was a quite remarkable statement, given that Orban – during the first two decades of his political career – had been among the most vociferous critics of Soviet totalitarianism and anti-democratic developments in post-Soviet Russia. Furthermore, when he spoke about the Soviet Union and Russia, his words often exhibited a condescending undertone, sometimes featuring an anti-Russian, anti-Slavic resentment that used to be – and partially, still is – so prevalent in Germany and central Europe.

Mutual praise

For his part, Putin, who had traveled to Budapest with an enormous entourage, praised Hungary as a very reliable partner and was hugely pleased with Orban’s gestures, which have, of late, become ostentatiously russophile: among other things, a new impressive monument commemorating fallen Russian and Soviet soldiers had been inaugurated in the northern Hungarian town of Esztergom only a few days prior to Putin’s visit. In passing, the Russian president blamed Ukraine for the flare-up of the war in the eastern part of that country. Orban, in turn, interjected an almost devious remark: Ukraine, he said, did not comply with the Minsk agreement; the rights of minorities, including Hungarians in western Ukraine, were not observed to the extent that had been envisaged.

This was no landmark meeting. Accordingly, the media paid much less attention to it than to Putin’s visit in Budapest almost two years ago. This, however, is the real news here and the upshot of the Orban-Putin meeting. In a relaxed manner, both leaders were able to demonstrate the motto that is now prevailing more and more in international politics: policies that uphold values are a thing of the past, political pragmatism now tops the agenda.

 

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