Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Grecia. Il Grexit torna di attualità.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-02-07.

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In un recente articolo si era fatta presente la difficile situazione greca e l’uso ambiguo della così detta ‘austerità‘.

Europa, Grecia ed austerità. Si avvicina l’epilogo.

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Sembrerebbero emergere delle novità. Il condizionale è d’obbligo, visto che i problemi dell’Unione Europea e dell’Eurozona finiscono poi solitamente a tarallucci e vino.

«In Germania cresce sempre di più l’insofferenza verso i ritardi del governo Tsipras nell’adempimento delle promesse fatte ai creditori»

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«Così l’incubo Grexit torna in prima pagina sui quotidiani»

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«La Germania e l’Olanda sono contrarie a tagliare il debito greco soprattutto prima del voto elettorale di marzo per l’Aja e di settembre per Berlino e rinviano ogni decisione in proposito al 2018»

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«Il commissario europeo agli Affari monetari, Pierre Moscovici, ha chiesto a tutti gli europei un compromesso e di chiudere lo spinoso dossier prima di marzo, cioè prima del calendario elettorale europeo 2017»

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«Il 20 febbraio è previsto un Eurogruppo guidato dall’olandese Jeroen Dijsselbloem, che non è sicuro, visto che il suo paese va al voto il 15 marzo, di restare né ministro delle Finanze all’Aja né presidente dell’Eurogruppo»

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«In quell’occasione i ministri della zona euro vedranno se c’è un accordo in vista per siglare la seconda fase del programma di aiuti da 86 miliardi ad Atene e garantire i fondi necessari a pagare i debiti ellenici»

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Il problema è complesso, e come tutti i problemi complessi alla fine si risolverà in un modo semplicissimo: con il fallimento. Ma difficilmente ciò avverrà rapidamente.

Un volta dichiarato il default tutti i greci, anche i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, dovranno pagare il loro conto, e lo faranno una volta per tutte.

Per decenni i greci hanno votato partiti che promettevano loro “un forestale per albero“, per usare la celebre frase di un comico, frase avveratasi in Grecia. È nella logica delle cose che paghino, e che paghino salato.

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Si comprende bene come Mr Pierre Moscovici vorrebbe chiudere la partita prima delle elezioni, ma si dovrebbe anche comprendere che Mr Jeroen Dijsselbloem nei prossimi mesi dovrà abbandonare la direzione dell’Eurogruppo, essendo il partito che lo sostiene sublimato nel nulla. Dopo il 15 marzo non resterà di certo a fare il Ministro dell’Economia in Olanda. E sempre dopo tale data in Commissione Europea non siederà più Mr Rutte, europeista di acciaio e fedele scudiero di Frau Merkel.

Sempre poi che le elezioni francesi non riservino ulteriori mutazioni di scena.

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Il nodo è semplice.

Il governo greco è incapace di contenere il debito, in costante crescita.

Atene avrà a breve bisogno di un credito di altri ottantasei miliardi, con i quali ripagare almeno in parte debiti pregressi.

Ben pochi sembrerebbero però interessati a mettere sul tavolo 86 miliardi cash per alimentare la voragine greca.

Lo stallo politico in Europa avrebbe bisogno di tutto tranne che di una crisi nei paesi meridionali.

Ma i paesi meridionali del’Eurozona non hanno forza e capacità politica di metter mano ai loro bilanci, essendo anche essi travagliati da profonde crisi politiche.

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Il tutto poi si sta svolgendo in un clima da Famiglia Adams.

Il 23 aprile si voterà in Francia per le Presidenziali, e poche settimane dopo per le elezioni politiche di rinnovo dell’Assemblea Nazionale.

Comme d’habitude, due mesi prima Le Canard Enchainé, giornale vicino alla Cia ed alla Famiglia Rothschild, esce con un articolo sul candidato dei Les Républicains Mr Fillon. Con lo scatto da centometrista, la Magistratura francese apre un’inchiesta e la sera stessa è perquisita la casa di Mr Fillon. Due giorni dopo Odoxa esce con due sondaggi: i francesi esecrano Mr Fillon e Mr Macron otterrebbe il 65 % dei voti in un confronto con Mrs Le Pen. Insomma: presidenza francese di nuovo ai socialisti.

Questa potrebbe essere un’ulteriore dilazione alla soluzione del problema greco.

Ma spesso il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Le urne hanno rilevato negli ultimi tempi ampi scollamenti da previsioni e risultati. Poi, se come sembrerebbe Mrs Le Pen potesse portare a casa dai 60 ai 65 deputati, Mr Macron potrebbe avere seri problemi nel formare un governo ragionevolmente coeso e stabile. E poi, Mr Macron è per davvero un socialista?

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Riassumendo in estrema sintesi.

I problemi greci si discutono ben altrove di Atene. Ma se il giochetto dovesse andare male, prepariamoci a sommovimenti di rilievo.


Sole 24 Ore. 2017-02-07. Stallo Atene-creditori, torna l’incubo Grexit

In Germania cresce sempre di più l’insofferenza verso i ritardi del governo Tsipras nell’adempimento delle promesse fatte ai creditori. Così l’incubo Grexit torna in prima pagina sui quotidiani ad Atene. E tornano i titoli su un braccio di ferro tra i creditori della Grecia, rappresentati dalla troika (divisa al suo interno), e il governo di Alexis Tsipras, in calo nei sondaggi. Il Fmi di Chistine Lagarde ha chiesto ai Paesi dell’Eurozona di tagliare il debito ellenico che corre al 170% del Pil e al governo di Atene di approvare nuove misure d’austerity da far scattare dopo il 2018 (riducendo il limite di esenzione fiscale e tagliando le pensioni) perché ritiene l’attuale surplus primario del 3,5% eccessivo e propone un più modesto 1,5% all’anno al lordo degli interessi, altrimenti lascerà ogni coinvolgimento nel salvataggio infinito di Atene. La Germania e l’Olanda sono contrarie a tagliare il debito greco soprattutto prima del voto elettorale di marzo per l’Aja e di settembre per Berlino e rinviano ogni decisione in proposito al 2018.

Tsipras, che ha fatto della lotta all’austerità la sua bandiera, torna sulle barricate e promette ai suoi compatrioti che il governo «non approverà un euro di sacrifici in più». Il premier greco ha escluso voci di elezioni anticipate e ha accusato il «Fmi di fare richieste al di là del processo democratico». Inoltre ha ricordato che quest’anno il paese mediterraneo, secondo il Fondo monetario stesso, crescerà del 2,7 per cento. Il commissario europeo agli Affari monetari, Pierre Moscovici, ha chiesto a tutti gli europei un compromesso e di chiudere lo spinoso dossier prima di marzo, cioè prima del calendario elettorale europeo 2017. Il 20 febbraio è previsto un Eurogruppo guidato dall’olandese Jeroen Dijsselbloem, che non è sicuro, visto che il suo paese va al voto il 15 marzo, di restare né ministro delle Finanze all’Aja né presidente dell’Eurogruppo.

In quell’occasione i ministri della zona euro vedranno se c’è un accordo in vista per siglare la seconda fase del programma di aiuti da 86 miliardi ad Atene e garantire i fondi necessari a pagare i debiti ellenici. Il successivo Eurogruppo è previsto solo a maggio, a ridosso della scadenza di luglio, che se non venisse onorata farebbe scattare il default. Insomma la situazione complessiva assomiglia a un campo minato e Atene può diventare il detonatore di una crisi più ampia che cerca solo il pretesto per esplodere.

Gli investitori intanto hanno cominciato a vendere titoli greci, temendo che Atene non sarà in grado di pagare. Le vendite sono state favorite dal fatto che il governo greco è di nuovo a un punto morto nei negoziati con i creditori della zona euro e del Fondo monetario. Tsipras ha bisogno di sbloccare la situazione in fretta e ricevere prestiti per rimborsare, secondo stime della banca francese Société Générale, debiti per 8 miliardi di euro, da rifondere come detto, a luglio, tra capitale ed interessi.

A complicare le cose c’è la mancanza di chiarezza su quale sarà la posizione degli Stati Uniti, il maggior azionista del Fondo, dopo l’insediamento della nuova amministrazione Trump. Finora l’ex presidente Obama aveva sostenuto la Grecia a spada tratta. Il nuovo presidente sembra più orientato a pensare all’”America First” e a lasciare agli europei gli oneri dei problemi continentali.

Il rendimento su un bond greco biennale in scadenza a luglio è salito negli ultimi giorni a oltre l’8,9%, da meno del 6% la scorsa settimana, un livello che anche allora era coerente con una situazione altamente rischiosa. Il rendimento in aumento – con calo dei prezzi – è un segno che gli investitori avvertono la tensione di un Paese che rischia di correre verso il default. Come se non bastasse la situazione è precipitata dopo la dichiarazione fatta da un membro del parlamento di Syriza, il partito del primo ministro, secondo cui un dibattito sulla permanenza del Paese nell’Eurozona non dovrebbe più essere un tabù. Uscire dall’euro causerebbe con ogni probabilità notevoli perdite per i titolari di debito greco denominato nella valuta unica.

«Credo che ci debba essere una discussione sulla politica nazionale che non ha avuto luogo nel corso degli ultimi sette anni», ha detto Nikos Xydakis, ex ministro del governo di Syriza, anche se poi ha ritrattato. Ormai però il pasticcio era fatto. I suoi commenti sono stati subito ripresi sui media tedeschi riaccendendo le polemiche sullo spettro di una Grexit.

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