Pubblicato in: Banche Centrali, Finanza e Sistema Bancario, Unione Europea

Europa, Grecia ed austerità. Si avvicina l’epilogo.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-02-07.

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«Il Fmi di Chistine Lagarde ha chiesto ai 19 Paesi dell’eurozona di tagliare il debito ellenico che corre al 170% del Pil e al governo di Atene di approvare nuove misure d’austerity da far scattare dopo il 2018 (riducendo il limite di esenzione fiscale e tagliando le pensioni) perché ritiene il surplus primario del 3,5% eccessivo e propone un più modesto 1,5% all’anno al lordo degli interessi altrimenti non sarà della partita e lascerà ogni coinvolgimento nel salvataggio»

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«La Germania e l’Olanda non ci stanno a tagliare il debito greco soprattutto rispettivamente prima del voto elettorale di marzo e settembre e rinviano ogni decisione in proposito al 2018»

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Il non voler parlare dei problemi né li risolve né li esorcizza: li lascia semplicemente marcire.

È la migliore tecnica consolidata per prendere un problema piccolo e farlo diventare enorme, fino al punto in cui sia ingestibile.

A quel punto lo studio delle cause perde ogni significato prartico, essendo messo di fronte al problema di come poter gestire il disastro.

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Il problema greco è semplicissimo. La Grecia sta morendo sotto una caterva di debiti contratti nel tempo ed usati non per fare investimenti, bensì per finanziare un welfare altrimenti insostenibile.

L’idea che si possa stampare carta moneta all’infinito è mera utopia, e l’Eurozona sta iniziando a pagare il conto. Nella realtà tutti i debiti devono essere pagati: spesso con lacrime e sangue.

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Un aspetto si evidenzia però nella sua crudezza.

Quando una nave affonda, c’è da benedire il Cielo se si fosse trovato un posto in una scialuppa di salvataggio. Chi pensasse di aver “diritto” alla colazione a letto in simili frangenti sarebbe semplicemente buttato fuori bordo, con grande sollievo di tutti: un imbecille di meno.

Se è chiaro il concetto che quando un aeroplano cade muoiono i passeggeri in economy così come quelli in business, possiamo proseguire.

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Quasi tutti gli stati occidentali presentano una severa anomalia. I dipendenti del comparto pubblico sono inamovibili mentre quelli del comparto privato non lo sono.

Questo fenomeno non acquista particolare importanza nei periodi di steady-state, ma diventa rilevante nei momenti di crisi.

Tutto il peso della crisi, con i relativi licenziamenti, grava sulle spalle del comparto produttivo, senza toccare minimamente il comparto pubblico o, più in generale, finanziato dal pubblico.

La “austerità” non colpisce la nazione nella sua interezza: colpisce soltanto quelli che per mala sorte si sono dovuti accontentare di lavorare nel comparto produttivo, almeno fino a tanto che non ne sono stati licenziati.

Il miserando esercito dei disoccupati dell’Eurozona è formato nella sua interezza da persone che la crisi ha espulso dal sistema.

Poi non ci si stupisca se i dipendenti delle pubbliche amministrazioni siano odiati, né ci si stupisca se la rivoluzione francese li avesse decapitati in gran massa. Il dipendente statale decapitato non genera più scandalo.

Alla fine i conti debbono ben pagarli tutti.

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Sole 24 Ore. 2017-02-02. Grecia, l’impasse sul debito fa risalire i rendimenti dei bond

Torna il braccio di ferro in Grecia tra i creditori rappresentati dalla Troika (divisa però al suo interno) e il governo di Alexis Tsipras, in calo nei sondaggi. Il Fmi di Chistine Lagarde ha chiesto ai 19 Paesi dell’eurozona di tagliare il debito ellenico che corre al 170% del Pil e al governo di Atene di approvare nuove misure d’austerity da far scattare dopo il 2018 (riducendo il limite di esenzione fiscale e tagliando le pensioni) perché ritiene il surplus primario del 3,5% eccessivo e propone un più modesto 1,5% all’anno al lordo degli interessi altrimenti non sarà della partita e lascerà ogni coinvolgimento nel salvataggio.

La Germania e l’Olanda non ci stanno a tagliare il debito greco soprattutto rispettivamente prima del voto elettorale di marzo e settembre e rinviano ogni decisione in proposito al 2018.

Il premier greco, Alexis Tsipras, che ha fatto della lotta all’austerità la sua bandiera non ci sta più e promette ai suoi concittadini che il governo «non approverà un euro di sacrifici in più». Tsipras ieri sera ha escluso in Parlamento voci di elezioni anticipate e ha accusato il «Fmi di fare richieste al di là del processo democratico». Inoltra ha ricordato che quest’anno il paese mediterraneo, secondo il Fmi, crescerà del 2,7 per cento. Il commissario europeo agli Affari monetari, Pierre Moscovici, ha chiesto a tutti gli europei un compromesso e di chiudere lo spinoso dossier prima di marzo, cioè prima del calendario elettorale europeo 2017. Il 20 febbraio è previsto un Eurogruppo guidato dall’olandese Jeroen Dijsselbloem , il cui Paese va al voto il 15 marzo, che non è sicuro di restare né ministro delle Finanza all’Aja né presidente dell’eurogruppo.

In quell’occasione i ministri della zona euro vedranno se c’è un accordo in vista per siglare la seconda fase del programma d’aiuti da 86 miliardi ad Atene e garantire i fondi necessari a pagare i debiti ellenici. Il successivo eurogruppo è previsto solo a maggio, molto a ridosso della scadenza di luglio, che se non venisse onorata farebbe scattare il default. Insomma la situazione complessiva assomiglia a un campo minato e Atene può diventare il detonatore di una crisi più ampia che cerca solo il pretesto per esplodere.

Gli investitori intanto cominciano a vendere titoli greci, temendo che Atene non sarà in grado di pagare. Il sell-off è stato favorito dal fatto che il governo greco è di nuovo a un punto morto nei negoziati con i creditori della zona euro e del Fondo monetario. Tsipras ha bisogno di sbloccare la situazione in fretta e ricevere prestiti per rimborsare, secondo stime della banca francese Société Générale, debiti per 8 miliardi di euro da rimborsare, come detto, a luglio, tra capitale ed interessi.

A complicare le cose c’è la riunione del consiglio del Fmi la prossima settimana e la mancanza di chiarezza su quale sarà la posizione degli Stati Uniti, il maggior azionista del Fondo, dopo l’insediamento della nuova amministrazione Trump. Finora Obama aveva sostenuto la Grecia a spada tratta. Il nuovo presidente sembra più orientato a pensare all’America first e a lasciare agli europei gli oneri dei problemi continentali.

Il rendimento su un bond greco biennale in scadenza a luglio èsalito negli ultimi giorni ad oltre il 8,9%, da meno del 6% la scorsa settimana, un livello che anche allora era coerente con una situazione altamente rischiosa. Il rendimento in aumento – con calo dei prezzi – è un segno che gli investitori avvertono la tensione di un Paese che rischia di correre verso il default.

La situazione di stallo per il debito della Grecia è una consuetudine. E come se non bastasse la situazione è precipitata dopo la dichiarazione fatta martedì da un membro del parlamento di Syriza, il partito del primo ministro, secondo cui un dibattito sulla permanenza del Paese nell’eurozona non dovrebbe più essere un tabù. Uscire dall’euro causerebbe con ogni probabilità notevoli perdite per i titolari di debito greco denominato nella valuta unica.

«Credo che ci debba essere una discussione sulla politica nazionale che non ha avuto luogo nel corso degli ultimi sette anni», ha detto Nikos Xydakis, ex ministro del governo di Syriza, anche se poi ha fatto marcia indietro. Ormai però la frittata era fatta. I suoi commenti sono stati subito ripresi sui media tedeschi all’inizio di questa settimana riaccendendo le polemiche sullo spettro di una Grexit.

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