Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Istruzione e Ricerca

Fuga dall’Italia. Due milioni in dieci anni.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-01-16.

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Gli italiani residenti all’estero hanno il diritto/dovere di iscriversi all’Aire.

«Anagrafe Italiani residenti all’estero (A.I.R.E.)

 (Ufficio di Riferimento: D.G.IT. – UFFICIO V)

L’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (A.I.R.E.) è stata istituita con legge 27 ottobre 1988, n. 470 e contiene i dati dei cittadini italiani che risiedono all’estero per un periodo superiore ai dodici mesi. Essa è gestita dai Comuni sulla base dei dati e delle informazioni provenienti dalle Rappresentanze consolari all’estero.

L’iscrizione all’A.I.R.E. è un diritto-dovere del cittadino (art. 6 legge 470/1988) e costituisce il presupposto per usufruire di una serie di servizi forniti dalle Rappresentanze consolari all’estero, nonché per l’esercizio di importanti diritti, quali per esempio:

– la possibilità di votare per elezioni politiche e referendum per corrispondenza nel Paese di residenza, e per l’elezione dei rappresentanti italiani al Parlamento Europeo nei seggi istituiti dalla rete diplomatico-consolare nei Paesi appartenenti all’U.E.;

– la possibilità di ottenere il rilascio o rinnovo di documenti di identità e di viaggio, nonché certificazioni;

– la possibilità di rinnovare la patente di guida (solo in Paesi extra U.E.; per i dettagli consultate la sezione Autoveicoli – Patente di guida).

Devono iscriversi all’A.I.R.E.:

– i cittadini che trasferiscono la propria residenza all’estero per periodi superiori a 12 mesi;

– quelli che già vi risiedono, sia perché nati all’estero che per successivo acquisto della cittadinanza italiana a qualsiasi titolo. 

Non devono iscriversi all’A.I.R.E.:

– le persone che si recano all’estero per un periodo di tempo inferiore ad un anno;

– i lavoratori stagionali;

– i dipendenti di ruolo dello Stato in servizio all’estero, che siano notificati ai sensi delle Convenzioni di Vienna sulle relazioni diplomatiche e sulle relazioni consolari rispettivamente del 1961 e del 1963;

– i militari italiani in servizio presso gli uffici e le strutture della NATO dislocate all’estero.»

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«Dall’identikit disegnato dal Censis nell’ultimo rapporto emerge che nella valigia, gli italiani che vanno all’estero, mettono quasi sempre un titolo di studio universitario: nell’89,5% dei casi ha una ‘laurea e oltre’. Inoltre la maggior parte riesce a farne buon uso. Infatti l’89% ritiene il tipo di contratto di lavoro adeguato al titolo di studio; inoltre il tipo di impiego svolto, nel 72,2% dei casi, è permanente».

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Se però agli inizi del 2016 gli italiani residenti all’estero erano 4,811,163, al 31 dicembre erano diventati 5,202,821: in un solo anno abbiamo perso 391,658 persone.

Non si emigra da un paese nel quale si stia bene.

Non ci si stabilisce in modo permanente all’estero se non quando il rientro in ruolo confacente sia del tutto impossibile.

L’Italia sta subendo una consistente emorragia di persone in età lavorativa, che hanno ottenuto la formazione scolastica superiore in Italia a spese del Contribuente italiano e che né possono né vogliono rientrare.

Il problema non sarebbe drammatico se a fronte di questo esodo l’Italia richiamasse altrettante persone formate all’estero: cosa che non è. Il saldo è negativo.

Mr Giuliano Poletti farebbe bene a ripensare a quello che ha detto dei nostri emigranti:

«bene non avere tra i piedi».

Una considerazione, da ultima ma non certo per ultima.

Questa massiccia emigrazione di alto livello impoverisce l’Italia di persone che presentano due caratteristiche:

– ottima istruzione;

– desiderio e volontà di mettersi in gioco, di intraprendere, di fare.

Non si costruisce una ripresa con persone mediocri e demotivate.


Adnk. 2017-01-10. Boom di cervelli in fuga, via 2 milioni di italiani in 10 anni

Boom dei cervelli in fuga negli ultimi 10 anni. Gli italiani che vivono all’estero, alla data del primo gennaio 2016, sono 4,8 milioni; rispetto al primo gennaio del 2006, quando risultano essere 3,1 milioni, sono aumentati del 54,9%. L’identikit delle persone che hanno lasciato il belpaese non ha sesso (uomini e donne sono quasi fifty-fifty), non ha età (la distribuzione è omogenea tra le quattro fasce), ed è difficile da individuare per tipologia di famiglia (single, in coppia, con o senza figli non fa differenza).

L’unica caratteristica distintiva è il titolo di studio: chi ha deciso di uscire dai confini nazionali, in 9 casi su 10, è munito di una laurea. Il profilo dell’Italiano emigrato è stato ottenuto dall’incrocio dei dati Istat, Censis e Aire, elaborati dall’Adnkronos. Le dichiarazioni del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, sui giovani che ”è bene non avere tra i piedi” hanno portato l’assemblea di palazzo Madama a chiedere un’informativa.

Dall’identikit disegnato dal Censis nell’ultimo rapporto emerge che nella valigia, gli italiani che vanno all’estero, mettono quasi sempre un titolo di studio universitario: nell’89,5% dei casi ha una ‘laurea e oltre‘. Inoltre la maggior parte riesce a farne buon uso. Infatti l’89% ritiene il tipo di contratto di lavoro adeguato al titolo di studio; inoltre il tipo di impiego svolto, nel 72,2% dei casi, è permanente.

Secondo i dati dell’Anagrafe italiani residente all’estero, aggiornati al primo gennaio 2016, gli iscritti all’Aire sono 4.811.163 pari al 7,9% della popolazione residente in Italia. Oltre la metà degli emigrati, pari a 2,5 milioni, risiede in Europa (53,8%), mentre più di 1,9 milioni vive in America (40,6%). La provenienza dei migranti made in Italy, nella metà dei casi (50,3%), è il Mezzogiorno.

Esaminando i dati Istat sull’evoluzione degli espatri nel periodo 2005-2014 emerge che si è passati da 41.991 unità a 88.859 unità, con un incremento del 111,6%. Nello stesso periodo i rimpatri sono diminuiti del 21,6% passando da 37.326 del 2005 a 29.271 del 2014. Il saldo, cioè la differenza tra chi parte e chi torna, era negativo per 4.665 unità nel 2004 ed è arrivato a -59.588 unità nel 2014, con un incremento del 1.177,3%. Analizzando i dati raccolti si arriva alla conclusione che l’incremento degli italiani emigrati non è dato solo dall’aumento delle persone che partono, ma anche dalla riduzione di quelle che tornano.

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