Pubblicato in: Banche Centrali, Sistemi Economici, Sistemi Politici

DBRS declassa l’Italia. Persa l’ultima “A”.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-01-14.

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C’è ben poco da dire.

Ciò che conta sono i risultati, non le parole.

Ed il risultato è che ora l’Italia è in serie B.

Chi è al Governo?

Non ci si venga a dire che la colpa è dei cambiamenti climatici.

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L’ECB pubblica e tiene aggiornato un database intitolato:

«List of eligible marketable assets»

È l’elenco, enorme, smisuratamente enorme, dei titoli accettati come collaterale.

Basta che abbiano un rating decente, e tutto va bene.

Già: avere un rating decente.

Mica che sia facile per questa povera Italia.

«le difficoltà che stanno affrontando le banche europee non sono legate a una mancanza di liquidità. Di questa ce n’è fin troppa. Ad esempio, come ricorda Bankitalia, il collaterale depositato in Bce dalle banche italiane eccede del 40% quanto necessario a ottenere i prestiti Bce.»

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«E allora dove sta il problema? Potrebbe essere più politico che tecnico»

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«L’Italia perde la sua ultima A nella valutazione del debito. Il downgrade a BBB con “trend” stabile deciso dalla canadese Dbrs, la più piccola delle agenzie di classificazione internazionale, segna il definitivo ingresso del nostro Paese in “seconda divisione”. Prima della società canadese, la retrocessione era già stata sancita dai tre colossi del settore: Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. La prima con una classificazione di BBB-, la seconda di Baa2 e la terza di BBB+.»

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«La decisione di Dbrs non giunge dunque inaspettata, soprattutto dopo la caduta del Governo Renzi, ma avrà immediate conseguenze perché finirà per influenzare il modo in cui la Bce calcola la rischiosità degli asset che le banche italiane danno in garanzia all’istituto di Francoforte in cambio dei prestiti»

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«Convenzionalmente, la Bce calcola la rischiosita’ di questi asset in base al rating più alto assegnato dalle 4 principale agenzie e dunque, nel caso dell’Italia, faceva riferimento a quell’ultima A assegnata da Dbrs. Con il downgrade di questa sera la banca centrale europea dovrà scendere di un gradino e, di conseguenza, aumentare il cosiddetto “haircut”, ovvero la trattenuta effettuata sul valore dei titoli di Stato dati in garanzia dalle banche per prestiti ricevuti» [Stampa]

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About DBRS.

«DBRS is an independent, privately held, globally recognized credit ratings agency with offices in Toronto, New York, London, Chicago and Mexico City. We strive to differentiate ourselves from competitors through a more pragmatic rather than mechanistic approach, in-depth research and unequalled mandate execution.

Founded in 1976, we are a rapidly growing, international ratings agency with deep roots in Canada. Our four decades of experience and strong track record provide the foundation for us to seek out new opportunities and to make targeted investments that align with our core ratings operations. We don’t seek to have scale in all markets, but when we choose to enter a new market segment, we strive to become a leading player known for trusted ratings, opinions and products.

Our approach and our size as the world’s fourth-largest ratings agency allow us to be nimble enough to respond to customers’ needs in their local markets, but large enough to provide the necessary expertise and resources they require. We build meaningful relations, which contribute to a convincing value proposition for both issuers and investors to choose us a globally accepted alternative to other ratings agencies.

At DBRS, we rate more than 2,400 issuer families and nearly 50,000 securities worldwide.»

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Sole 24 Ore. 2017-01-14. Ecco perché la decisione di Dbrs sul rating è così importante

Gli scaramantici possono aggiungere ai market mover del giorno – la pronuncia da parte dell’agenzia canadese Dbrs sul rating dell’Italia – il fatto che questa decisione sia arrivata di “venerdì 13”. Ma più della numerologia conta la sostanza dei fatti. Si tratta di una decisione non da poco perché da essa dipende quanto “costerà”, in termini di garanzie, alle banche chiedere in prestito liquidità alla Bce. Cerchiamo di capire perché.

Il primo punto da capire è che quando una banca commerciale europea chiede un prestito di liquidità alla banca delle banche, la Banca centrale europea, lo fa dando in pegno un collaterale. Una garanzia. Un po’ come quando una famiglia chiede un mutuo e dietro quel prestito la banca chiede in garanzia l’ipoteca sulla casa. I titoli di Stato italiani sono una delle garanzie che le banche possono dare alla Bce per chiedere la liquidità. Sono accettati dalla Bce e, in più, alle banche italiane può far comodo dato che in portafoglio ne detengono un controvalore superiore ai 400 miliardi di euro.

Ma quanto valgono i titoli di Stato italiani per la Bce? Quanta liquidità può prestare alle banche in cambio di un BoT o BTp? Il punto è questo. Perché dal valore attribuito dalla Bce dipende anche la trattenuta sul prestito, tecnicamente chiamata nelle stanze di Francoforte haircut. Il valore attribuito dalla Bce dipende a sua volta dal rating che il Paese che emette quel titolo governativo può esibire. Sebbene vi siano numerose agenzie di rating al mondo, la Bce prende in considerazione il giudizio di quattro agenzie: le americane S&Poor’s e Moody’s, la francese Fitch e la canadese Dbrs. Per la Bce non è importante che tutte e quattro le agenzie abbiano un giudizio “A” per applicare le condizioni di miglior favore, ovvero il minor taglio possibile sul prestito. È sufficente una “A” tra le quattro agenzie.

Ecco perché il giudizio di Dbrs – il downgrade era prevedibile perché ad agosto l’agenzia aveva aperto una procedura di revisione del rating con outlook negativo – era molto atteso. Dbrs era rimasta l’unica agenzia (delle quattro monitorate dalla Bce) ad avere un giudizio mite sull’Italia: “A-low”. Bastava un notch, un solo gradino in giù, e anche Dbrs si sarebbe unita al giudizio delle altre tre sorelle del rating che da diverso tempo hanno fatto scendere l’Italia dal livello “A” in “Serie B”. E così è stato.

Questa bocciatura, quindi, aumenterà la trattenuta che la Bce chiederà sui titoli di Stato italiani dati in pegno dalle banche quando chiedono liquidità.

Se sei al piano “A” e dai un BoT come garanzia la Bce ne trattiene solo lo 0,5%. Ma se retrocedi in serie “B” la Bce ne trattiene il 6%. Così, se dai in garanzia un BTp nel primo caso la trattenuta è al 6%, mentre nel secondo più che raddoppia al 13%.

Ovviamente la decisione non riguarda teoricamente solo le banche italiane ma tutte quelle che hanno in portafoglio titoli governativi italiani e che intendono darli in garanzia per ottenere finanziamenti dalla Bce.

Secondo i calcoli di Rabobank- che risalgono allo scorso agosto – le banche italiane attualmente hanno prestiti presso la Bce per 142 miliardi di euro. Il downgrade da parte di Dbrs dovrebbe aumentare le garanzie necessarie per sostenere questo prestito di circa 10 miliardi.

Gli esperti, comunque, sono divisi sull’impatto di un eventuale downgrade. Perché, come ci raccontiamo da tempo, le difficoltà che stanno affrontando le banche europee non sono legate a una mancanza di liquidità. Di questa ce n’è fin troppa. Ad esempio, come ricorda Bankitalia, il collaterale depositato in Bce dalle banche italiane eccede del 40% quanto necessario a ottenere i prestiti Bce.

Va poi detto che i titoli di Stato italiani sono solo una fetta di un’enorme lista di titoli eligible, quelli accettati in garanzia dalla Bce.

E allora dove sta il problema? Potrebbe essere più politico che tecnico. Un downgrade non fa piacere a nessuno. Lo scorso agosto, quando aveva appreso dell’apertura della procedura di revisione da parte di Dbrs, il Tesoro in una nota non aveva nascosto la sua irritazione: «La nostra opinione è che ci sia una violazione delle regole e stiamo valutando se ci sono le condizioni per contestare la decisione di rivedere il rating al di fuori del normale calendario di pre-annunciato».

Un downgrade non fa piacere a nessuno. Tanto meno all’Italia, che nonostante negli ultimi 10 anni di crisi sia stata “costretta” a generare record di avanzi primari (mentre la maggior parte degli altri Paesi reagiva alla crisi ampliando il deficit fiscale), resta ancora la terza economia dell’Eurozona.

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