Pubblicato in: Demografia, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Stati Uniti. È in corso una guerra civile. Occorre prenderne atto.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-01-12.

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Negli Stati Uniti è in corso una gigantesca mutazione demografica. Senza comprendere questo fenomeno resterebbe impossibile comprendere non solo la situazione politica ed economica attuale, ma anche la deriva futura.

Appare sempre più verosimile che prenda luogo una guerra tra ceppi differenti. Quello Yankee in via di estinzione e quello ispanoamericano in forte crescita. Vecchi gli yankee e giovani gli altri. Attualmente al potere i primi, desiderosi di rimpiazzarli i secondi. Due Weltanschauung differenti e conflittuali.

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Il Census del Maggio 2012 afferma che gli Stati Uniti avevano a tale data 316.7 milioni di abitanti.

Il 77% della popolazione è bianca: questa percentuale include il 16% di popolazione ispanica, i “white hispanic”. La popolazione negra rappresenta il 12.9% della popolazione totale.

Si noti come i non-hispanic white fossero l’89% della popolazione nel 1960, contro il 61% del 2012.

Questo fenomeno è sostenuto solo molto parzialmente dai recenti flussi migratori.

La sua vera causa è il differente tasso di fertilità.

Nel 2010 solo il 23% dei bambini sotto i 15 anni ha genitori bianchi non-hispanic white. È la popolazione ispanica a render conto della maggior parte dei giovani.

«”Bianchi di origine non latino-americana”, che entro il 2042 saranno una minoranza, se proseguono le tendenze migratorie e la bassa natalità tra i bianchi. Questa proiezione su un futuro scenario demografico in cui i bianchi, da sempre ai vertici dei poteri e della gestione dello Stato, saranno in netta minoranza, ha cominciato a scatenare forti dibattiti circa l’identità degli USA nel futuro prossimo e sull’immigrazione in entrambi gli schieramenti politici.»   [Fonte]

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«La violenza ha sempre fatto parte degli Stati Uniti, ma forse in questi anni siamo arrivati ad un momento di svolta storica. La sensazione dei bianchi di aver perso il controllo del paese, e quella dei neri di essere discriminati, sta esplodendo in un conflitto sociale mai visto prima, che purtroppo si salda anche alla violenza terroristica creando un clima da guerra civile». 

Queste parole dovrebbero dare da pensare, e molto.

Nel corso dell’ultimo anno la parola “guerra” è diventata sempre più frequente.

Di certo esistono molte differenti tipologie di guerre, ma tutte hanno come caratteristica una certa quale forma di violenza, e non è detto che quelle cruente siano meno devastanti di quelle incruente.

Una cosa però sembrerebbe emergere chiaramente.

Gli Yankee si stanno iniziando a chiedersi se riusciranno a sopravvivere prima ancora che a domandarsi se riusciranno a mantenere il potere.

Potrebbe essere opportuno distingue nettamente due aspetti della problematica posta: quelli a breve e quelli a lungo termine.

A breve termine sicuramente gli Yankee hanno ancora in mano quasi tutte le leve del potere. Loro assommano la stragrande maggioranza dell’attuale élite dirigenziale. Sicuramente l’elezione di Mr Trump ha dato loro un colpo severo, ma altrettanto sicuramente cercheranno di reagire con ogni mezzo loro disponibile. E ne hanno davvero molti.

Nel lungo termine tuttavia gli Yankee sono spacciati: le loro femmine non prolificano, condannandoli così alla estinzione. Ma si faccia attenzione che in un sistema elettorale a suffragio universale, persa la maggioranza della popolazione si è perso anche il controllo politico della stessa. E saranno in molti a volersi togliere sassolini più o meno grandi dalla scarpe.

Già adesso gli attriti tra yankee ed ispano-americani sono severi: basterebbe solo pensare agli accessi alle accademie militari, al corpo burocratico, ai quadri aziendali. E questo sembrerebbe essere solo l’inizio.

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Già ora gli Yankee non sono più in numero sufficiente per coprire tutti i posti dirigenziali, dai quadri aziendali e poi in un prossimo futuro, lentamente ma inesorabilmente, non avranno il materiale umano per coprire quelli superiori. Questo fenomeno sarà sempre più evidente nell’apparato burocratico dello stato.

Già adesso esercito e corpi di polizia hanno perso la maggioranza percentuale yankee.

Se questi fenomeni sono abbastanza tollerati nelle zone ricche e prospere degli Stati Uniti, nella provincia sono vissuti già ora in modo bruciante, specie da parte dei bianchi non ispanici di modeste condizioni, quelli che Mr Trump è riuscito mirabilmene a reclutare.

Cosa possa accadere in futuro apparirebbe del tutto impredicibile, tranne il fatto che molto verosimilmente sarà violento: così violneto da parlare aperatmente di guerra civile.

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Le contraddizioni dell’élite liberals stanno adesso arrivando al pettine.

Da sempre essi sono stati propugnatori di una consistente sequenza di attacchi alla istituzione della famiglia, alla sua sopravvivenza e mantenimento. Separazione, divorzio, controllo delle nascite tramite anticoncezionali vari, ed alla fine aborto sono tutte soluzioni che alla fine ostacolano in modo irreversibile la procreazione. Poi, il femminismo ha fatto il resto, demonizzando la maternità e la prole a favore della carriera lavorativa. Le femmine yankee appaiono disorientate, in piena crisi identitaria, dedite più alla licenza che alla vita libera.

Sarebbe stato ben più comprensibile se gli yankee avessero imposto la limitazione delle nascite agli ispano-americani: invece hanno fatto proprie queste istanze.

In altri termini, i liberals si stanno estinguendo perché vogliono estinguersi.

Ci si domanda infine di ché mai si lagnino. Non è certo colpa degli “altri” brutti e cattivi se loro non prolificano.

Nota.

Due metri sotto terra: di lì i liberals non avveleneranno più il mondo con le loro ideologie.


La Stampa. 2016-07-09. Michael Walzer: “L’America è sottosopra. Clima da guerra civile”

Il filosofo: i bianchi temono di aver perso il controllo del Paese.

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«La violenza ha sempre fatto parte degli Stati Uniti, ma forse in questi anni siamo arrivati ad un momento di svolta storica. La sensazione dei bianchi di aver perso il controllo del paese, e quella dei neri di essere discriminati, sta esplodendo in un conflitto sociale mai visto prima, che purtroppo si salda anche alla violenza terroristica creando un clima da guerra civile». 

Il filosofo Michael Walzer ha dedicato la vita all’uso della ragione per cercare di risolvere le differenze sociali e favorire la convivenza pacifica e il progresso. Ora vede la sua missione culturale che si sgretola, e resta sconvolto. 

Perché tanta violenza negli Stati Uniti?  

«Bisogna dire che ha sempre fatto parte della nostra eredità storica. In parte è frutto di come è nato il paese, delle guerre contro gli indiani, dello spirito della frontiera. Questo ha portato anche allo sviluppo di una cultura delle armi, che rende molto più letali le esplosioni della rabbia sociale. Negli Stati Uniti in questo momento ci stiamo preoccupando molto di regolare l’uso dei droni, ma nessuno vuole limitare la vendita delle pistole o dei fucili da guerra, che vengono usati nelle nostre strade per compiere queste stragi». 

Gli episodi di violenza, però, si stanno moltiplicando, e non sono più attribuibili solo al comportamento di qualche folle. Qual è il motivo, secondo lei?  

«C’è una confluenza di diversi fattori. Da una parte esiste la violenza terroristica, organizzata da Al Qaeda come nel caso degli attentati dell’11 settembre, oppure ispirata dalla propaganda dell’Isis, come nel caso di Orlando o San Bernardino. Qui, oltre a combattere l’estremismo in Medio Oriente, dovremmo chiederci perché riesce ad avere tanta presa su cittadini nati nel nostro paese e almeno in apparenza integrati. Poi però c’è la violenza razziale, e tutti questi fenomeni si saldano anche col disagio economico e sociale». 

Perché da Ferguson in poi abbiamo visto un’esplosione delle tensioni razziali?  

«Anche questi fenomeni sono sempre esistiti in America. Basti pensare a quanto è accaduto negli anni Sessanta, con episodi come l’omicidio di Martin Luther King. In questo momento storico, però, stanno scoppiando in maniera più vasta e diffusa». 

Perché?  

«La prima ragione che mi viene in mente è l’evoluzione del tessuto della nostra società. L’America sta diventando un paese sempre più diversificato in termini razziali, e le minoranze stanno diventando maggioranza. I bianchi hanno la sensazione che stanno perdendo il controllo del paese, soprattutto quelli più poveri e meno istruiti, e reagiscono con violenza. I neri allora fanno altrettanto, e così si crea questo clima di guerra civile, che viene sfruttato da politici come Trump». 

Ritiene che il candidato repubblicano alla Casa Bianca sia responsabile di quanto sta avvenendo?  

«Di sicuro sfrutta questi sentimenti, usando una retorica incendiaria che esagita ancora di più gli animi. Ha capito che esiste un risentimento profondo, e lo usa per i propri fini. Ma in questi momenti difficili di transizione, pericolosi, instabili e violenti, il compito di tutti i politici dovrebbe essere quello di puntare sulla responsabilità, favorire il dialogo, cercare le soluzioni di compromesso che includano il maggior numero possibile di cittadini, allo scopo di smorzare le tensioni invece di incendiarle». 

Obama non ha le sue colpe?  

«É il presidente, quindi è inevitabilmente coinvolto. La trasformazione però è epocale, scavalca le capacità di ogni singola persona, e richiede a tutti più responsabilità». 

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