Pubblicato in: Politica Mondiale

Verso una nuova Yalta. Usa e Russia contro Germania ed Euro.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-01-05.

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Sembrerebbe che a molti, forse troppi, stia sfuggendo la reale portata strategica del futuro probabile riavvicinamento tra gli Stati Uniti di America di Mr Trump e la Federazione Russa di Mr Putin.

Sono adesso in molti a ventilare l’idea di un nuovo accordo di Yalta.

Se sicuramente si consoliderebbe la pace, altrettanto sicuramente l’attuale linea politica dell’Unione Europea si troverebbe del tutto fuori causa. E con essa l’euro.

«In chiusura della sua conferenza stampa prima di partire per il viaggio in Europa, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha definito il cancelliere tedesco Angela Merkel «il più mio più stretto partner internazionale di questi otto anni».»

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«In campagna elettorale, il presidente eletto, Donald Trump, ha bollato la politica della signora Merkel sull’immigrazione come «folle» e nell’entourage del prossimo capo dello Stato americano il cancelliere è uno degli interlocutori più malvisti»

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Ecco cosa diceva a suo tempo Bloomberg.

«Yalta 2.0.

Trump’s isolationism and Vladimir Putin’s aggression force Germany’s Merkel into a difficult choice: to lead a military buildup in Europe against Russia. Or heed Trump’s advice and strike a grand bargain with Putin to agree on spheres of influence in Eastern Europe.

Putin calls off his hackers and rogue fighter jets and agrees to stop interfering in the affairs of the U.S. and the European Union.

In return, Merkel and Trump recognize Russia’s sway over Ukraine, Belarus and Syria. For Putin, Russia’s prestige is finally restored 26 years after the collapse of the Soviet Union and he starts to talk openly about his retirement after one final presidential term.

The ruble rises as Russia comes back into the global fold. Defense stocks lose some of their luster amid disappointment that the EU doesn’t arm up.»

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«Designando come Segretario di Stato il petroliere Rex Tillerson, insignito da Putin dell’«Ordine dell’amicizia» russo, Donald Trump ha dimostrato che faceva sul serio quando diceva di voler scardinare l’intero impianto della politica estera americana»

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«Dal chip di Taiwan lanciato alla Cina, alla riapertura del vaso di Pandora nucleare con l’Iran; alla messa in discussione della Nato: è un susseguirsi di mosse spregiudicate, in cui si inserisce il nuovo rapporto privilegiato con Mosca.»

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«nostalgie revansciste, su cui Vladimir Putin ha costruito un consenso tanto più solido quanto diffusa è l’immagine nel paese di una identità e un ruolo ingiustamente negati»

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«La via verso Mosca sembrerebbe passare per Trump da una «nuova Yalta» in cui le due superpotenze — una virtuale e l’altra tentata dall’isolazionismo — definirebbero i rispettivi ambiti riservando ad alleati e partner il ruolo di spettatori interessati»

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«I rapporti tra Occidente e Russia si sono incrinati notevolmente in seguito alla questione ucraina e alle sanzioni imposte a Mosca. Da lì il Presidente Putin ha volto lo sguardo altrove, stringendo alleanze commerciali con la Cina comunista e porgendo la mano alla Turchia di Erdogan. Ma il sogno di tornare ad avere maggiore influenza sugli Stati dell’est Europa non è mai stato abbandonato, e la rinnovata amicizia tra Stati Uniti e Russia non può che stringere il Vecchio Continente in una morsa tra le due maggiori superpotenze mondiali»

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«Trump’s isolationism and Vladimir Putin’s aggression force Germany’s Merkel into a difficult choice: to lead a military buildup in Europe against Russia. Or heed Trump’s advice and strike a grand bargain with Putin to agree on spheres of influence in Eastern Europe»

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«Putin calls off his hackers and rogue fighter jets and agrees to stop interfering in the affairs of the U.S. and the European Union»

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«In return, Merkel and Trump recognize Russia’s sway over Ukraine, Belarus and Syria. For Putin, Russia’s prestige is finally restored »

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In sintesi.

L’Europa è economicamente malridotta, politicamente in una fase di transizione ove il vecchio potere vacilla e quello nuovo non è ancora entrato in funzione, e soprattutto è militarmente inconsistente. Come risultato finale conta poco o nulla sullo scacchiere mondiale.

Ovvio quindi che Stati Uniti e Russia, potenze atomiche, si accordino tra di loro, lasciando fuori dalla porta i loro sudditi.

Piaccia o meno, la politica estera non esiste senza una forza militare che la sorregga.


Trend Online. 2017-01-03. Trump: attacco alla Germania!

Della Germania e della Merkel, Trump si era già occupato in passato, soprattutto viste le lusinghiere affermazioni dell’alcolista che siede alla Commissione Europa e i suggerimenti su Putin e altre cosuccie della cancelliera tedesca.

In chiusura della sua conferenza stampa prima di partire per il viaggio in Europa, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha definito il cancelliere tedesco Angela Merkel «il più mio più stretto partner internazionale di questi otto anni». In campagna elettorale, il presidente eletto, Donald Trump, ha bollato la politica della signora Merkel sull’immigrazione come «folle» e nell’entourage del prossimo capo dello Stato americano il cancelliere è uno degli interlocutori più malvisti.

Le critiche alla Merkel. La Germania è stata citata nel discorso di Trump a rappresentare l’esempio per eccellenza di una pessima politica sull’immigrazione. «Hillary Clinton vuole essere la Merkel Americana. E le disastrose conseguenze che l’immigrazione ha avuto sulla Germania e sui suoi cittadini non sono un segreto», ha affermato il candidato repubblicano.

Ora Trump torna all’attacco ma questa volta lo fa dal versante economico e finalmente dal lato giusto, ovvero quello dell’imperialismo economico tedesco…

Donald Trump contro la Germania: «Manipolatrice valutaria, l’Euro ha fatto quello che il Marco libero non avrebbe potuto fare. Se ciò non cesserà, saremo pronti a imporre dazi doganali».

Il Presidente eletto Donald Trump ha dichiarato “guerra” alla Germania. Una guerra economica, ovviamente, com’è tipico del mondo democratico del XXI secolo. Nel suo programma economico, l’allora candidato Repubblicano alla corsa presidenziale metteva in evidenza il grande inganno della Moneta Unica europea: ossia che il suo valore non è dato dal semplice output economico, bensì dalla media delle varie ex-monete precedenti all’unificazione valutaria. In questo modo la Germania si liberò dell’enorme peso del suo vecchio Marco, adottando un Euro molto più leggero – a discapito delle economie sud europee che, al contrario, dovettero sostituire le loro deboli monete con una molto più forte da sopportare.

Non per nulla, nel suo programma Trump denunciava che «la debolezza delle economie dell’Europa meridionale nell’Unione Monetaria Europea tiene un tasso di cambio inferiore rispetto a quello che avrebbe avuto il Marco tedesco come valuta indipendente». Attaccava inoltre il fatto che proprio questo giochetto economico è la ragione principale per cui il deficit commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Germania è sempre più aumentato negli ultimi anni.

Da qui la minaccia finale: «Donald Trump ha promesso di usare il suo Dipartimento del Tesoro per marcare ogni Paese che manipola la sua valuta. Ciò consentirà agli Stati Uniti di imporre difensive e compensative tariffe se la manipolazione valutaria non cesserà». Una vera e propria rivalsa verso una Germania che, da quando è entrata in vigore la Moneta Unica, l’ha fatta da padrona in Europa e in tutto il mercato internazionale.

Un per nulla velato attacco non solo al Paese guidato da Angela Merkel, ma a tutto l’apparato tecnocratico dell’Unione Europea. Il senso è chiaro: «L’Euro è un imbroglio nell’economia mondiale, e qualcuno in particolare ci sta guadagnando violando le regole. Quindi, o d’ora in poi seguite le regole o ve la faremo pagare presto».

Le ragioni di questa aggressività verso lo Stato tedesco da parte di The Donald è palese: il suo popolo elettorale è per lo più composto dal ceto medio, categoria sociale più di tutte colpite da questa crisi finanziaria senza fine. Per rispettare gli impegni presi di «fare l’America grande ancora!» e consolidare il proprio consenso deve dare qualche segnale forte, e uno di questi è fronteggiare a viso aperto chi vìola le regole economiche internazionali.

Tuttavia non ci sono solamente ragioni di etica economico-commerciale, ma anche alcune squisitamente geopolitiche: la vittoria di Trump apre il sipario a uno spettacolo tutto nuovo nello scacchiere delle politiche estere, e lo dimostra la vicinanza del Presidente eletto allo “Zar” russo Vladimir Putin. I rapporti tra Occidente e Russia si sono incrinati notevolmente in seguito alla questione ucraina e alle sanzioni imposte a Mosca. Da lì il Presidente Putin ha volto lo sguardo altrove, stringendo alleanze commerciali con la Cina comunista e porgendo la mano alla Turchia di Erdogan. Ma il sogno di tornare ad avere maggiore influenza sugli Stati dell’est Europa non è mai stato abbandonato, e la rinnovata amicizia tra Stati Uniti e Russia non può che stringere il Vecchio Continente in una morsa tra le due maggiori superpotenze mondiali. C’è già chi parla di una “nuova Yalta”.

Che sia anche l’avvicinamento a Putin uno dei motivi per cui Trump ha minacciato e attaccato tanto duramente la Germania, l’Unione Europea e la Moneta Unica?

Molti spunti di riflessione che andremo a vedere nel prossimo incontro con Machiavelli, soprattutto per comprendere come a livello valutario e finanziario, la guerra commerciale che sembra stia per iniziare influirà sulle dinamiche del 2017.

Come ben sapete, l’Araba Fenice è focalizzata sull’andamento del principale listino azionario europeo e quello che accadrà nei prossimi anni ha bisogno di essere decifrato in chiave soprattutto geopolitica.

Come ho scritto ieri non mi meraviglierei, visti i rapporti che la Merkel e la Germania hanno con gli Stati Uniti e il Regno Unito, non mi meraviglierei di un attacco speculativo congiunto da parte di qualche grosso hedge fund, basato a Wall Street o alla City, con tanti saluti a quelli che dicono che l’euro è l’essenza stessa della sopravvivenza di sciacalli e squali finanziari. Noi sappiamo già cosa fare!


Corriere. 2017-01-03. La «nuova Yalta» a cui sta pensando Donald Trump

Designando come Segretario di Stato il petroliere Rex Tillerson, insignito da Putin dell’«Ordine dell’amicizia» russo, Donald Trump ha dimostrato che faceva sul serio quando diceva di voler scardinare l’intero impianto della politica estera americana. Egli si mostra deciso ad applicare ai rapporti con il resto del mondo la logica che gli ha consentito di accumulare una grande (e controversa) fortuna, in un misto di nazionalismo e di mercantilismo autoritario, indifferente alle ragioni della politica, come alternativa vincente ad un multilateralismo che ha fatto il suo tempo. Dal chip di Taiwan lanciato alla Cina, alla riapertura del vaso di Pandora nucleare con l’Iran; alla messa in discussione della Nato: è un susseguirsi di mosse spregiudicate, in cui si inserisce il nuovo rapporto privilegiato con Mosca.

Dal passaggio all’economia di mercato la Russia ha ereditato più inefficienze che vantaggi (guardando ai nuovi magnati russi, la memoria va al ruolo svolto dai «robber barons» come JP Morgan e Stanford nello sviluppo dell’economia Usa alla fine dell’ottocento: ma allora non c’erano finanziarie e banche cipriote compiacenti, i profitti venivano per forza investiti nel paese…). Vive una profonda crisi sociale e di crescita, ma è sempre un membro permanente del Consiglio di Sicurezza. L’idea che l’Unione Sovietica sconfitta potesse diventare d’un colpo, con la fine del comunismo, un alleato fedele dell’Occidente è durata la breve stagione dell’illusione della «fine della storia». Dopo settant’anni la Gran Bretagna non ha ancora assorbito la perdita del suo impero: pensare che quello sovietico potesse assorbire la sua in pochi anni è stato un errore dovuto a ideologismo e superficialità. Che ha favorito un nazionalismo venato di nostalgie revansciste, su cui Vladimir Putin ha costruito un consenso tanto più solido quanto diffusa è l’immagine nel paese di una identità e un ruolo ingiustamente negati.

La via verso Mosca sembrerebbe passare per Trump da una «nuova Yalta» in cui le due superpotenze — una virtuale e l’altra tentata dall’isolazionismo — definirebbero i rispettivi ambiti riservando ad alleati e partner il ruolo di spettatori interessati. E’ un’ipotesi realistica, che piace a Putin ma che nell’interesse dell’Europa deve essere contrastata, insistendo per un approccio inclusivo che rifletta le posizioni di tutte le parti in causa. Che tenga conto di coloro per cui un alleggerimento delle sanzioni rappresenta una boccata d’ossigeno indispensabile, quanto di coloro per i quali costituiscono un baluardo contro nuove tentazioni autoritarie. Che ribadisca che democrazia e libertà di scelta non sono valori negoziabili e che individui quali siano i confini entro cui muoversi senza mettere in gioco principi fondamentali.

E’ un fatto che Russia ed Europa non condividono interamente lo stesso sistema di valori e devono convivere in un difficile equilibrio, basato sulla legittimazione condivisa e la rinuncia alle prevaricazioni. Gli alleati europei devono fare il loro lavoro, ripensando seriamente il loro ruolo nella Nato e la sostanza delle garanzie che sono pronti a sottoscrivere nell’Alleanza Atlantica. La Russia deve accettare che l’evoluzione della storia pone limiti alla sua area di influenza e che le zone grigie vanno gestite d’intesa.

Proponendo una rivisitazione aggiornata del «metodo Helsinki», l’allora Ministro Gentiloni e i suoi colleghi austriaco e tedesco (Corriere della Sera, 7 dicembre) hanno indicato il luogo dove il bandolo degli interessi contrapposti può essere ricomposto. Nella capitale finlandese, nel 1975, l’Atto Finale della Csce(la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) stabilì dieci principi fondamentali che permisero di passare dalla fase acuta della guerra fredda ad una collaborazione fra i due blocchi in cui ciascuno, senza rinunciare alla propria identità, individuava gli spazi per perseguire l’interesse comune. Fu un successo della realpolitik kissingeriana, che all’epoca venne erroneamente ritenuta una resa a Brezhnev. L’Europa di oggi non è più quella di allora e non ha ovviamente senso parlare di blocchi: il «metodo Helsinki» permetterebbe tuttavia di affrontare le differenze che continuano ad esistere in maniera costruttiva. Rivisitando i dieci principi sarebbe possibile affrontare in maniera diversa la crisi in Crimea e trovare vie per la questione ucraina.

All’Italia, che assumerà fra un anno la presidenza dell’Osce, si presenta una occasione importante di politica estera. Attenzione però: il «metodo Helsinki» non permette di risolvere i conflitti, ma dà gli strumenti con cui gestire le cose una volta raggiunta un’intesa: lo fa (e qui sta per noi il suo vero punto di forza) in un contesto inclusivo in cui tutti siano chiamati a dare autonomamente il proprio contributo. Non è il contesto ideale per Putin o Trump; ma lo è per gli europei e ancor più dovrebbe esserlo per la presidenza italiana.

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