Pubblicato in: Banche Centrali, Cina, Devoluzione socialismo, Sistemi Economici, Sistemi Politici

Euro. In sette giorni ha perso il -4% sul dollaro.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-11-20.

 2016-11-20__eruusd__001

Le economie occidentali hanno segnato nell’ultimo lustro alcuni interessanti fenomeni:

– tassi di interesse vicini lo zero, ed anche negativi;

– costante apprezzamento del dollaro americano sull’euro: il 30 giugno 2008 il rapporto Eur/Usd valeva 1.5703 e ieri valeva invece 1.0584. Una variazione del -32.62%.

*

Sicuramente le banche centrali sono intervenute potentemente nel condizionare questi fenomeni, ma altrettanto certamente si può affermare che il mercato della transazione delle valute è così ampio da non essere completamento soggetto a voleri ed aspettative dei banchieri centrali.

A ciò si aggiunga come negli ultimi tempi le banche centrali abbiano mutato la propria ragion d’essere. Da prestatrici di ultima istanza sono transitate ad essere acquirenti di ultima istanza. Una mutazione di non indifferente portata, voluta, se non imposta, dalla politica che ha detenuto il potere negli ultimi tempi.

* * * * * * *

Come si constata, si è di fronte a fluttuazioni di lunga durata, grosso modo, di durata decennale, almeno.

Questa semplice constatazione è però gravida di conseguenze.

La principale è che le usuali analisi condotte sul brevissimo termine servono soltanto a confondere le idee, introducendo variabili effimere. Questo aspetto non ha importanza soltanto per la gente comune: focalizza invece la necessità che la politica, e le banche centrali di conseguenza, ragionino in termini di archi temporali di lunga durata. Ma ciò sarebbe possibile esclusivamente se la componente politica fosse ragionevolmente stabile nel tempo, cosa che invece non è, almeno per l’Occidente.

2016-11-20__eruusd__002

Molti sono i problemi sul lungo termine, alcuni dei quali innominati ed innominabili ancora al momento attuale.

– Il primo problema è legato al fatto che alle valute e sistemi economici tradizionalmente di peso significativo sui mercati, dollaro americano ed euro, si è aggiunto prepotentemente lo yuan cinese. Il gioco non è più a due, bensì a tre componenti, e quella cinese è molto più indipendente di quanto non si possa ancora immaginare. Si noti soltanto come il rapporto Usd/Yuan valesse 6.1135 il 21 novembre 2014 ed oggi valga invece 6.8873: una variazione del 12.56%. Ma i rapporti tra le valute esprimono nei fatti i rapporti tra i sistemi economici.

– Il secondo problema è legato ai debiti sovrani. Non è assolutamente vero che gli stati possano indebitarsi a tempi indefinito e per ammontare infinito. È una pura e semplice utopia. Resta quindi sul tavolo il problema di come trattare questa enorme massa di debiti. Una riduzione sembrerebbe essere inverosimile ed una restituzione impossibile. L’unica via praticabile sarebbe quella inflattiva, linea di azione che porta come conseguenza un aumento ed anche consistente dei tassi di interesse.

– Il terzo problema è legato alla stabilità di governo politico. Mentre Cina e Stati Uniti hanno un’organizzazione dello stato che consente loro di poter ragionare in modo coerente su periodi di almeno cinque anni, l’Unione Europea ha una struttura organizzativa cervellotica quanto inefficiente. A ciò si aggiungano gli effetti sempre più evidenti della devoluzione del pensiero socialista ideologico, specialmente nella sua accezione statocentrica. Sono sempre più numerosi gli stati dell’unione ove la attuale direzione politica ed economica è messa in discussione e nei quali sarebbe ragionevole prevedere cambi di élite con inversione dei criteri governativi. Situazione questa che rende i paesi afferenti l’Unione Europea particolarmente fragili ed instabili.

– Il quarto problema è legato ai tassi di interesse. Se è vero che tassi di interesse bassi, ovvero anche negativi, consentono agli stati una gestione quasi indolore del debito pubblico, è altrettanto vero che simile condizione danneggia in modo severo tutto il sistema produttivo, specialmente quello bancario, che vive istituzionalmente allocando risorse ad tassi positivi. Alla fine, l’Unione Europea dovrà ben decidere se salvare i debiti sovrani affossando il sistema economico e finanziario, ovvero l’opposto. In ogni caso, qualsiasi scelta sia fatta, sarà un transitorio particolarmente doloroso.

– Il quinto problema è legato alla demografia dell’Unione Europea. Nel vecchio continente il tasso di natalità degli autoctoni è ben sotto il livello di sopravvivenza. Se l’esito finale che si staglia è la estinzione funzionale di molti popoli, nel periodo transitorio diverrà sempre più cogente il problema degli anziani. Non è soltanto questione di costi assistenziali o pensionistici. Il vero problema è che una nazione vecchia pensa e si comporta da tale, utilizzando schemi mentali vetusti e decotti, attenta solo al mantenimento delle proprie rendite di posizione, incapace di intraprendere attività produttive ed innovative.

* * * * * * *

Quello delineato è un quadro altamente parziale. Il problema è sicuramente molto più complesso.

Però sembrerebbe fornire elementi sufficienti per preconizzare sul lungo termine il progressivo disfacimento dell’euro e dell’Eurozona.

 


Aska. 2016-11-20. Euro sempre più giù (a un passo dalla parità col dollaro)

Roma, 19 nov. (askanews) – L’Euro raggiungerà presto il valore di 1 a 1 contro il dollaro? E’ questa la domanda principale che circola nelle sale cambi internazionali dopo che, nelle ultime due settimane, la moneta unica europea ha perso il 4% nei confronti del biglietto verde toccando quota 1,06 dollari, un livello che non veniva registrato da 12 mesi. Merito del brusco mutamento delle aspettative sul mercato sui tassi d’interesse Usa e sulla crescita economica seguito alle elezioni per la Casa Bianca, che ha alimentato la discesa relativa dell’euro sul dollaro. Se la Federal Reserve, come appare oramai molto probabile, aumenterà i tassi d’interesse nella riunione di dicembre del Federal Open Market Committee (Fomc), i motivi per un ulteriore rialzo del biglietto verde saranno ancora più stringenti visto che i capitali internazionali avranno un ulteriore motivo per sbarcare in America alla ricerca di maggiori rendimenti. D’altronde, a favore di nuovi deprezzamenti dell’euro – doppiamente positivi per l’economia europea perchè aumenterebbero la competitività delle merci ‘made in Europe’ dando stimoli anche a un’inflazione tuttora troppo bassa – hanno contribuito anche i segnali provenienti dal presidente della Bce Mario Draghi, che ha invece alimentato le attese di una nuova proroga agli stimoli monetari e al piano di acquisti di titoli, sempre a dicembre. Gli acquisti di titoli obbligazionari sul mercato, aumentandone il prezzo, ne deprimono parallelamente il rendimento. Dopo al vittoria di Donald Trump, il colosso creditizio Usa Citigroup ha annunciato di avere cambiato “di 180 gradi” le sue previsioni sul tasso di cambio euro dollaro, come ha riportato il Wall Street Journal. La banca ora prevede che l’euro calerà ancora ad appena 98 centesimi di dollaro nei prossimi 6-12 mesi. Strade monetarie divergenti che si aggiungono ai proposti di politiche espansive del presidente neo eletto Donald Trump, che potrebbero sostenere la crescita economica e le spinte inflazionistiche, in questo modo spronando ulteriormente la Fed su altri rialzi dei tassi con quello che è un meccanismo che si autoalimenterebbe. E’ stata già ribattezzata “Trumpflation” degli operatori: la prospettiva di una fase di rialzi inflazionistici determinata dalle politiche economiche espansive e dai tagli alle tasse più stimoli annunciati da Trump. Ed è quello che parallelamente sta determinando anche una pioggia di vendite sui titoli di Stato americani, i cui costi di rifinanziamenti sono destinati a salire in uno scenario di cospicuo incremento dello stock di debito. Sui Treasuries decennali i tassi hanno segnato un nuovo massimo da oltre un anno, al 2,34 per cento. Prima dell’elezione di Trump fluttuavano attorno all’1,75 per cento. Tutto da verificare però che questo rally americano abbia ripercussioni positive durature in Europa. Come ha recentemente avvertito il vicepresidente della Bce Vitor Constancio, sul lungo termine esistono diversi fattori che potrebbero avere effetti dannosi: la possibile ripresa del protezionismo commerciale; il massiccio deflusso di capitali dai Paesi emergenti; i problemi legati all’architettura istituzionale dell’Europa assieme ai rischi politici che vi stanno lievitando.

Annunci