Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Mondiale, Sistemi Politici

Russia. La festa nazionale del 4 novembre.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-11-04.

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La storia.

Tra la fine del ‘500 fino al ‘700 la Polonia fu la nazione egemone nell’Europa nord-orientale.

I polacchi guardavano con inquietudine il formarsi del Granducato di Mosca, poi evoluto nell’Impero Russo, e condussero molte guerre contro di esso.

Nel corso della guerra polacco-moscovita del 1605-1618 i polacchi riuscirono ad occupare Mosca, donde ne furono cacciati a seguito di uno scontro di minore importanza, essendo i russi guidati dai due eroi Minin e Pozharsky, che riuscirono a raccogliere circa diecimila uomini tra nobili e cittadini.

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«La guerra polacco-moscovita (1605–1618) ebbe luogo nei primi anni del XVII secolo con una sequenza di conflitti militari ed invasioni verso oriente delle forze armate della Confederazione Polacco-Lituana o di eserciti privati di mercenari capitanati da nobili dell’aristocrazia polacca, nel periodo in cui lo Zarato Russo fu tormentato da una serie di guerre civili, il cosiddetto periodo dei torbidi. Scatenate dalla crisi dinastica russa generarono caos all’interno della nazione. Le parti contendenti ed i loro scopi cambiarono molte volte durante il conflitto e la Confederazione Polacco-Lituana non fu realmente in guerra con la Russia fino al 1609, mentre diverse fazioni russe lottavano fra di loro, alleate con la Confederazione ed altre nazioni. L’Impero svedese partecipò al conflitto, alleandosi alcune volte con la Russia ed altre volte combattendovi contro. Gli scopi delle varie fazioni cambiarono frequentemente, così come la consistenza degli scopi di volta in volta alla base dei conflitti. Essi andavano da piccole acquisizioni di territorio di confine imposti dal re di Polonia alla rivendicazione di questi alla costituzione di un unico regno fra la Confederazione e la Russia.

La guerra può essere suddivisa in quattro diversi momenti. Nel primo, una parte della nobiltà polacca incoraggiata dai boiardi russi ma senza l’approvazione del re di Polonia Sigismondo III Vasa tentò di approfittare della debolezza della Russia intervenendo nella guerra civile sostenendo gli impostori, Falso Dimitri I e Falso Dimitri II, contro gli zar Boris Godunov e Vasilij Šujskij. Il primo intervento polacco ebbe inizio nel 1605 e terminò nel 1606 con la morte del falso Dimitri I. Il secondo iniziò nel 1607 ed ebbe termine nel 1609 quando lo zar Vasili si alleò militarmente con la Svezia. In risposta a questa alleanza, il re polacco Sigismondo III decise di intervenire ufficialmente dichiarando guerra alla Russia allo scopo di ottenere concessioni territoriali.

Dopo le prime vittorie della Confederazione nella Battaglia di Klušino, che si concluse con l’entrata a Mosca delle forze polacche nel 1610, il figlio di Sigismondo, principe Ladislao, venne eletto zar per un breve periodo. Comunque, subito dopo, Sigismondo decise di installarsi sul trono di Russia. Questa decisione gli alienò il sostegno dei boiardi che erano disposti ad accettare il moderato Ladislao ma non il pro-cattolico ed anti-ortodosso Sigismondo. Susseguentemente la fazione russa a favore dei polacchi svanì e la guerra riprese nel 1611, con la cacciata dei polacchi da Mosca e con la presa dell’importante città di Smolensk, dopo un lungo assedio.» [Fonte]

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«National Unity Day marks the Russian people’s uprising led by two heroes, Kuz’ma Minin (Кузьма Минин) and Dmitry Pozharsky (Дмитрий Пожарский) on November 4. Minin and Pozharsky united about 10,000 noblemen and commoners to fight against the Polish occupation of Moscow Rus’.» [Fonte]

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A partire dal 1613 il quattro novembre fu celebrato come festa nazionale, essendo stata istituita dallo zar Michele di Russia con il nome di “Giorno della liberazione di Mosca dagli invasori Polacchi“.

Questa festa fu soppressa durante il periodo sovietico e fu ripresa nel 2004 sotto la Presidenza Putin.

Si noti come la data del quattro novembre è anche festa religiosa russa, perché la Chiesa Ortodossa russa celebra in questo giorno la Madonna di Kazan.

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L’Occidente ha scotomizzato questa ricorrenza, per esso molto fastidiosa.

Ma che dovrebbe invece dare molto da pensare.

Alla fine degli anni ottanta, con l’implosione del bolscevismo sovietico, l’Occidente si era illuso di aver chiuso la partita con la Russia. La disfatta russa era evidente e lampante: disgregata e smembrata politicamente negli stati originari che si erano delineati alla fine del tardo medioevo, con il sistema economico e militare distrutto, tranne forse una qualche potenzialità residua nel settore missilistico nucleare strategico, moralmente debosciata da settanta lunghi anni di comunismo, di socialismo reale, costretta ad abbandonare i così detti paese satelliti, ossia quelli dell’Europa dell’est.

Difficilmente avrebbe potuto essere immaginata una débâcle di tale portata.

Si era illuso perché aveva pensato che ciò che riteneva essere inesistente, morto e sepolto da un bel pezzo, era invece ancora vivo e vegeto, e sfrigolava come la brace sotto la cenere.

La Russia non aveva perso memoria del suo retaggio religioso, storico, culturale, sociale. Questa è una memoria scritta nel dna delle genti. Non è un caso che la Russia, così come la Yugoslavia, si smembrarono negli stati con confini da tardo medioevo. Ma ben pochi capirono, allora come ora, cosa avesse significato un tale modo di evolversi.

Come sempre accade nei momenti di massima avversità, la Russia vi si abbarbicò tenacemente: doveva trovare in sé stesa il motivo di vivere, e non ha motivo di vivere chi non abbia un valido motivo per cui morire. Non a caso i russi chiamano ciò che in Occidente è la seconda guerra mondiale la “guerra patriottica“, per combattere la quale Stalin dovette ricorrere a tutta la tradizione russa, Chiesa Ortodossa compresa. E tutta l’operazione sulla Ukraina ha alla fine esistato in un revival del patriottismo russo: una operazione condotta con un dilettantismo politico a storico impressionante.

La Russia, come peraltro la Cina, cambiati i termini, nel breve volgere di venticinque anni sono tornate ad essere potenze mondiali proprio per l’essere ritornate ai loro valori storici. Piaccia o meno all’Occidente. Che l’Occidente lo capisca oppure no.

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Ci si rende conto perfettamente che questo fatto lascia stupefatti e quasi inebetiti gli occidentali attuali, specialmente la loro élite: al punto tale che la maggior parte di essi rifiuta di ammettere una realtà del genere. Guardano e non vedono.

L’Occidente sta correndo dietro la costruzione di un ‘uomo nuovo‘ totalmente eradicato dalle sue tradizioni, esattamente come a suo tempo cercarono di fare i sovietici, fallendo clamorosamente.

L’Occidente si è riempito di detrattori cronici della sua tradizione, massimamente quella religiosa. È pieno di atei convinti che ogni piè sospinto, a torto o ragione, si scagliano contro la religione cristiana e la Chiesa. Somigliano in modo impressionante ai giacobini di infausta memoria. E come quelli patrocinano ogni qualsiasi cosa possa essere contro natura.

È proprio questo odio viscerale, acefalo quanto satanico nella struttura ideativa, ciò che salva alla fine religione e Chiesa: costituisce un loro sfogo psicologico della constatazione dei propri insuccessi esistenziali, impedendo loro di attuare un piano distruttivo quale quello ideato a suo tempo dagli assiri, gente ben più intelligente.

Stanno cadendo nell’errore già fatto dai giacobini, che alla fine da esso costruirono la propria disfatta e scomparsa dalla storia umana.

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È del tutto sequenziale che con una simile mentalità gli occidentali non abbiano saputo comprendere che Russia e Cina sarebbero prontamente risorte proprio coagulandosi attorno alla loro propria tradizione, religione in primis.

È difficile non farsi venire alla mente, e meditare a fondo, la frase con cui SS san Gregorio Magno commentò nel tardo 590 il consolidarsi del Regno Longobardo, che come ariano era ferocemente anti-cattolico: «per fortuna della Chiesa non hanno capito che non la si distrugge con le persecuzioni».

A conclusione, inviterei il Lettore ad osservare con cura la prima, non la seconda fotografia allegata.

Non si ricada nell’errore di Robespierre, essere religiosi non è sinonimo di essere santi: e Robespierre lo capì quando stavano per tagliargli la testa.

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