Pubblicato in: Persona Umana

L’urlo di Valeria. L’urlo di gran parte delle donne.

Giuseppe Sandro Mela.

2016-10-18.

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Svanì per sempre il sogno mio d’amore…

L’ora è fuggita… E muoio disperato!

E non ho amato mai tanto la vita!

Giacomo Puccini. Tosca.

 

Il dramma che dilacera Valeria Marini è quello che si riscontra quotidianamente nella stragrande maggioranza delle donne che hanno girato la boa della menopausa. È in fin dei conti è uno dei grandi drammi dei tempi attuali.

Nata il 14 maggio 1967, ora 49 avviata ai cinquanta, dal 1993 è stata vedette del Bagaglino, facendo una ottima carriera nel mondo dello spettacolo e del cinema.

Un matrimonio andato poco bene.

«Ha avuto una lunga relazione con Vittorio Cecchi Gori, produttore cinematografico, sostenendolo anche durante il suo fallimento economico. I due si sono lasciati e ripresi più volte, anche a cavallo della detenzione del produttore fiorentino. Durante la relazione, la Marini ha avuto un aborto spontaneo e un aborto provocato» [Fonte]

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Se si guardasse con attenzione la sua fotografia, ci si renderebbe immediatamente conto come non abbia più il fisico per fare la soubrette. Sono messe dette.

Ma non sembrerebbe nemmeno essere l’icona della felicità.

Sicuramente la Marini ha ottenuto, e con molta fatica ed impegno, grandi successi di pubblico ed economici: ma ora è in timeout. Ciò che ha fatto ha fatto, ciò che ha ottenuto ha ottenuto.

Come sempre accade nella vita, alla fine ci si pone la fatidica domanda:

«Ne valeva la pena?»

La risposta data dalla Marini è un classico da manuale:

«Mi sento molto sola, mi manca l’amore, allontano tutto questo con l’ironia e le risate, ma voglio un figlio»

E questa è la situazione con cui la Marini dovrà convivere fine al termine della sua, le auguriamo, lunga vita.

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Ci spiace, e molto, che questa donna si senta sola, sia priva di affetti e che senta in modo struggente il dramma di non aver procreato.

Eppure avrebbe ben potuto: se non avesse abortito ora avrebbe il figlio tanto desiderato. Non sarebbe sola, avrebbe l’amore filiale e, verosimilmente, anche quello del marito.

Ossia, avrebbe tutto quello che dice mancarle ora. Avrebbe dovuto pensarci prima.

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Questo è il malvagio esito del culto femminista che pervade codesta povera umanità occidentale, per cui la donna si dovrebbe “realizzare” solo ed esclusivamente nel lavoro, ove la “liberazione” consisterebbe nel ripudio di famiglia e prole. E se prole venisse, allora ci penserebbe l’aborto  sistemarla, in modo definitivo.

Né si venga a dire che la Marini abbia abortito per problemi economici.

C’è del satanico nell’ideologia femminista: propone un bene ben gradevole ed immediato – carriera, denaro e successo – al prezzo della solitudine affettiva e della sterilità futura e definitiva.

Sì, la Marini si è “liberata” dalla famiglia e dalla prole nel suo periodo di vita fertile, ma di ché viene a lamentarsi adesso che è in menopausa ed inizia a diventare vecchia?

E che siamo solo agli inizi: con il tempo verranno poi le malattie, il fisico deteriorerà in modo sempre più vistoso e la signora sperimenterà appieno il significato della parola “solitudine“, che con disgraziata frequenza si associa ai “rimorsi“.

*

Domandiamoci allora, ma da cosa mai il femminismo “libererebbe” le donne?

Ogni azione umana è giudicata dai risultati definitivi che ottiene.

È inutile penetrare il territorio nemico per duemila kilometri per poi finire a Poltava. Sarebbe stato meglio starsene vicino al caminetto.

«Mi sento molto sola, mi manca l’amore, allontano tutto questo con l’ironia e le risate, ma voglio un figlio»

Ma allora, è stata liberata oppure è stata resa schiava?

La persona libera è felice, quella schiava infelice.

La persona libera resta tale fino a tanto che non abiura, la schiava resta tale, anche contro la sua volontà attuale.

Ma di cosa è schiava? Domandiamocelo.

La risposta è semplicissima, ce la da la Marini stessa.

«voglio un figlio»

La frase è logicamente incompleta.

Il figlio lo avrebbe avuto, se non avesse abortito. Ne avrebbe anche avuti tanti, se avesse scelto la famiglia invece che la carriera. E con i figli verosimilmente avrebbe conservato il marito.

Voglio“? Sì: lo vorrebbe ora. Adesso. A tempo scaduto. Avrebbe dovuto “volerlo” prima, quando era in tempo.

Gli affetti non si “vogliono“.

Amare significa volere che l’oggetto amato realizzi appieno la scopo per cui è venuto a questo mondo.

Amare significa donare, non ricevere. Nessuno ha diritto a ricevere alcunché.

Essere amati è un regalo che si riceve: da custodire gelosamente.

Una madre che desiderasse il figlio per propria gratificazione non amerebbe: esprimerebbe solo un intenso, profondo egoismo.

Quello stesso egoismo che da giovane la circuì e la sedusse.

«L’ora è fuggita… E muoio disperata!»

 


Adnk. 2016-10-18. Valeria Marini in lacrime: “Mi manca l’amore, voglio un figlio”

Sono stata imbrogliata sul matrimonio, tradita da amici, ho perso allo stesso tempo il mio papà e non sono più riuscita a parlargli. Tante cose, tutte insieme, che mi hanno da una parte fatto trovare la forza di reagire ma mi rendo conto che mi è rimasto un groppo dentro”. Così Valeria Marini in lacrime, a cuore aperto, in un momento del Grande Fratello Vip. “Mi sento molto sola, mi manca l’amore, allontano tutto questo con l’ironia e le risate, ma voglio un figlio“, sottolinea la showgirl.

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